Gordiano Lupi

FUOCO E FUMO di Stefano Simone

Stefano Simone si confronta con il bullismo giovanile, tema impegnativo e di grande attualità, ma a rischio retorica per un film e difficile da ingabbiare nelle maglie di una storia che risente del suo limite di produzione scolastica. Il titolo del film è estrapolato da un aforisma di Disraeli: il coraggio è fuoco e il bullismo è fumo, senza dimenticare che è il fuoco che ci riscalda e non il suo fumo [T. Merton]. L’ambientazione è pugliese, a Manfredonia, tra scuola, centro storico, lungomare e periferia degradata, ripresa con stile pasoliniano. Gli interpreti sono quasi tutti dilettanti, in gran parte studenti dell’Istituto Tecnico Toniolo, ma se la cavano bene, vista la giovane età e l’assoluta mancanza di esperienza. Alcuni ruoli adulti spiccano per una maggiore professionalità, soprattutto Filippo Totaro, nella fiction docente di matematica, che ricordiamo brillante coprotagonista de Gli scacchi della vita. La sceneggiatura racconta un anno scolastico difficile, inaugurato da un discorso del preside e da una successivo preambolo del professore [entrambi troppo lunghi e didascalici nell’economia del film], per poi entrare nel vivo della storia. In breve la trama, senza raccontare troppi dettagli per non rovinare il piacere della visione. Un gruppo di bulli tormenta un ragazzino omosessuale e una coppia etero, tra loro molto amici, fino al prevedibile evento drammatico che fa scoppiare il caso giudiziario in ambiente scolastico. Il protagonista della storia trova il coraggio di ribellarsi ai bulli in una sequenza che anticipa un ottimo finale, non certo rassicurante ma realistico, con nuovi bulli all’orizzonte e altri pericoli dai quali difendersi. La lotta è ancora lunga…

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CORRADO FARINA, regista dei miei sogni

Corrado_Farina_con_il_Pardo_d'oroMuore Corrado Farina e per me muore un amico, non il regista di Hanno cambiato faccia e Baba Yaga. Muore l’intellettuale colto, gentile e raffinato che conobbi a Livorno, in occasione di un Joe D’Amato Horror Festival dove incontrai un sacco di gente sgradevole e poco interessante, al punto che fu in tale occasione decisi di non frequentare più i festival di cinema.

Il solo bel ricordo legato a quelle tre giornate livornesi di quasi quindici anni fa resta Corrado Farina, che presentò al Cinema Gran Guardia il suo Hanno cambiato faccia su grande schermo. Adesso quel che resta del Gran Guardia è solo il nome, non è lo stesso cinema ma una tristezza.

Muore Corrado Farina e io ricordo l’umiltà di un grande regista nello scendere a Piombino per ritirare un Premio Cappelletti alla carriera, parlare di cinema in una saletta di periferia, raccontare i suoi sogni. Muore Corrado Farina e io mi ricordo tutti i libri che ci siamo scambiati nel corso di tanti anni passati a vergare passioni sui fogli. Ricordo la sua rubrica su Nocturno, dove scrisse molto bene di un mio libro su Fellini e la lunga intervista che mi concesse per la Storia del Cinema Horror Italiano volume 4 (“Cosa cavolo c’entro io con l’horror?” mi chiedeva stupito).

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IL MIO AMICO PEPPE ZULLO: Intervista a Stefano Simone

Stefano-Simone-e1456783679894-591x330“Non puoi pensare bene, non puoi amare bene, non puoi dormire bene… se non mangi bene!”, dice Virginia Woolf. Stefano Simone mette la frase in apertura, quasi a sottolineare che dopo tanto cinema a soggetto e qualche videoclip musicale, cambia genere e passa al documentario classico. Non per cavalcare la moda della cucina, argomento molto presente sia nei palinsesti televisivi che in libreria, debordante persino nella pura fiction cinematografica. Simone si dedica al racconto culinario di Peppe Zullo perché ha radici profonde con la cultura della sua terra e diventa quasi la storia di un uomo che ha coronato un sogno grazie a passione e impegno. Il documentario ha un taglio classico che interessa e avvince. Lo stratagemma tecnico è far parlare il protagonista – un vero affabulatore – intervistato da due ragazzi, alternandolo con i commenti dei due intervistatori con una ragazza che non ha conosciuto il cuoco.

