Luca Servini

THE DEVIL’S CANDY di Sean Byrne

Il regista australiano Sean Byrne, sei anni dopo The Loved Ones [2009], torna sugli schermi con l’horror The Devil’s Candy, che giunge qui da noi in sala due anni dopo la sua realizzazione, grazie a Midnight Factory. Per questa affascinante commistione di generi orrorifici, Byrne punta tutto sulla tensione psicologica piuttosto che sull’effetto splatter, che se da un lato semplifica la vita al film fantastico, dall’altro alla lunga stanca.

E così, in questo Devil’s Candy si racconta di una famigliola alquanto stramba, composta da padre e figlia appassionati metallari – anche se il padre, pittore frustrato, farebbe meglio a dare il buon esempio – e da una madre con una strana tinta di capelli che nasconde legandoli durante il suo lavoro in ufficio.

Dopo essersi trasferiti nella nuova abitazione che, manco a dirlo, è infestata da un’anima reduce dal massacro dei precedenti proprietari, il padre – seppur mosso da buone intenzioni – comincia a udire voci e dipingere quadri sempre più terrificanti: a questo si aggiunge la visita di un ragazzo mentalmente instabile che abitò in quella casa anni prima, che anziché allontanarsi peggiora le cose.

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PUPI AVATI – IL CINEMA DALLE FINESTRE CHE RIDONO di Luca Servini

Pupi Avati - Il cinema delle finestre che ridono

La linearità è uno degli aspetti che più contraddistinguono il libro curato dal nostro Luca Servini: Pupi Avati. Il cinema dalle finestre che ridono.

Non si tratta di un saggio canonico sulla carriera e filmografia di uno dei registi italiani più noti, ma piuttosto di un lavoro prima di tutto creativo, che mira a “narrare” il cinema di Avati attraverso riflessioni, considerazioni, aneddoti del regista stesso e di alcuni suoi collaboratori, attori compresi, senza mai tralasciare il ruolo che la musica ha avuto nella vita e nel suo cinema e, cosa da non poco, senza mai trascurare la sua personalità.

In Pupi Avati. Il cinema dalle finestre che ridono si riesce quasi a conoscere Avati come uomo, oltre che come regista, a seguire i suoi successi e i suoi fallimenti, le sue scelte di vita, come quella di trasferirsi a Roma lasciando la provincia bolognese nel 1970, dopo aver girato il suo film d’esordio Balsamus – L’uomo di Satana. Avati ha abbracciato più generi nella sua carriera, ma in ogni suo film è pressoché impossibile non notare il ricorso all’esoterismo e al paranormale, alla pazzia/follia; elementi impreziositi sempre dalla musica, vera anima parlante dei suoi film, aspetto questo ampiamente sottolineato nel testo. Impossibile non pensare, tra le migliori produzioni avatiane, a La casa dalle finestre che ridono, 1976, un film che ha ottenuto riconoscimenti dalla critica e dal pubblico solo in un secondo momento, anche se, dopotutto, la sua uscita al cinema in quell’estate del ’76 non fu poi così drammatica ma, si sa, la collocazione di un film ad agosto nelle sale non è sempre una scelta infelice.

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ZEDER di Pupi Avati

Gli amici d’oltralpe di The Ecstasy of Films editano finalmente una prestigiosa edizione del nostro amato Zeder [1983], seconda escursione thrilling, stavolta nei territori del soprannaturale, targata Pupi Avati dopo l’ormai celebre esordio nel Genere de La casa dalle finestre che ridono [1976].

Il prologo del film è ambientato a Chartres, nel 1956: il dottor Meyer è sulle tracce dell’alchimista Paolo Zeder, il quale ha scoperto delle zone sparse sul pianeta con capacità geologiche singolari, in grado di far tornare alla vita chi vi è sepolto. L’azione si sposta quindi ai giorni nostri a Bologna, dove Stefano [Gabriele Lavia], scrittore alle prime armi nonché studente universitario fuori corso, scopre casualmente, svolgendo il nastro di una macchina da scrivere regalatagli dalla moglie Alessandra [Anne Canovas], delle frasi inquietanti che lo conducono – attraverso diverse peripezie – in contatto con una equipe francese di scienziati, i quali stanno approntando sinistri esperimenti basati sulle teorie di Zeder.

Stefano si addentrerà in un’indagine del tutto personale, ma la curiosità alle volte può essere fatale.

