Paolo Corridore

OASIS: SUPERSONIC di Matt Whitecross

oasis1Il 7, 8, 9 novembre 2016 sono date imperdibili per tutti gli amanti della buona musica ma in particolare per tutti quelli che hanno adorato e adorano una delle band più carismatiche, irriverenti e chiassose degli anni ’90: Gli Oasis. Oasis: Supersonic è un film documentario che ripercorre l’ascesa della band di Manchester dalle origini fino alla gloria del successo conclamato, il tutto senza per nulla voler chiarire o giustificarsi in merito a delle prese di posizione egoistiche avvenute in passato o per l’eccentrico caratteraccio dei musicisti. Perché dovrebbero? In fondo il loro messaggio è sempre stato chiaro: “Noi siamo così! O ci accettate per quello che siamo o potete tranquillamente andarvene a fan…o!!”.

D’altro canto hanno pagato a caro prezzo i loro eccessi e le canzoni che hanno lasciato rimarranno nella storia e supereranno qualsiasi banale chiacchiera nei loro confronti. Se non ci fosse anche questa nota stonata a comporre la melodia di fondo del loro carattere, i fratelli Gallagher non sarebbero quello che sono. Quello che è veramente sconcertante, soprattutto per chi scrive, è la completa incoscienza di quegli anni di stare in qualche modo assistendo al cambiamento epocale che di lì a poco sarebbe avvenuto in ambito musicale; forse vivere la storia è un po’ questo, vale a dire farne parte senza capire fondamentalmente quello che sta succedendo. Con molta probabilità deve essere proprio la sensazione provata dagli Oasis in quegli anni, solo che amplificata all’ennesima potenza, e solo adesso i componenti della band hanno raggiunto la maturità necessaria per metabolizzare il successo che li ha travolti senza lasciargli il minimo respiro.

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THE ACCOUNTANT di Gavin O’Connor

the-accontantLa sindrome di Asperger per anni ha fatto arrovellare le più brillanti menti in ambito neuropsichiatrico impegnate allo scopo di cercare di comprendere il perché essa accomunasse le personalità più geniali del mondo scientifico, matematico, ma non solo, anche artisti e persone del mondo dello spettacolo. Una sindrome ritenuta in certi casi responsabile del consumo di droghe utilizzate per lenire il dolore che provoca.

Sì, perché in realtà, oltre ad essere molto difficile da diagnosticare, la sindrome non fa altro che rendere il soggetto che ne è affetto ipersensibile e quasi incapace di relazionarsi in maniera sana con il mondo esterno ma, a differenza dei casi gravi che sfociano nell’autismo più cronico, nelle sue forme più lievi sembra essere una diretta conseguenza di un cervello molto performante, che troppo spesso si perde nelle sue infinite elucubrazioni divenendo capace di risolvere i puzzle più complessi, ma perdendo completamente di vista la soluzione ai più semplici problemi della vita di tutti i giorni.

Dal punto di vista cinematografico possiamo citare personaggi come John Nash [Russel Crowe] di A Beautiful Mind, oppure Alan Touring altro brillante matematico interpretato da Benedict Cumberbatch in The Imitation Game,che pare che siano stati interessati da tale malattia.

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TRAFFICANTI di Todd Philips

trafficanti1Signore e signori, i leoni sono tornati o sarebbe il caso di dire che “il” leone è tornato. Stiamo parlando di Todd Philips, l’autore e il regista della fortunata trilogia de Una notte da leoni, che qui si cimenta con un altro script fuori di testa.

La cosa che destabilizza è come certe volte la realtà superi di gran lunga la fantasia regalando al pubblico delle situazioni al limite dell’umano. I fatti da cui trae ispirazione Trafficanti sono realmente accaduti e si basano sulla vicenda giudiziaria che ha coinvolto David Packouz [Miles Teller] e Efraim Diveroli [Jonah Hill], che ai tempi della guerra nel golfo rifornivano il Governo Americano e i combattenti afgani in quella che non solo è stata e continua ad essere una guerra infinita, ma che forse è uno dei più grandi business della storia mondiale. Infatti, se ci sforziamo di guardare la guerra dal punto di vista strettamente economico, non avremmo altro che un mega movimento di miliardi di dollari.

David rappresenta la quota con più valori nella coppia, anche se persino lui, così rigido e precisino, di fronte ai bei dollaroni non si tira certo indietro e non si fa alcuna specie di raccontare una serie di balle alla moglie, divenuta all’epoca dei fatti una dolce neo-mamma. Efraim eredita la quota fuori di testa che nella trilogia di Una notte da leoni era affidata ad Alan [Zack Galifianakis].

