fantasy

KONG: SKULL ISLAND di Jordan Vogt-Roberts

1973: una spedizione fatta di militari dell’esercito americano, reporter e studiosi di una società segreta chiamata Monarch, si dirige verso un’isola sconosciuta e inesplorata, scoperta grazie all’utilizzo delle prime tecnologie satellitari. Appena arrivati sull’isola e aver sganciato dagli elicotteri delle bombe utili a sondare i suoi strati più sotterranei, il gruppo viene attaccato da un gigantesco gorilla, alto ben 30 metri: gli uomini della spedizione scopriranno di trovarsi di fronte a Kong, una sorta di divinità per gli indigeni e l’unico della sua specie rimasto in vita per difende le altre creature di Skull Island da mostri altrettanto fuori scala ma davvero malvagi: gli Strisciateschi, creature rettiloidi dall’aspetto mostruoso e con alcune parti del proprio scheletro a vista.

Il Kong: Skull Island di Jordan Vogt-Roberts è un reboot della storia del re dei primati. Non cerca legami riconoscibili con film o capitoli precedenti, ma tenta di attualizzare la sua storia per renderla appetibile soprattutto per il pubblico più giovane. Tutto, quindi, nel film deve rispondere a esigenze commerciali ben precise: innanzitutto per un successo grande ci vuole un grande gorilla, e in questo caso con i suoi 30 metri dichiarati questo Kong è il più grande mai esistito. In secondo luogo, Kong: Skull Island doveva essere un ottimo punto di partenza per una saga che avrebbe dovuto abbracciare anche un altro grande re, quello dei rettili: Godzilla! Per quanto riguarda questo punto vi raccomandiamo di aspettare la bella sorpresa, dopo i titoli di coda, che sembra preludere a qualcosa in più di un Godzilla contro King Kong… ma staremo a vedere.

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IL SIGNORE DELLE MOSCHE di Peter Brook

Il signore delle mosche, diretto dal regista britannico Peter Brook e presentato al Festival di Cannes nel 1963, è il primo adattamento per il cinema del romanzo omonimo di William Golding, scritto nel 1952 ma pubblicato due anni dopo.

La trama è contestualizzata nel 1984, quando le autorità britanniche costringono gli studenti di un college a imbarcarsi su un aereo per sfuggire al pericolo di una imminente guerra atomica. Ma una tempesta fa precipitare l’aereo nel bel mezzo di un’isola deserta nell’Oceano Pacifico: i ragazzi, dovendo arrangiarsi senza la guida degli adulti, si vedranno costretti alla sopravvivenza procurandosi cibo e costruendo capanne. I leader delle due fazioni sono Ralph e Jack: il primo più moderato, il secondo più irruento. I due verranno presto ai ferri corti.

Il signore delle mosche è un inquietante apologo che indaga sulla psicologia dell’essere umano – in questo caso dei bambini – e sul suo comportamento il quale, privato delle regole, regredisce ad uno stato primordiale.

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Madness Factory ci racconta PARACELSO

Mattia Cavaliere Andrea Stella sono i creatori di Paracelso e e Oscar Celestini è il disegnatore del fumetto legato a questo progetto. Ci hanno contattato parlandoci della prima serie “crossmediale” che si muove tra live action e fumetto. Incuriositi, non abbiamo resistito e abbiamo voluto saperne di più…

[Luca Ruocco]: Ciao. Innanzitutto presentatevi ai lettori di InGenere Cinema. Chi siete, di cosa vi occupate e cos’è Madness Factory?

[Mattia Cavaliere]: Un saluto ai lettori di InGenere Cinema. Sono un giovane direttore della fotografia che ha iniziato lavorando sul campo in varie produzioni sul territorio piemontese, più precisamente a Torino. Nel 2015 ho fondato insieme ad Andrea Stella Madness Factory, un collettivo di artisti che si dedicano allo sviluppo di prodotti legati al mondo dell’intrattenimento. Insieme ad Andrea mi occupo anche della regia dei nostri progetti.

[Andrea Stella]: Ciao Luca e grazie per la disponibilità! Per quanto mi riguarda, posso dirti che sono nato nel 1992 e che ho una grande voglia di nuclearizzare il pianeta Terra senza una particolare ragione. A parte questo piccolo dettaglio, sono comunque una persona molto pacifica che collabora con un po’ di siti tra cui Lo Spazio Bianco. Di giorno sono un blogger/sceneggiatore che nel corso della sua relativamente giovane vita ha già compiuto circa 1650 omicidi. Di notte pure. Per fortuna però nessuno mi ha ancora scoperto, quindi per ora posso stare tranquillo.

[Oscar Celestini]: Sono un illustratore e colorista che si occupa anche di sviluppare giochi indie. Al momento disegno per IWC USA e coloro per Sergio Bonelli Editore. In questo periodo sono anche impegnato a curare la grafica di alcune app per smartphones e videogiochi pc.