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LE DIAVOLESSE di Bruno Gantillon   

Sinister Film continua la sua ricerca e riproposta di chicche di celluloide ripescando dal dimenticatoio un film del 1971 diretto dal francese Bruno Gantillon, l’oscuro Le diavolesse [Morgane et Ses Nymphes], pellicola a metà strada tra l’horror e il fantastico-favolistico.

Lo spettatore si accorge di essere davanti a qualcosa di ibrido già dopo i primi venti minuti di film: difatti, dopo un prologo abbastanza classico in cui le due protagoniste Françoise e Anna – causa fermo dell’auto per mancanza di benzina – sono costrette a passare la notte in un fienile, dopo essere state scoraggiate a proseguire per la propria strada dal padrone di una cupa locanda, vengono indirizzate verso un misterioso maniero sulle rive di un lago.

Qui vengono accolte da una strana donna di nome Morgana, attorniata da uno stuolo di ancelle che vagano come fossero in trance, oltre ad uno strano personaggio di nome Gurth, un nano gobbo al servizio della castellana. Morgana indurrà sotto una sorta di incantesimo le due ragazze, fino all’enigmatico finale, che lascia più di un’interpretazione.

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IL POZZO E IL PENDOLO di Roger Corman

Nei primi anni Sessanta, la factory di Roger Corman produsse otto film tratti da altrettanti racconti dello scrittore Edgar Allan Poe, tutti – eccetto Sepolto vivo [1962] interpretato dallo strepitoso Ray Milland – con protagonista il mostro sacro Vincent Price.

La formula era sempre la medesima: budget risicato, tempi di lavorazione stretti e riutilizzo delle scenografie – nonché della troupe tecnica – già utilizzate in precedenza. Anche Il pozzo e il pendolo [1961] non fa eccezione: realizzato in sole due settimane e costato duecentomila dollari, incassò solo in America la bellezza di due milioni di dollari. Non male per un film a budget zero.

Per questo ciclo di film tratti dagli inquietanti racconti del mitico scrittore di Boston, Corman si discostò a volte parecchio dai testi scritti, dando maggiore libertà all’ispirazione del momento e delle mode del periodo: il gotico come Genere, ma anche come marchio di fabbrica riconoscibile in tutto il ciclo e, più in generale, nelle produzioni di genere dell’epoca: ombre, nebbie incombenti, colori sgargianti – Mario Bava insegnò – e bellezze indotte molto spesso ad una fine poco ortodossa sono gli elementi base di questo genere molto apprezzato all’epoca e diventato un cult con il passare degli anni.

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IL FANTASMA DEL PALCOSCENICO di Brian De Palma

Signore e signore, accomodatevi. Pulp video, distribuita da CG Entertainment, finalmente porta in alta definizione anche in territorio italico uno dei massimi capolavori della Storia del Cinema: dopo le straordinarie uscite – in termini di qualità e di contenuti – francesi, inglesi e americane, Phantom of the Paradise esce anche da noi a distanza di diversi anni dalle “vecchie” versioni DVD.

Per un film che dalle nostre parti non ha ancora avuto una giusta e meritata rivalutazione, come invece ha avuto, ormai da anni, all’estero – ma ricordiamoci che siamo stati gli ultimi a rivalutare Bava, Fulci e compagnia bella – Pulp ci propone un master di ottima qualità, anche se non ai livelli delle sbalorditive versioni pubblicate da Arrow e Scream Factory, con l’audio originale italiano 2.0 per una volta non pasticciato con una inutile rimasterizzazione.

Il fantasma del palcoscenico è un elaborato e sofisticato pastiche di coltissime citazioni letterarie, musicali e cinematografiche – in cui convergono Faust, Il fantasma dell’opera e Il ritratto di Dorian Gray – messo in atto da un De Palma in stato di grazia con la preziosa collaborazione del prestigioso autore e musicista Paul Williams, che per l’occasione interpreta il ruolo di Swan, potente  e losco discografico che ruba una cantata – il Faust – al cantautore Winslow Leach per inaugurare il suo nuovo locale, il Paradise.

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NOSFERATU, IL PRINCIPE DELLA NOTTE di Werner Herzog

Finalmente arriva anche da noi in alta definizione uno dei film più conosciuti del regista tedesco Werner Herzog, autore tra i più interessanti del cinema europeo dagli anni Settanta in avanti.

