drammatico

THE CHILDHOOD OF A LEADER – L’INFANZIA DI UN CAPO di Brady Corbet

Girato in 35mm, liberamente ispirato all’omonimo racconto del 1939 di Jean-Paul Sartre e al romanzo del 1965 Il mago di John Fowles, il film racconta in quattro atti la vita del piccolo Prescott [Tom Sweet] nella villa vicino a Parigi dov’è alloggiato con i suoi genitori.

Il papà [Liam Cunningham], consigliere del presidente americano Wilson, lavora alle stressanti trattative di definizione di quello che diventerà il famigerato trattato di Versailles, appena dopo la fine della prima guerra mondiale.

La formazione del carattere di Prescott è segnata da una precoce tensione intellettuale e da frequenti scatti d’ira, che portano inevitabilmente alla continua ridefinizione degli equilibri di potere familiare.

In questo contesto si consuma lo scontro tra lo sterile e vigliacco mondo maschile dei diplomatici, e dall’ambiguo amico di famiglia Charles Marker [Robert Pattinson], e quello femminile, al contrario vitale e vibrante, che circonda il bambino con le tre diverse figure di donna che gestiscono la sua vita: l’austera e religiosa mamma [Bérénice Bejo], la dolce governante [Yolande Moreau] e la fragile insegnante di francese [Stacy Martin].

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IL SOGNO DI FRANCESCO di Renaud Fely e Arnaud Louvet

Il sogno di Francesco é probabilmente uno dei film francesi usciti in Italia nel 2016 più profondi.

L’aspetto che rende particolare questo film è innanzitutto un’analisi attenta della regola francescana da un punto di vista davvero poco scontato.

Di film su San Francesco ne abbiamo visti molti, ma questo segna una differenza. San Francesco non è il solo protagonista, con lui ci sono i frati dell’ordine dei francescani, ordine al tempo non ancora riconosciuto dal Vaticano, che ha bocciato alcuni punti della regola, in particolare quelli relativi all’accoglienza dei ‘disagiati’ – categoria nella quale rientrano i banditi, gli assassini – e ai poveri visti come modello di vita ai quali ispirarsi per una vita ridotta alla semplicità e all’umiltà.

La regola  divide i frati, combattuti tra l’apportarvi modifiche così da venir riconosciuti dalla Chiesa come ordine, oppure lasciarla così come é stata pensata e studiata, rischiando però di essere tacciati come eretici e subire atti di violenza.

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RITRATTO DI FAMIGLIA CON TEMPESTA di Kore-eda Hirokazu

Andiamo al cinema, leggiamo libri, ascoltiamo musica e andiamo a vedere una mostra o un museo per diverse ragioni: per passione, per svago, perché vogliamo darci un tono o per appagare un’autentica sete di cultura.

Ogni approccio è legittimo e si può godere di una medesima esperienza in modi diversi; questo dipende dal soggetto in causa che si relaziona ad una determinata opera d’arte, e dipende quindi da tutte le variabili che fanno parte del bagaglio di esperienze dell’individuo.

Ma c’è un elemento che ci accomuna tutti, anche se inconsapevolmente: la voglia di conoscerci ancora più a fondo. Ci immergiamo in un’opera d’arte per amplificare le nostre emozioni, per dare loro valore e giungere ad una conoscenza più completa della natura umana e di noi stessi.

Kore-eda Hirokazu ha alle spalle una lunga carriera in campo documentaristico, ha poi esordito sul grande schermo nel 1995 con Maborosi ed è riuscito a imporsi a livello internazionale con i suoi due ultimi lavori, Father and Son [2013, Premio della Giuria a Cannes] e Little Sister [2015].

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SONG TO SONG di Terrence Malick

Sono davvero pochi i registi che raggiungono lo status di artista. Uomini che osservano la vita e la restituiscono con personalità e visione e che hanno scelto il cinema per veicolare la loro espressione.

Si sarebbero potuti esperire al meglio anche attraverso altre arti, come la pittura, la musica o la letteratura. Ma per qualche motivo, difficile da stabilire, hanno scelto il cinema, cambiandolo, capovolgendolo, criticandolo e rendendolo necessario e unico.

Tra questi cineasti, c’è senza dubbio Terrence Malick, il quale nel corso della sua carriera e attraverso le sue pellicole, è riuscito a mettere in crisi il linguaggio al quale eravamo abituati, rendendo riconoscibile e personale il cinema. In particolare, negli ultimi anni – anche grazie alla collaborazione con il grande direttore della fotografia Emanuel Lubeski – l’impianto estetico dei suoi film ha cambiato moltissimo il modo di intendere il racconto cinematografico, influenzando perfino il mainstream.