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TOMMASO di Kim Rossi Stuart

Tommaso-1Arriva il momento per Tommaso [Kim Rossi Stuart] di fare i conti con il suo passato e con un presente che non può più di ignorare. Egli è un uomo che ha passato i quarant’anni ma non ha ancora vinto la sua sindrome adolescenziale e tutti i fantasmi e i blocchi che questa gli ha recato in passato non hanno fatto altro che rafforzarsi con il tempo, tanto da divenire reali quasi quanto le persone stesse che hanno a che fare con lui.

Mentre, però, le persone reali sembrano essere più sbiadite, quasi invisibili ai suoi occhi, se non per essere da lui criticate e demonizzate o ricercate dal suo bisogno bulimico di affetto e attenzioni, i suoi fantasmi, invece, sembrano diventare entità in carne ed ossa.

La sua relazione con Chiara [Jasmine Trinca] va avanti da fin troppo tempo senza approdare a nulla, né al raggiungimento di una famiglia né allo sciogliersi definitivo, accettando il dato di fatto che quelli che prima erano amanti ora si sono ridotti ad essere due estranei. Solo la presa di coraggio di lei porrà fine al mare di indifferenza che la separa da quello che un tempo era il suo innamorato. Da qui dovrebbe cominciare la riscossa di Tommaso che si rimette in pista per conquistare più donne possibile, sempre combattuto da quei due netti stati d’animo diametralmente opposti che lo vogliono da una parte latin lover e dall’altro un padre modello con una famiglia felice al seguito; di fatto però egli non riesce a far altro che a distruggere tutto quello che di buono gli offre la vita.

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LIGHTS OUT – TERRORE NEL BUIO di David F. Sandberg

lights-out-1Ci sono alcuni film horror che vivono di semplici intuizioni, lampi di luce che attraversano la mente del regista e anche se non stupiscono per l’eccellente intreccio narrativo riescono lo stesso ad acquisire una credibilità e ragion d’essere grazie all’atmosfera che vi si respira all’interno, d’altro canto quale altro compito ha il cinema se non suggestionare lo spettatore?

Dietro la macchina da presa di Lights Out troviamo l’esordiente David F. Sandberg, che fino alla realizzazione di questa pellicola aveva girato solo cortometraggi, con il supporto di sua moglie, e a sostenerlo il solido James Wan [The Conjuring] qui nella veste di produttore. A destare l’interesse di Wan fu proprio uno dei cortometraggi di Sandberg, Lights Out appunto, grazie al suo plot molto semplice ed un gusto particolare nella messa in scena. Come dicevamo in precedenza c’è un tocco personale a permeare l’opera di Sandberg che ha rispolverato il concetto dello spirito persecutore che non solo infesta la casa dove vive il piccolo Martin ma che, in qualche modo, sembra avere l’approvazione e la connivenza della madre Sophie, relazione che non viene vista di buon occhio dalla figlia Rebecca che appena ha potuto ha abbandonato il tetto materno proprio per sfuggire a dinamiche che le hanno reso la vita un inferno.

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THE BLIND KING di Raffaele Picchio

the-blind-king1Il Fantafestival 2016 è entrato a pieno regime, dopo la giornata di presentazione, e tra i graditi ritorni assistiamo a quello tanto atteso di un regista che ha fatto molto discutere di se e della sua opera prima: Morituris.

Stiamo parlando di Raffaele Picchio e vogliamo approfondire il suo secondo lavoro dietro la macchina da presa: The Blind King. Stiamo assistendo ad una pellicola che si discosta completamente dal gusto sporco e sperimentale della sua opera prima e che insieme al raggiungimento di una maturità, mostra anche un po’ la perdita di quella lucentezza e genuinità che hanno reso noto al pubblico un diamante grezzo come Picchio.

Infatti, il sapore che si respira guardando The Blind King è proprio l’esigenza da parte del regista di trovare una collocazione, una nicchia nel genere horror che in qualche modo lo faccia facilmente identificare dal pubblico e lo renda decifrabile ma, al contempo, sembra quasi impossibile per il regista starsene buono, seduto, composto nella sedia che magari egli stesso si era prefisso di occupare.

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Speciale NICOLAS WINDING REFN

La cinematografia di Refn non può essere analizzata se prima non ci si concentra sul fulcro di ogni sua opera, vale a dire il desiderio e l’esigenza dell’autore danese di raccontare sé stesso in tutti i suoi molteplici aspetti. D’altro canto si parla di cinema d’autore proprio quando si è di fronte ad una forte personalità che emerge dall’opera filmica ed è proprio in quel momento che la definizione di Genere perde di significato e i contorni dello stesso non diventano altro che confini sbiaditi della psiche dell’autore.

Come Refn stesso ha più volte dichiarato “Ogni autore ruba e in qualche modo ogni autore parla di sé stesso che faccia cinema, pittura, musica o letteratura.”. Con queste poche parole egli traccia quelle che sono le linee guida della sua arte. In ogni sua opera, dalla più cervellotica fino alla più commerciale, non possiamo fare a meno di notare quali sono i suoi punti di riferimento e non si può fare a meno di notare la maestria con la quale riesce a mantenerli alla giusta distanza da sé; alle volte li vediamo come fari all’orizzonte a far da guida allo spettatore, altre volte invece non possiamo fare a meno di ammirarli come delle montagne che si stagliano sullo sfondo del paesaggio.