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VIY – La maschera del Demonio + EQUALS

All’inizio del XVIII secolo il cartografo Jonathan Green intraprende un viaggio scientifico dall’Europa verso l’Oriente. Dopo aver attraversato la Transilvania e i Carpazi, l’uomo si ritrova in un piccolo villaggio perso tra i boschi. Le strane persone che vivono lì sono convinte di essere riuscite a salvarsi dal Male grazie ad un profondo fossato che riuscirebbe ad isolarle dal resto del mondo. I popolani ignorano, però, che il male è già riuscito ad infiltrarsi tra loro, e attende solo il momento più propizio per saltar fuori.L’imbranato Jonathan Green si ritroverà protagonista di un’assurda storia popolata da creature di cui non aveva mai trovato traccia nei suoi amati libri.

VIY – La maschera del Demonio di Oleg Stepchenko non è  solo un film horror. Non lo è in riferimento, innanzitutto, all’ironia marcata e demenziale, onnipresente, che molto spesso riesce a sovrastare la tematica orrorifica e fantastica su cui il film poggia.

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ROGUE ONE: A Star Wars Story di Gareth Edwards

Quando la Disney ha acquistato la Lucas Film, un brivido ha percorso la schiena di molti di noi. Fu un brivido di entusiasmo, ma anche di terrore. Già, perché lo Studio di Topolino non aveva solo in mente una nuova trilogia – sequel di quella originale – ma anche degli spin-off che potessero raccontare alcune storie mai veramente narrate, eppure molto importanti per l’intero universo delle Guerre Stellari.

Rogue One: A Star Wars Story è il primo di questa serie di film, che inaugura ufficialmente l’era Disney del multi-franchise e che segna il reale superamento del linguaggio e della visione del padre della Galassia lontata, lontana, George Lucas.

Il film racconta la storia di un improbabile gruppo di eroi che intraprendono, in un periodo di conflitto, una missione suicida per sottrarre i piani della più potente arma di distruzione di massa mai ideata dall’Impero, la Morte Nera. Questo evento, fondamentale per la storia di Star Wars, spingerà delle persone ordinarie a unirsi per realizzare imprese straordinarie, diventando parte di qualcosa di più grande.

Dietro la macchina da presa c’è Gareth Edwards, regista indie che sa lavorare con le major e – a giudicare dal suo Godzilla – infondere uno sguardo personale in grossi blockbuster dal fandom molto esigente. E anche con questo film, il regista di Monsters, non tradisce la sua fama e coglie l’occasione per realizzare il primo film dell’intera saga di Guerre Stellari che si emancipa da George Lucas e dalla sua idea di cinema.

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MISS PEREGRINE – LA CASA DEI RAGAZZI SPECIALI di Tim Burton

Plastici infestati da bio-esorcisti. Città gotiche protette da uomini pipistrello. Uomini con forbici al posto delle mani. Re delle zucche. Paesaggi innevati… e il Natale. Nell’immaginario comune tutto questo viene ricollegato, da molti anni, a un solo uomo: Tim Burton. Dopo tanto tempo il pubblico si è talmente abituato ai suoi scenari oscuri e fantasiosi, che sembra che il regista di Burbank sia quasi costretto a continuare ad offrire tutto ciò, poiché appena prova a cambiare qualcosa nel suo stile, gli spettatori rimangono disorientati, chiedendosi se quello che hanno visto sia effettivamente una sua opera vera è propria. Basta citare il caso di Planet of the Apes – Il pianeta delle scimmie: dopo l’annuncio che alle redini del remake ci sarebbe stato proprio Burton, il pubblico è andato subito in visibilio al solo pensiero di poter vedere infuso il suo universo visionario nelle scimmie ideate da Pierre Boulle, in particolar modo nel trucco e nella scenografia. Purtroppo, la scelta di distanziarsi temporaneamente ha lasciato con l’amaro in bocca: niente scimmie e scenografie “Burtoniane”, niente atmosfere particolarmente dark, niente di niente. Solo un’opera che sembrava realizzata da un giovane regista alle prime armi, priva di carattere. E così, da lì in poi Burton ha corretto il tiro, tornando al fantastico, allo strambo e all’oscurità [Big Fish, Charlie e la fabbrica di cioccolato, Sweeney Todd, per citarne alcuni] e nel romanzo di Ransom Riggs, La casa dei bambini speciali di Miss Peregrine, il cineasta ha trovato il soggetto ideale per dare libero sfogo al suo personale mondo visivo. A sua volta, Riggs è come se avesse servito su un piatto d’argento la sua opera letteraria al regista, dando l’impressione di essersi direttamente ispirato al mondo burtoniano.

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MISS PEREGRINE – La casa dei ragazzi speciali: Incontro con Tim Burton

Abbiamo incontrato Tim Burton in occasione dell’uscita in sala italiana del suo ultimo film: Miss Peregrine – La casa dei ragazzi speciali. Di seguito il report della conferenza stampa.