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QUEL GRAN PEZZO DELL’UBALDA e GIOVANNONA COSCIALUNGA in DVD

Ubalda1Edwige Fenech si inserisce nel gruppo con la sua fondamentale trilogia che si ricorda e va al di là del decamerotico puro e semplice soprattutto per l’invenzione dei titoli. Quel gran pezzo dell’Ubalda tutta nuda e tutta calda [1972] di Mariano Laurenti deve la sua fortuna a un titolo volgarissimo che promette molto più di quanto in realtà mantiene. Lo stesso film con un titolo normale non avrebbe prodotto lo scalpore che fece a quel tempo. Il film inaugura tutta una serie di pellicole dai titoli lunghissimi e provocanti e la bella franco-algerina ne interpreta un discreto numero, non solo di Genere decamerotico.

Quel gran pezzo dell’Ubalda… è scritto e sceneggiato da Tito Carpi, Luciano Martino e Carlo Veo, le musiche di Bruno Nicolai. Produce Luciano Martino, il compagno della Fenech, per Lea Film. Ottimo il cast composto da Edwige Fenech nei panni della mitica Ubalda, Pippo Franco [Olimpo], Karin Schubert [Fiamma], Umberto D’Orsi [Oderisi], Gabriella Giorgelli, Carla Mancini e Pino Ferrara.

Il film è inserito tra i decamerotici ma lo schema narrativo è insolito perché non c’è una voce narrante e non c’è una suddivisione in novelle o episodi. Si tratta di una normalissima storia di corna con protagonista un giovane Pippo Franco, al massimo della forma nei panni dello scalcagnato soldato Olimpo.

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GLI SCACCHI DELLA VITA di Stefano Simone

locandina2Stefano Simone è un regista pugliese che chi scrive segue da tempo e che rappresenta una voce interessante nel panorama del cinema indipendente italiano. La parola indipendente nel suo caso non è usata a sproposito, perché i budget su cui può contare sono davvero modesti, contrariamente ad altri casi di ricchi indipendenti.

Gli scacchi della vita è un lavoro più maturo e complesso dei precedenti, basato su un soggetto tratto da un vecchio racconto del sottoscritto, rielaborato e rimpolpato in fase di sceneggiatura dai bravi Francesco Massaccesi, Sebastiano Giuliano e Matteo Simone, senza tradire il senso della storia.

Simone affronta – forse per la prima volta – i sentieri impervi del cinema d’autore, cita Ingmar Bergman [Il settimo sigillo] e usa il Genere  per affermare concetti importanti come la scoperta di sé stessi e il senso della vita, ma anche l’esperienza del dolore, il cambiamento, la solitudine e l’emarginazione.

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INGRID SULLA STRADA di Brunello Rondi

ingrid1Ingrid sulla strada [1973], di Brunello Rondi, è un film molto curato che si avvale della fotografia di Stelvio Massi e delle musiche intense e suadenti di Carlo Savina.

Janet Agren è l’affascinante e tormentata interprete principale, ma sono degni comprimari la prostituta tutta cuore Francesca Romana Coluzzi e il borgataro neonazista Franco Citti.

Bravissimo Enrico Maria Salerno nei panni del borghese vizioso che si eccita con donne di strada, fingendo una resurrezione della moglie durante una seduta spiritica. Completano il cast un allucinato Fred Robsham, pittore informale di taglio sessantottino, Bruno Corazzari e Franco Garofalo.

Ingrid sulla strada dimostra ancora una volta le intenzioni psicologiche di Rondi che vanno di pari passo alla condanna delle convenzioni borghesi, a un netto anticlericalismo e all’analisi pasoliniana delle borgate romane. Ingrid [SPOILER] è una ragazza finlandese che scappa di casa dopo essere stata violentata dal padre [lo scopriamo soltanto alla fine grazie a un ottimo flashback onirico] e decide di fare la puttana per vivere.

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SOPRASSEDIAMO! Franco & Ciccio Story – Presto in libreria

soprassediamo1Franco e Ciccio sono due clown amati dal pubblico e disprezzati dalla critica, forse proprio perché la loro comicità è legata a un Genere poco capito come la parodia.

I due siciliani non interpretano parodie perché vanno di moda e garantiscono incassi sicuri, ma perché è il loro modo di essere attori, la loro comicità si forma su quel tipo di cultura popolare.

