Francesco Del Grosso

SOFIA di Meryem Benm’Barek-Aloïsi

sofia-1Solo un decennio fa film come In Between di Maysaloun Hamoud, Much Loved di Nabil Ayouch, La bella e le bestie di Khaled Walid o Cosa dirà la gente di Iram Haq, avrebbero avuto molte più difficoltà di quelle che hanno dovuto affrontare per venire al mondo e circolare più o meno liberamente a certe latitudini. Chi più e chi meno di ostacoli e problemi ne hanno dovuti superare, ma non abbastanza proibitivi da impedirne la diffusione nei festival internazionali e oltre i confini nazionali. Pellicole come queste, che trattano con coraggio e di petto tematiche come la condizione femminile nel mondo islamico, le violenze di genere, le umiliazioni, le discriminazioni, l’impossibilità di un’emancipazione, i barbari retaggi di privazione e pensiero legati a tradizioni arcaiche, la mancanza di diritti, non hanno giocoforza avuto un’esistenza facile perché si sono fatte carico di un peso specifico non indifferente da portare sulle spalle.

C’è poi chi come Meryem Benm’Barek con un’opera prima alla Sofia, nelle sale nostrane a partire dal 14 marzo grazie a Cineclub Internazionale Distribuzione dopo il premio per la migliore sceneggiatura nella sezione Un certain regard a Cannes 2018, ha deciso di rincarare la dose aggiungendo quel tassello non da poco che mancava ai suddetti film.

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LA FAVORITA di Yorgos Lanthimos

Sfogliando il programma della uscite cinematografiche di gennaio 2019 si può notare che, oltre alle tante pellicole dedicate alla Shoah distribuite in occasione del Giorno della Memoria, a trovare spazio nella cartellone nostrano ce ne sono ben due che portano sullo schermo storie più o meno tormentate di Regine del passato: da una parte quella di Mary Stuart in Mary Queen of Scots di  Josie Rourke e dall’altra quella di Anna in La favorita di Yorgos Lanthimos. Quest’ultima riavvolge le lancette dell’orologio sino ai primi anni del XVIII secolo, quando l’Inghilterra è impegnata nella guerra contro la Francia. Ciononostante, le corse delle anatre e il consumo di ananas vanno per la maggiore. Una fragile regina Anna [Olivia Colman] siede sul trono mentre l’amica intima Lady Sarah Churchill [Rachel Weisz] governa il paese in sua vece e, al tempo stesso, si prende cura della cattiva salute e del temperamento volubile della sovrana. Quando l’affascinante Abigail Masham [Emma Stone] arriva a corte, si fa benvolere da Sarah, che la prende sotto la sua ala protettiva.

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LA RAGAZZA DEI TULIPANI di Justin Chadwick

la-ragazza-dei-tulipaniPassione, ossessione e tradimento. Sono questi gli ingredienti con i quali Deborah Moggach ha dato forma e sostanza alla ricetta letteraria e drammaturgica del suo romanzo del 1999 dal titolo Tulip Fever, gli stessi che lo spettatore potrà ritrovare immergendosi nella visione dell’adattamento cinematografico che Justin Chadwick ha realizzato dallo script firmato a quattro mani da Tom Stoppard insieme alla scrittrice britannica. Trasposizione, questa, che arriva nelle sale nostrane grazie ad Altre Storie il 6 settembre con un anno di ritardo rispetto all’uscita nel resto del mondo, quando sulla pellicola pesano come macigni una serie di problematiche che ne hanno pesantemente ostacolato il percorso produttivo e distributivo. Da una parte, all’epoca del primo tentativo risalente al 2004 [con Jude Law e Keira Knightley protagonisti e John Madden alla regia], il progetto fu interrotto a causa dei cambiamenti delle normative fiscali sulle produzioni cinematografiche nel Regno Unito. Dall’altra, gli svariati montaggi e i rallentamenti dovuti all’insoddisfazione di Harvey Weinstein dopo la visione del final cut della versione realizzata da Chadwick, ai quali si vanno ad aggiungere le traversie giudiziarie e non che hanno travolto il noto produttore statunitense, hanno contribuito ai numerosi rinvii.

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DOPPIO AMORE di François Ozon

doppio-amoreQuello che lo spettatore di turno si trova ad affrontare al cospetto della nuova pellicola di François Ozon dal titolo Doppio amore è un’esperienza filmica che ha il retrogusto inconfondibile e a tratti irritante del déjà-vu, nella quale racconto, drammaturgia, costruzione dei personaggi, one lines, atmosfere e persino la confezione visiva, proiettano la mente del fruitore ad altro. Non si tratta però di suggestioni, tantomeno di una serie di citazioni ed echi al e dal passato, ossia a chi più o meno di recente ha portato sul grande schermo l’alchimia perfetta e allo stesso tempo pericolosa tra cinema e psicanalisi, approfondendo in particolare la dimensione onirica, la sessualità e il tema del doppio. Non stiamo qui a scomodare maestri del passato come Hitchcock, ma è sufficiente gettare uno sguardo furtivo sulla sinossi del film in questione per capire dove il cineasta francese è andato a setacciare e a pescare per comporre le pagine dello script e le inquadrature della sua trasposizione. In Doppio amore si materializzano uno ad uno gli spettri del cinema di Polanski, Cronenberg e De Palma, che Ozon cattura e non riesce mai a fare veramente suoi.

