Francesco Del Grosso

DOPPIO AMORE di François Ozon

doppio-amoreQuello che lo spettatore di turno si trova ad affrontare al cospetto della nuova pellicola di François Ozon dal titolo Doppio amore è un’esperienza filmica che ha il retrogusto inconfondibile e a tratti irritante del déjà-vu, nella quale racconto, drammaturgia, costruzione dei personaggi, one lines, atmosfere e persino la confezione visiva, proiettano la mente del fruitore ad altro. Non si tratta però di suggestioni, tantomeno di una serie di citazioni ed echi al e dal passato, ossia a chi più o meno di recente ha portato sul grande schermo l’alchimia perfetta e allo stesso tempo pericolosa tra cinema e psicanalisi, approfondendo in particolare la dimensione onirica, la sessualità e il tema del doppio. Non stiamo qui a scomodare maestri del passato come Hitchcock, ma è sufficiente gettare uno sguardo furtivo sulla sinossi del film in questione per capire dove il cineasta francese è andato a setacciare e a pescare per comporre le pagine dello script e le inquadrature della sua trasposizione. In Doppio amore si materializzano uno ad uno gli spettri del cinema di Polanski, Cronenberg e De Palma, che Ozon cattura e non riesce mai a fare veramente suoi.

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CARAVAGGIO – L’ANIMA E IL SANGUE di Jesus Garces Lambert

caravaggioE’ incredibile, ma non dovrebbe sorprendere, quanto fortissimo e vivo possa ancora essere l’interesse, senza alcun dubbio inesauribile, nei confronti di un artista intramontabile come Michelangelo Merisi da Caravaggio e della sua produzione pittorica. Un corpus, quello del Merisi, ricco di capolavori universalmente riconosciuti  capaci di andare ben oltre i cataloghi e i volumi di storia dell’Arte. Non è un caso, infatti, che tale interesse si sia esteso, ieri come oggi, non solo all’ambito pittorico, con mostre e personali permanenti o itineranti dislocate alle diverse latitudini, ma anche alla Settima Arte e al piccolo schermo: da Caravaggio, il pittore maledetto [1941] di Goffredo Alessandrini a Caravaggio [1987] di Derek Jarman, da Caravaggio – L’ultimo tempo [2004] di Mario Martone a Voluptas dolendi i gesti del Caravaggio [2008] di Francesco Vitali, passando per le omonime miniserie televisive dirette da Silverio Blasi e Angelo Longoni, rispettivamente nel 1967 e nel 2008, oltre che per documentari come Caravaggio. Il corpo ritrovato del 2011.

Insomma se ne parla e se continuerà a parlare per il resto dei giorni attraverso una pluralità di linguaggi e immagini, perché la figura controversa e geniale del Merisi e ciò che ha lasciato appartengono di fatto all’eternità.

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IL FILO NASCOSTO di Paul Thomas Anderson

il-filo-nascostoLo scorrere sullo schermo dell’ultimo fotogramma dei titoli di coda de Il filo nascosto porterà con sé una serie di stati d’animo e di emozioni, opposte e combinate, che giocoforza travolgeranno lo spettatore di turno: da una parte quella meravigliosa e insostituibile sensazione di avere assistito a un’opera di straordinaria bellezza, di quelle destinate a restare impresse nella memoria; dall’altra quella altrettanto dolorosa di rappresentare suo malgrado il definitivo, a parole del diretto interessato, canto del cigno di colui che ha impreziosito la suddetta pellicola con l’ennesima imponente performance attoriale della sua filmografia. Di conseguenza, una volta terminata la visione del nuovo film di Paul Thomas Anderson, nelle sale nostrane dal 22 febbraio dopo la proiezione [musicata dal vivo] all’International Film Festival Rotterdam 2018 [sezione Limelight], si dovrà purtroppo fare i conti anche con il dispiacere grandissimo di dovere rinunciare a malincuore al contributo attoriale di Daniel Day-Lewis.