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JULIETA di Pedro Almodóvar

julieta-1Pedro Almodóvar ritorna ad esplorare l’universo femminile per il suo Julietta, presentato in concorso alla 69esima edizione del Festival di Cannes. In realtà il regista e autore spagnolo non aveva mai abbandonato l’universo femminile, dato che praticamente lo ritroviamo in buona parte dei suoi personaggi o tra le trame più profonde delle sue sceneggiature, però in questa pellicola le donne sono fortemente protagoniste e non solo figure archetipiche.

Per questo film Almodóvar ha scelto un approccio molto semplice anche come veste grafica, abbandonando gli sfarzi e i lussi delle sue ultime pellicole un po’ più mainstream, per lasciare spazio a un modo di mettere in scena più vicino a quelli delle origini, che forse gli è più congeniale e rappresenta al meglio il suo stile.

In quest’opera il maschile ha un ruolo oscuro, quasi come un messaggero capace solo, sia in positivo che in negativo, di destabilizzare la vita di Julieta [Adriana Ugarte/Emma Suarez]. Julieta professoressa di letteratura, esperta di miti e storia antica, parla alla sua classe sempre con molto trasporto di tutti quei miti che riguardano la creazione forse perché vuole soddisfare un suo irrefrenabile desiderio di maternità. Desiderio che si concretizzerà mediante un incontro fortuito con il bel marinaio Xoan [Daniel Grao], capace con i suoi silenzi e lo sguardo profondo di sedurla durante un lungo viaggio in treno. La donna in quel treno fa la duplice conoscenza della vita, rappresentata da Xoan futuro padre di sua figlia, e della morte, rappresentata da un signore misterioso, molto cupo, che si suicida durante il viaggio.

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LE CONFESSIONI di Roberto Andò

le-confessioni1Una delle magie rese possibili dalla settima arte è quella di esplorare il macro e microcosmo, rendendo giganteschi gli spazi piccoli e rimpicciolendo quelli più grandi. Molto spesso però non è tanto la dimensione fisica ad attrarre lo spettatore, bensì quella dell’animo e della psiche umana, soprattutto se vista come chiave per decifrare la società attuale.

Quante volte ci siamo chiesti, guardando la televisione, cosa effettivamente animi gli attori protagonisti del teatro della politica quando prendono decisioni importanti in grado d’influenzare il destino del mondo? Roberto Andò va ancora una volta a scavare nel territorio della politica, dopo Viva la libertà, spostandosi dal macrocosmo nazionale a quello internazionale, entrando nella cabina di regia di quello che è uno dei territori più segreti al mondo, vale a dire un G8.

Avvalendosi di un cast internazionale, fatta eccezione per Toni Servillo e Pierfrancesco Favino, e utilizzando registri diversi dalla classica commedia all’italiana, egli cerca di elevarsi dal suo film precedente cercando di immergere le mani nel torbido mare della politica internazionale dove [lo abbiamo capito da anni] quelli che dovrebbero essere gli attori principali contano ben poco [anzi nulla], se paragonati a quei personaggi che ruotano nel mondo bancario e dell’alta finanza che sono irriconoscibili in quanto tutti fin troppo uguali fra di loro, ma fin troppo decifrabili poiché mossi solo dal credo del profitto.

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NONNO SCATENATO di Dan Mazer

nonno-scatenato-1La carriera di Robert De Niro, colonna portante della cinematografia mondiale degli ultimi trent’anni insieme al suo stimato collega e rivale [solo al cinema] Al Pacino, costituisce un po’ la cartina tornasole della crisi cinematografica di questi anni. Crisi soprattutto di idee, per non parlare di valori, di gusto e altre cose che sembravano albergare nell’animo umano fino all’inizio del nuovo millennio.

Per carità lungi da noi voler fare il discorso retorico del “si stava meglio quando si stava peggio”, è vero che ogni epoca ha le storie e i miti che la rappresentano al meglio, ma forse verrebbe da chiedersi se per alcuni personaggi divenuti stelle del firmamento cinematografico, figure iconiche dell’immaginario collettivo di grandi e meno grandi spettatori, non sarebbe stato preferibile appendere i guantoni al chiodo ponendo fine alla loro carriera imbattuti, come fece Rocky Marciano, piuttosto che rischiare scivoloni rovinosi…

Guardando Nonno scatenato questa domanda si fa sempre più insistente e preponderante nella mente dello spettatore che è cresciuto allattato al seno di De Niro e dei suoi film, ma che ha visto degradare la sua credibilità nel corso degli anni.

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