E’ una Pellicola molto suggestiva e d’atmosfera, Nosferatu, il principe della notte è il rifacimento del classico di Murnau del 1922 visto dall’occhio di Herzog che prende il suo attore feticcio Klaus Kinski e lo trasforma in un Dracula magrissimo e spiritato, contornato da un’aura struggente, alla ricerca di sangue più per amore che per diletto.

La storia è quella del celebre romanzo di Bram Stoker, che all’epoca del film del 1922 venne trasportato sullo schermo con i cambiamenti del caso per non incorrere in azioni legali da parte della famiglia dello scrittore irlandese, cosa che invece accadde ugualmente portando nientemeno che il film al rogo.

Libero da vincoli, Herzog riprende invece i nomi originali del romanzo e rielabora in una sequenza di immagini da capogiro il lavoro espressionista di Murnau, contestualizzandolo in sognanti ambientazioni olandesi e incantevoli scenari bucolici.

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SOS I MOSTRI UCCIDONO ANCORA di Terence Fisher

Prima delle due pellicole realizzate dalla piccola casa di produzione Planet Film [l’altra sarà il successivo Demoni di fuoco del 1967], SOS I mostri uccidono ancora – geniale titolo nostrano per il più semplice Island of Terror – è un gioiellino di quel genere ibrido che mischiava fantascienza a terrore, molto in voga in quegli anni.

In una piccolissima isola dell’Irlanda, lo scienziato Lawrence Phillips sta sperimentando una cura contro la proliferazione del cancro. Nel frattempo, in un bosco viene trovato un cadavere senza ossa: il medico del posto, insospettitosi, cerca di far luce sulle misteriose circostanze facendo intervenire due eminenti scienziati, il dottor Stanley e il dottor West. Giunti sull’isola, scopriranno che i maldestri esperimenti del dottor Phillips hanno generato dei mostri che per rigenerarsi necessitano di nutrirsi del calcio contenuto nello scheletro umano. I mostri cominceranno a moltiplicarsi.

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SETTE NOTE IN NERO di Lucio Fulci

Esce nuovamente in DVD per Mustang Entertainment uno dei migliori thriller italiani degli anni Settanta, Sette note in nero, diretto da Lucio Fulci nel 1977 e diventato negli anni un cult del cinema di Genere italiano. Ispirato al romanzo Terapia mortale di Vieri Razzini, il film vede come protagonista Virginia, moglie del nobile toscano Francesco Ducci, la quale – dopo la partenza dell’uomo per Londra – ha una visione mentre rientra da Firenze nella villa nelle campagne senesi del marito.

La donna, chiaroveggente fin da bambina, vede alcuni particolari apparentemente disconnessi tra loro, relativi ad un omicidio che sarebbe stato commesso proprio nella villa del marito. Scoprirà così che all’interno di un muro della casa vi è il cadavere di una certa Agnese Bignardi, uccisa e murata qualche anno prima. La polizia incarcera Francesco, il quale era stato amante della donna scomparsa, ma Virginia indirizza le sue personali indagini – coadiuvata dallo psicologo Luca e dalla cognata Gloria – verso un altro amante della donna, Emilio Rospini, misterioso mercante d’arte. La donna scoprirà che la verità non sta in una preveggenza, ma in qualcosa che è già stato…

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IL SIGNORE DELLE MOSCHE di Peter Brook

Il signore delle mosche, diretto dal regista britannico Peter Brook e presentato al Festival di Cannes nel 1963, è il primo adattamento per il cinema del romanzo omonimo di William Golding, scritto nel 1952 ma pubblicato due anni dopo.

La trama è contestualizzata nel 1984, quando le autorità britanniche costringono gli studenti di un college a imbarcarsi su un aereo per sfuggire al pericolo di una imminente guerra atomica. Ma una tempesta fa precipitare l’aereo nel bel mezzo di un’isola deserta nell’Oceano Pacifico: i ragazzi, dovendo arrangiarsi senza la guida degli adulti, si vedranno costretti alla sopravvivenza procurandosi cibo e costruendo capanne. I leader delle due fazioni sono Ralph e Jack: il primo più moderato, il secondo più irruento. I due verranno presto ai ferri corti.

Il signore delle mosche è un inquietante apologo che indaga sulla psicologia dell’essere umano – in questo caso dei bambini – e sul suo comportamento il quale, privato delle regole, regredisce ad uno stato primordiale.

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