Dunque, Il filo nascosto sarà ricordato, non solo per i suoi indubbi meriti artistici e tecnici, ma anche per essere, a scanso di un futuro ripensamento [lo speriamo tanto], l’addio di Daniel Day-Lewis alla Settima Arte, la stessa alla quale il pluri-decorato [tra cui tre Oscar, due Golden Globe e quattro BAFTA] interprete britannico ha regalato dal 1982 ad oggi indimenticabili performance davanti la macchina da presa.

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NERVE di Hanry Joost e Ariel Schulman

Mentre sulle pagine della cronaca nera e nelle edizioni dei TG si aggiorna in continuazione il numero di vittime legate al fenomeno della Blue Whale, che ad oggi conta più o meno duecento suicidi tra gli adolescenti di tutto il mondo, sugli schermi nostrani [dal 15 giugno con 01 distribution] approda un film che del temuto e letale “gioco di ruolo” sembra una sorta di precursore. I più maligni potrebbero pensare all’ennesima operazione di sciacallaggio, di quelle prodotte negli ultimi decenni sulla scia di tragedie e sciagure di ogni sorta, ma non è questo il caso, poiché la matrice cartacea dalla quale la pellicola in questione ha preso origine risale al 2012, ossia quando della Blue Whale non vi era ancora alcuna traccia.

In Nerve, trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo young adult di Jeanne Ryan, ci ritroviamo catapultati al seguito di Vee Delmonico [Emma Roberts], una studentessa modello dell’ultimo anno delle superiori, che è stanca di rimanere sempre in disparte. Quando i suoi amici la incoraggiano a partecipare a un popolare social game online chiamato Nerve, Vee decide di iscriversi, anche solo per provare quello che in apparenza le sembra un gioco innocuo e divertente. E così, Vee viene risucchiata nel vortice adrenalinico della competizione, della fama e dei follower, assieme a un misterioso ragazzo [Dave Franco], ma a un certo punto il gioco diventa sempre più inquietante, con sfide via via più rischiose, in un crescendo ansiogeno che porterà alla prova finale dove la posta in gioco sarà altissima.

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CLASSE Z di Guido Chiesa

Tra le qualità che dovrebbe avere un regista cinematografico [e non solo] c’è anche la versatilità, vale a dire la capacità e la volontà di sapersi confrontare con Generi, temi, registri, personaggi e storie differenti. Quella di sapersi adattare a ciò che la Settima Arte, ma soprattutto il mercato, propone di volta in volta nell’arco della carriera al cineasta di turno, indipendentemente dalla latitudine, dalla formazione e dall’estrazione di appartenenza, dovrebbe essere considerato, a parere nostro, un gene determinate nel DNA artistico e professionale necessario alla sua sopravvivenza. Ciò non significa dovere rinunciare al proprio stile o snaturare il proprio percorso, bensì dare dimostrazione della propria completezza. C’è chi fa di necessità virtù o chi, al contrario, fa del cambiamento lo strumento per non rimanere ingabbiato in questa o quella etichetta, o ancora chi sceglie volutamente di cambiare in continuazione pelle per non ripetersi.

Ora, per quanto riguarda Guido Chiesa non sapremmo proprio quale di queste “categorie” di attribuirgli, ma una cosa è certa: la versatilità fa sicuramente parte del suo curriculum. Lo ha dimostrato negli ultimi anni, firmando nelle vesti di sceneggiatore e di regista una serie di commedie che hanno mostrato al pubblico e agli addetti ai lavori l’altra faccia della medaglia della sua produzione. Nella prima parte della carriera, ossia dall’esordio con Il caso Martello sino a Io sono con te, l’autorialità, l’impegno e l’approccio a storie drammaturgicamente e tematicamente dal peso specifico elevato, sono state le parole d’ordine.

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IL PADRE D’ITALIA di Fabio Mollo

Chi ha già avuto modo di confrontarsi con il cinema di Fabio Mollo ritroverà nella sua nuova fatica dietro la macchina da presa dal titolo Il padre d’Italia tutta una serie di elementi ricorrenti e riconoscibili. Nel suo secondo lungometraggio di finzione, nelle sale a partire dal 9 marzo con Good Films, il regista calabrese torna infatti su temi a lui cari, che in modalità random si sono affacciati nell’opera prima Il Sud è niente, ma anche nelle prove sulla breve distanza [Al buio e Giganti] e in quelle documentaristiche come Vincenzio da Crosia: dalla ricerca dell’identità all’accettazione, dai legami familiari alla paternità, fino al tema del viaggio e della crescita.