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CARAVAGGIO – L’ANIMA E IL SANGUE di Jesus Garces Lambert

caravaggioE’ incredibile, ma non dovrebbe sorprendere, quanto fortissimo e vivo possa ancora essere l’interesse, senza alcun dubbio inesauribile, nei confronti di un artista intramontabile come Michelangelo Merisi da Caravaggio e della sua produzione pittorica. Un corpus, quello del Merisi, ricco di capolavori universalmente riconosciuti  capaci di andare ben oltre i cataloghi e i volumi di storia dell’Arte. Non è un caso, infatti, che tale interesse si sia esteso, ieri come oggi, non solo all’ambito pittorico, con mostre e personali permanenti o itineranti dislocate alle diverse latitudini, ma anche alla Settima Arte e al piccolo schermo: da Caravaggio, il pittore maledetto [1941] di Goffredo Alessandrini a Caravaggio [1987] di Derek Jarman, da Caravaggio – L’ultimo tempo [2004] di Mario Martone a Voluptas dolendi i gesti del Caravaggio [2008] di Francesco Vitali, passando per le omonime miniserie televisive dirette da Silverio Blasi e Angelo Longoni, rispettivamente nel 1967 e nel 2008, oltre che per documentari come Caravaggio. Il corpo ritrovato del 2011.

Insomma se ne parla e se continuerà a parlare per il resto dei giorni attraverso una pluralità di linguaggi e immagini, perché la figura controversa e geniale del Merisi e ciò che ha lasciato appartengono di fatto all’eternità.

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IL FILO NASCOSTO di Paul Thomas Anderson

il-filo-nascostoLo scorrere sullo schermo dell’ultimo fotogramma dei titoli di coda de Il filo nascosto porterà con sé una serie di stati d’animo e di emozioni, opposte e combinate, che giocoforza travolgeranno lo spettatore di turno: da una parte quella meravigliosa e insostituibile sensazione di avere assistito a un’opera di straordinaria bellezza, di quelle destinate a restare impresse nella memoria; dall’altra quella altrettanto dolorosa di rappresentare suo malgrado il definitivo, a parole del diretto interessato, canto del cigno di colui che ha impreziosito la suddetta pellicola con l’ennesima imponente performance attoriale della sua filmografia. Di conseguenza, una volta terminata la visione del nuovo film di Paul Thomas Anderson, nelle sale nostrane dal 22 febbraio dopo la proiezione [musicata dal vivo] all’International Film Festival Rotterdam 2018 [sezione Limelight], si dovrà purtroppo fare i conti anche con il dispiacere grandissimo di dovere rinunciare a malincuore al contributo attoriale di Daniel Day-Lewis.

Dunque, Il filo nascosto sarà ricordato, non solo per i suoi indubbi meriti artistici e tecnici, ma anche per essere, a scanso di un futuro ripensamento [lo speriamo tanto], l’addio di Daniel Day-Lewis alla Settima Arte, la stessa alla quale il pluri-decorato [tra cui tre Oscar, due Golden Globe e quattro BAFTA] interprete britannico ha regalato dal 1982 ad oggi indimenticabili performance davanti la macchina da presa.

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NERVE di Hanry Joost e Ariel Schulman

Mentre sulle pagine della cronaca nera e nelle edizioni dei TG si aggiorna in continuazione il numero di vittime legate al fenomeno della Blue Whale, che ad oggi conta più o meno duecento suicidi tra gli adolescenti di tutto il mondo, sugli schermi nostrani [dal 15 giugno con 01 distribution] approda un film che del temuto e letale “gioco di ruolo” sembra una sorta di precursore. I più maligni potrebbero pensare all’ennesima operazione di sciacallaggio, di quelle prodotte negli ultimi decenni sulla scia di tragedie e sciagure di ogni sorta, ma non è questo il caso, poiché la matrice cartacea dalla quale la pellicola in questione ha preso origine risale al 2012, ossia quando della Blue Whale non vi era ancora alcuna traccia.

In Nerve, trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo young adult di Jeanne Ryan, ci ritroviamo catapultati al seguito di Vee Delmonico [Emma Roberts], una studentessa modello dell’ultimo anno delle superiori, che è stanca di rimanere sempre in disparte. Quando i suoi amici la incoraggiano a partecipare a un popolare social game online chiamato Nerve, Vee decide di iscriversi, anche solo per provare quello che in apparenza le sembra un gioco innocuo e divertente. E così, Vee viene risucchiata nel vortice adrenalinico della competizione, della fama e dei follower, assieme a un misterioso ragazzo [Dave Franco], ma a un certo punto il gioco diventa sempre più inquietante, con sfide via via più rischiose, in un crescendo ansiogeno che porterà alla prova finale dove la posta in gioco sarà altissima.