Il cinema italiano conosce la parodia grazie a Totò, Erminio Macario, Raimondo Vianello, Ugo Tognazzi, Walter Chiari, ma l’arrivo sul grande schermo di Franco e Ciccio sconvolge gli schemi e imposta il discorso parodistico in termini ben più radicali.

La critica non li comprende, massacra ogni pellicola con attacchi virulenti, ai limiti dell’offensivo, definendo la loro comicità stupida e volgare, non rendendosi conto di offendere anche il pubblico che affolla le sale e rifiutando di capire i motivi del successo. Franco e Ciccio pagano la stagione dell’impegno politico, l’eredità del neorealismo e l’assurdo intellettualismo di certa critica che, come diceva Fulci, “deve vedere mondine e partigiani per apprezzare un film”, ma che uccide lentamente il cinema popolare.

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VOGLIA DI GUARDARE di Antonio Tentori

vogliadiguardareI Ratti di Bloodbuster sono un’idea geniale. Piccole e agili guide per conoscere il mondo del cinema di Genere, scritti senza tanta prosopopea da critici con la puzza sotto il naso, popolari, godibili, interessanti. Per il momento sono usciti: Nudi e crudeli – I mondo movies italiani[Antonio Bruschini e Antonio Tentori], Tutte dentro! – Il cinema della segregazione femminile [Stefano Di Marino e Corrado Artale], Macchie solari – Il cinema di Armando Crispino [Claudio Bartolini], Kiss kiss… Bang bang – Il cinema di Duccio Tessari[Fabio Melelli], Maurizio Merli – Il poliziotto ribelle [Fulvio Fulvi].

Voglia di guardare – L’eros nel cinema di Joe D’Amato rappresenta una riedizione, ampliata e aggiornata, di un vecchio lavoro di Tentori uscito per Castelvecchi nel 1999 [Joe D’Amato – L’immagine del piacere].

Il libro di Tentori è informativo e divulgativo, senza pretese scientifiche, scritto con un linguaggio piano e comprensibile, accessibile a tutti, proprio come l’avrebbe voluto Joe D’Amato.

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I VAMPIRI di Riccardo Freda

ivampirifreda1Riccardo Freda nasce ad Alessandria d’Egitto, da genitori napoletani, il 24 febbraio 1909 e muore a Parigi il 20 dicembre 1999. Si tratta di un autore sottovalutato dalla critica italiana, come molti artigiani del nostro cinema, ma è un abile regista che sperimenta quasi tutti i Generi in voga negli anni Sessanta-Ottanta.

La critica francese stima Freda, forse perché più propensa ad accettare il cinema di Genere, senza etichettarlo e senza ricercare ad ogni costo significati e messaggi.

Gli esordi di Freda sono sotto il segno del cinema storico-avventuroso [Don Cesare di Bazan, 1942; Aquila nera, 1946; I Miserabili, 1947 e Beatrice Cenci, 1956 ].

Il regista si caratterizza come ottimo autore di horror, film di spionaggio e lavori mitologici. Freda ha pure il primato – che alcuni contestano con argomenti che non condividiamo – di aver diretto I vampiri [1957], primo horror italiano di cui resta traccia, un classico ispirato ai gotici della Hammer che anticipa elementi del moderno cinema dell’orrore.

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SONO TUTTE STUPENDE LE MIE AMICHE di Roger A. Fratter

sonotuttestupendelemieamiche1Roger A. Fratter, firma uno dei suoi lavori più riusciti degli ultimi anni, da quando ha abbandonato il cinema di Genere per dedicarsi a pellicole più introspettive e problematiche.

Sono tutte stupende le mie amiche è una commedia erotica, a metà strada tra il grottesco e il realistico, metacinematografica, caratterizzata dalla coesistenza di più Generi, ben oliata in un meccanismo da terrorista dei generi tanto caro a Joe D’Amato e Lucio Fulci.

Cristiana [Volpi] e Dario [Fratter] mandano avanti da quando sono adolescenti uno strano rapporto di amore-odio, basato su reciproche seduzioni, tradimenti, complicità, consigli su partner, rimproveri e incomprensioni. Cristiana ha un fidanzato che vorrebbe consolidare il loro rapporto, ma lei sfugge, frequenta molti uomini, vede Dario e finisce per raccomandare una serie di amiche che lui prova a frequentare.

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