Al centro del racconto troviamo due anime in cerca di qualcosa o di qualcuno, due esseri agli antipodi che si scontrano per poi incontrarsi. Il tutto passa proprio per un viaggio di conoscenza, fisico ed emozionale, alla scoperta dell’altro e in primis di se stessi. Ne Il padre d’Italia veniamo catapultati al seguito di Paolo, un trentenne che conduce una vita solitaria, quasi a volersi nascondere dal mondo. Il suo passato è segnato è segnato da un dolore che non riesce a superare. Una notte, per puro caso, incontra Mia, una prorompente e problematica coetanea al sesto mese di gravidanza, che mette la sua vita sottosopra. Spinto dalla volontà di riaccompagnarla a casa, Paolo comincia a un viaggio al suo fianco che porterà entrambi ad attraversare l’Italia e a scoprire il loro irrefrenabile desiderio di vivere.

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BILLY LYNN – UN GIORNO DA EROE di Ang Lee

Cinematograficamente parlando, il 2 febbraio 2017 in Italia verrà ricordato come la giornata dedicata agli eroi di guerra. Un mix di coincidenze e “strategie” distributive ha voluto, infatti, che ben due pellicole sul tema approdassero nelle sale nostrane nello stesso weekend, ed entrambe battenti bandiera a stelle e strisce.

Stiamo parlando di La battaglia di Hacksaw Ridge e di Billy Lynn – Un giorno da eroe. Nel primo, il Mel Gibson regista rievoca la storia di Desmond Doss, primo obiettore di coscienza a ricevere la medaglia d’onore per aver salvato 75 soldati durante la battaglia di Okinawa, nella Seconda Guerra Mondiale, senza mai utilizzare un’arma. Nel secondo, invece, Ang Lee narra la storia del giovane soldato semplice Billy Lynn che, insieme ai commilitoni del reparto Bravo, si trasforma in un eroe nazionale dopo un’estenuante battaglia in Iraq.

Insomma, ci troviamo in presenza di uomini da celebrare e da ricordare, ciascuno a proprio modo per il coraggio dimostrato sul campo di battaglia. Un atto dovuto in entrambi i casi che, oltre a tributare il giusto omaggio all’uomo e alle sue gesta, serve anche ad alimentare il serbatoio del patriottismo, che oggi più che mai ha un bisogno enorme di carburante da bruciare per alimentare il motore della suddetta causa.

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SILENCE di Martin Scorsese

Era la fine degli anni Ottanta quando Martin Scorsese manifestò per la prima volta pubblicamente la volontà e il desiderio di portare sul grande schermo le pagine di Silenzio di Shūsaku Endō. Da allora, di anni ne sono trascorsi quasi una trentina e ora la trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo storico del 1966 dello scrittore giapponese [prima edizione italiana di Rusconi Libri nel 1982] arriva finalmente nelle sale nostrane a partire dal 12 gennaio 2017 [negli Stati Uniti è stato distribuito a partire dal 13 dicembre 2016], con 01 Distribution. Oggetto di non pochi problemi, non ultimo quello che riguardava il reperimento dei finanziamenti necessari alla realizzazione di un progetto così complesso, lo script è finito suo malgrado nel cassetto. Quello stesso cassetto dal quale, per fortuna, è stato fatto riemergere. L’attesa è finita, con le aspettative che erano per forza di cose alte, vuoi perché si tratta dell’ultima fatica dietro la macchina da presa del cineasta statunitense [in attesa di Irishman con Robert De Niro], vuoi per l’importanza dell’opera letteraria e di colui che l’ha firmata, ma soprattutto per ciò che racconta.