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CLASSE Z di Guido Chiesa

Tra le qualità che dovrebbe avere un regista cinematografico [e non solo] c’è anche la versatilità, vale a dire la capacità e la volontà di sapersi confrontare con Generi, temi, registri, personaggi e storie differenti. Quella di sapersi adattare a ciò che la Settima Arte, ma soprattutto il mercato, propone di volta in volta nell’arco della carriera al cineasta di turno, indipendentemente dalla latitudine, dalla formazione e dall’estrazione di appartenenza, dovrebbe essere considerato, a parere nostro, un gene determinate nel DNA artistico e professionale necessario alla sua sopravvivenza. Ciò non significa dovere rinunciare al proprio stile o snaturare il proprio percorso, bensì dare dimostrazione della propria completezza. C’è chi fa di necessità virtù o chi, al contrario, fa del cambiamento lo strumento per non rimanere ingabbiato in questa o quella etichetta, o ancora chi sceglie volutamente di cambiare in continuazione pelle per non ripetersi.

Ora, per quanto riguarda Guido Chiesa non sapremmo proprio quale di queste “categorie” di attribuirgli, ma una cosa è certa: la versatilità fa sicuramente parte del suo curriculum. Lo ha dimostrato negli ultimi anni, firmando nelle vesti di sceneggiatore e di regista una serie di commedie che hanno mostrato al pubblico e agli addetti ai lavori l’altra faccia della medaglia della sua produzione. Nella prima parte della carriera, ossia dall’esordio con Il caso Martello sino a Io sono con te, l’autorialità, l’impegno e l’approccio a storie drammaturgicamente e tematicamente dal peso specifico elevato, sono state le parole d’ordine.

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IL PADRE D’ITALIA di Fabio Mollo

Chi ha già avuto modo di confrontarsi con il cinema di Fabio Mollo ritroverà nella sua nuova fatica dietro la macchina da presa dal titolo Il padre d’Italia tutta una serie di elementi ricorrenti e riconoscibili. Nel suo secondo lungometraggio di finzione, nelle sale a partire dal 9 marzo con Good Films, il regista calabrese torna infatti su temi a lui cari, che in modalità random si sono affacciati nell’opera prima Il Sud è niente, ma anche nelle prove sulla breve distanza [Al buio e Giganti] e in quelle documentaristiche come Vincenzio da Crosia: dalla ricerca dell’identità all’accettazione, dai legami familiari alla paternità, fino al tema del viaggio e della crescita.

Al centro del racconto troviamo due anime in cerca di qualcosa o di qualcuno, due esseri agli antipodi che si scontrano per poi incontrarsi. Il tutto passa proprio per un viaggio di conoscenza, fisico ed emozionale, alla scoperta dell’altro e in primis di se stessi. Ne Il padre d’Italia veniamo catapultati al seguito di Paolo, un trentenne che conduce una vita solitaria, quasi a volersi nascondere dal mondo. Il suo passato è segnato è segnato da un dolore che non riesce a superare. Una notte, per puro caso, incontra Mia, una prorompente e problematica coetanea al sesto mese di gravidanza, che mette la sua vita sottosopra. Spinto dalla volontà di riaccompagnarla a casa, Paolo comincia a un viaggio al suo fianco che porterà entrambi ad attraversare l’Italia e a scoprire il loro irrefrenabile desiderio di vivere.

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BILLY LYNN – UN GIORNO DA EROE di Ang Lee

Cinematograficamente parlando, il 2 febbraio 2017 in Italia verrà ricordato come la giornata dedicata agli eroi di guerra. Un mix di coincidenze e “strategie” distributive ha voluto, infatti, che ben due pellicole sul tema approdassero nelle sale nostrane nello stesso weekend, ed entrambe battenti bandiera a stelle e strisce.

Stiamo parlando di La battaglia di Hacksaw Ridge e di Billy Lynn – Un giorno da eroe. Nel primo, il Mel Gibson regista rievoca la storia di Desmond Doss, primo obiettore di coscienza a ricevere la medaglia d’onore per aver salvato 75 soldati durante la battaglia di Okinawa, nella Seconda Guerra Mondiale, senza mai utilizzare un’arma. Nel secondo, invece, Ang Lee narra la storia del giovane soldato semplice Billy Lynn che, insieme ai commilitoni del reparto Bravo, si trasforma in un eroe nazionale dopo un’estenuante battaglia in Iraq.

Insomma, ci troviamo in presenza di uomini da celebrare e da ricordare, ciascuno a proprio modo per il coraggio dimostrato sul campo di battaglia. Un atto dovuto in entrambi i casi che, oltre a tributare il giusto omaggio all’uomo e alle sue gesta, serve anche ad alimentare il serbatoio del patriottismo, che oggi più che mai ha un bisogno enorme di carburante da bruciare per alimentare il motore della suddetta causa.

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