[InGenere Cinema]: Qual è stata la scintilla che l’ha portata a lavorare ad un romanzo complesso come “La casa dei bambini speciali di Miss Peregrine” di Ransom Riggs?

[Tim Burton]: Per prima cosa il titolo: “Peculiar Children”, cioè bambini peculiari, singolari. È come se il titolo mi avesse parlato facendomi così ricordare la mia infanzia, perché sono stato un bambino di quel tipo. E poi il modo in cui Ransom Riggs ha messo insieme gli ingredienti della storia, partendo da vecchie fotografie. Io colleziono foto e quando ne guardi una datata ti viene racconta una storia, ma non tutta, così da conservare quella parte inquietante, poetica, potente e misteriosa. Insomma, mi è piaciuto molto il modo in cui Ransom ha messo insieme la storia attraverso queste fotografie.

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OZ di Stefano Bessoni

oz-bessoniContinua la produttiva collaborazione tra Stefano Bessoni e la casa editrice Logos Edizioni. L’ultima fatica dell’abile illustratore, regista e animatore é nientemeno un personale adattamento del celebre romanzo Il meraviglioso mago di Oz, scritto dallo scrittore statunitense Lyman Frank Baum.

La bellezza di questo romanzo è indiscutibile, come pure l’originalità del soggetto, che lo rende assolutamente moderno ancora oggi.

Con Oz, Bessoni torna a volgere lo sguardo, dopo Pinocchio e Alice Sotto Terra, alla narrativa e al fantastico, e lo fa esprimendo al meglio la sua visionarietà, creatività e abilità narrative.

Nel volume ogni pagina testuale [presentata in lingua italiana e inglese] viene affiancata ad una tavola illustrata che raccconta un momento della storia, e dove l’autore romano sembra proprio divertirsi, tuffandosi nel mondo del macabro da lui tanto amato con l’eleganza e la vivacità che caratterizza la sua arte.

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IL DRAGO INVISIBILE di David Lowery

drago-invisibile-1Il drago è una creatura mitico-leggendaria dai tratti solitamente serpentini o comunque affini ai rettili, ed è presente nell’immaginario collettivo di tutte le culture. In quelle occidentali come essere malefico portatore di morte e distruzione – pensate solo a quante favole indicano l’uccisione di un drago come il gesto più eroico e coraggioso esistente -, mentre, in quella orientale come creatura portatrice di fortuna e bontà. Nel corso del tempo, la letteratura si è soffermata di sovente su quest’essere straordinario, costruendo una vera e propria mitologia, molto rispettata da tutti gli amanti del Genere fantasy. Anche il cinema ha contribuito a far crescere e conservare la leggenda della creatura invincibile e sputa-fuoco, anche attraverso operazione particolari o bizzarre. E’ certamente il caso di Elliot il drago invisibile: pellicola del 1977, realizzata in tecnica mista e che vedeva interagire un buffo draghetto verde – reso accattivante e gentile da uno splendido disegno animato in tecnica classica – con un povero orfanello. Erano gli anni settanta e anche una grande major come la Disney non disdegnava di sperimentare cose differenti… bei tempi, quelli. Quasi quarant’anni dopo, lo Studio di Topolino, ci riprova proponendo ancora la storia del drago e dell’orfanello, ma stavolta con la solidità degli effetti digitali e lo sguardo indie del giovane regista David Lowery.

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WARCRAFT – L’INIZIO di Duncan Jones

warcraft1Orchi vs uomini. Su questo epico scontro si è basata la prima edizione di Warcraft, videogame prodotto da Blizzard Entertainment nel lontano 1993. E’ passato molto tempo da allora e il franchise fantasy della società californiana è cresciuto a dismisura diventando fenomeno di massa, nonché prodotto crossmediale, capace di reincarnarsi in fumetto, libro, gioco da tavolo, carte da collezione e webgame. Da anni si aspettava il passaggio al grande schermo e dopo una serie di false partenze – la più nota è quella che voleva Sam Raimi in cabina di regia – la Blizzard è riuscita nell’impresa.

Con Warcraft – L’inizio, si recuperano orchi e uomini per proporre al pubblico della sala la base narrativa che ha reso questo brand così amato in tutto il mondo. Il risultato? Un’opera derivata, meno epica di quanto avrebbe potuto essere, ma di grande impatto visivo.

Il pacifico regno di Azeroth è sul piede di guerra e la sua civiltà è costretta ad affrontare una terribile stirpe di invasori: i guerrieri Orchi in fuga dalla loro terra agonizzante e pronti a colonizzarne un’altra. Quando il portale che collega i due mondi si apre, un esercito va incontro alla distruzione, mentre l’altro rischia l’estinzione. Da fronti opposti, due eroi affronteranno un conflitto che deciderà il destino delle loro famiglie, dei loro popoli e della loro terra. Così ha inizio una spettacolare saga di potere e sacrificio, durante la quale la guerra avrà molte facce, ed ognuno combatterà per la propria causa.

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