L’opera propone come tema di sfondo le persecuzioni a carico dei cristiani durante il periodo Tokugawa, a seguito della rivolta di Shimabara. Siamo dunque nel 17° secolo, per la precisione nel 1633. Due giovani gesuiti portoghesi, Padre Rodrigues e Padre Garupe, rifiutano di credere alla notizia che il loro maestro spirituale, Padre Ferreira, partito per il Giappone con la missione di convertirne gli abitanti al cristianesimo, abbia commesso apostasia, ovvero abbia rinnegato la propria fede abbandonandola in modo definitivo. I due decidono dunque di partire per l’Estremo Oriente, pur sapendo che in Giappone i cristiani sono ferocemente perseguitati e chiunque possieda anche solo un simbolo della fede di importazione viene sottoposto alle più crudeli torture. Una volta arrivati troveranno come improbabile guida il contadino Kichijiro, un ubriacone che ha ripetutamente tradito i cristiani, pur avendo abbracciato il loro credo. Quella che vivranno sulla propria pelle e davanti ai loro occhi è una vera e propria odissea umana e spirituale, fatta di dolore, sofferenza e sacrificio, che metterà duramente alla prova ciò in cui credono.

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FAI BEI SOGNI di Marco Bellocchio

 

fai_bei_sogni_1Una volta letto l’omonimo libro al quale Marco Bellocchio si è liberamente ispirato per la realizzazione della sua ultima fatica dietro la macchina da presa, ossia Fai bei sogni, è piuttosto semplice rintracciare una fortissima affinità elettiva tra le pagine del best seller autobiografico di Massimo Gramellini e il DNA cinematografico del regista emiliano.

Tra le pieghe e le righe di quelle pagine, infatti, scorrono, sia in superficie che in profondità, tutta una serie di tematiche, emozioni, sensazioni, atmosfere, legami e dinamiche tra i personaggi, care e ricorrenti nel cinema di Bellocchio. Di conseguenza, l’incontro tra i due autori e le rispettive poetiche non poteva che generare prima o poi un “matrimonio” da celebrare sul grande schermo. E quel momento è arrivato, con il risultato che approda nelle sale italiane con 01 Distribution a partire dal 10 novembre, dopo aver aperto lo scorso maggio la Quinzaine des Réalisateurs di Cannes 2016. Insomma, era scritto nel destino che le loro strade si incrociassero, per dare vita a un’opera stratificata, intensa e dolorosa.

La storia è quella di Massimo che, dopo un’infanzia solitaria e un’adolescenza difficile diventa un giornalista affermato, ma continua a convivere con il ricordo lacerante della madre scomparsa, nonché con un senso di mistero intorno alla sua morte. La vicinanza di Elisa lo aiuterà ad affrontare la verità sul suo passato. Solo alla fine scoprirà come sono andate veramente le cose, e troverà il modo di risalire alla luce.

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QUALCOSA DI NUOVO di Cristina Comencini

qualcosa-di-nuovo1Al lavoro dietro la macchina da presa, portato avanti tra alti e bassi dal 1988, Cristina Comencini ha alternato quello nel campo della letteratura, firmando una serie di romanzi di buona fattura. Negli ultimi anni, la regista e sceneggiatrice si è avvicinata anche alla scrittura di testi teatrali, due dei quali passanti dalle tavole del palcoscenico al grande schermo. Diversamente da Due partite, la cui regia cinematografica era stata affidata a Enzo Monteleone, per La scena la Comencini ha deciso invece di non demandare la trasposizione, ma di dirigere lei stessa un film che approda nelle sale nostrane a partire dal 13 ottobre con il titolo Qualcosa di nuovo.

Tra le due opere esiste un filo comune che le congiunge in maniera piuttosto evidente e quel filo è il fattore rosa. Trattasi, infatti, di storie su e di donne, che parlano di legami e sentimenti messi in pericolo dal passare inesorabile delle stagioni, ma che riescono tuttavia a sopravvivere. L’amicizia è in entrambi i plot l’anello di congiunzione, il ponte che impedisce a due lembi di terra di allontanarsi per sempre.

Lo era stato per Due partite e continua ad esserlo anche per Qualcosa di nuovo. La pièce prima e la pellicola poi ci catapultano al seguito di Lucia e Maria, amiche da una vita, ma che più diverse non si può. Lucia ha chiuso col genere maschile, Maria invece non riesce proprio a farne a meno. Una sera nel suo letto capita [finalmente!] l’uomo perfetto. Bello, sensibile, appassionato, maturo.

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