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ON THE MILKY ROAD: Conferenza stampa con Emir Kusturica e Monica Bellucci

On The Milky Road è il nuovo, bellissimo film di Emir Kusturica. Dopo il passaggio in concorso alla 73esima Mostre d’Arte Cinematografica di Venezia, il film arriva finalmente anche nelle sale italiane. Il regista, tra i pochi vincitori di ben due Palme d’Oro, ha presentato questa sua ultima fatica alla stampa nostrana in compagnia di Monica Bellucci. Noi eravamo lì.

[InGenere Cinema]: Com’è nata l’idea che ha portato a “On The Milky Road”? So che sono stati necessari quattro anni di lavorazione…

[Emir Kusturica]: Tutto è iniziato da tre storie che mi vennero in mente, ma non nello stesso momento. L’uomo che trasportava il latte l’ho ascoltata a Mosca: andava avanti e indietro per portare il latte e nel suo cammino dava da bere ad un serpente. Poi quello stesso serpente gli salvò la vita, proprio come succede nel mio film. La seconda proviene dalla Croazia: una ragazza ucraina che visse a Roma, torno all’inizio della guerra e lavora come spia. Una donna bellissima che fece innamorare il generale inglese che uccise sua moglie per lei. Ho messo insieme queste due storie insieme ad una terza ovvero quella di un uomo che si salva grazie ad un gregge di pecore. Ho messo tutto insieme e sono partito per questo viaggio durato molti anni.

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ANIMALI NOTTURNI in DVD

Un’artista annoiata dal suo lavoro e infelicemente sposata riceve, inaspettatamente, un manoscritto dal suo ex marito, scrittore di poco conto, riciclatosi come insegnante. La loro era stata una rottura brusca e dolorosa, soprattutto per lui, e l’arrivo di quel romanzo riesce a dare un’ulteriore scossa all’instabile equilibrio emotivo in cui la protagonista è bloccata da qualche tempo.

Quel romanzo, Animali notturni, riavvicina in maniera quasi traumatica la donna al suo passato, al suo ex e, in qualche modo le mostra un’orribile spaccato di realtà “altra”, mai vissuta dai due, ma che la porta a immaginare le drammatiche vicende raccontate su quei fogli proprio dando ai tre protagonisti i loro volti e quello della loro figlia.

Proprio quel manoscritto, ancor più del loro passato comune, riesce a spingere la donna verso un esame di molto critico della propria vita, mentre lei e lo spettatore vengono rimbalzati tra le vicende di un presente spento e indolente, un passato pieno di sogni e speranze e un thriller inquietante e stringente che appartiene alla fantasia dell’autore del romanzo fittizio, ma che sembra essere la parte più reale e concreta del tutto: tre livelli di realtà che costruiscono un ottimo gioco di scatole cinesi orchestrato dal regista Tom Ford, autore anche della ricercata scelta estetica, delle inquadrature e dei collegamenti spazio-temporali che riescono ad intrecciare in maniera omogenea i mondi raccontati, che mescolano personaggi, modalità narrative, colori e luci volutamente non assonanti l’uno con l’altro. Ad un mondo freddo e asettico si sussegue uno caldo e sporto, ad un ritmo rilassato un altro frenetico, e via dicendo…

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LE COSE CHE VERRANNO – L’AVENIR di Mia Hansen-Løve

Nathalie insegna filosofia in un liceo di Parigi. Per lei la filosofia non è solo un lavoro, ma un vero e proprio stile di vita. Un tempo fervente sostenitrice di idee rivoluzionarie, ha convertito l’idealismo giovanile nell’ambizione di insegnare ai giovani a pensare con le proprie teste e non esita a proporre ai suoi studenti testi filosofici che stimolino il confronto e la discussione. Sposata, due figli e una madre fragile che necessita di continue attenzioni, Nathalie divide le sue giornate tra la sua famiglia e la dedizione al pensiero filosofico, in un contesto di apparente e rassicurante serenità. Ma un giorno, improvvisamente, il suo mondo viene totalmente stravolto: suo marito le confessa di volerla lasciare per un’altra donna, la mamma muore, i figli sono ormai cresciuti, e Nathalie si ritrova, suo malgrado, a confrontarsi con un’inaspettata libertà.

Con il pragmatismo che la contraddistingue, la complicità intellettuale di un ex studente, e la compagnia di un gatto nero di nome Pandora, Nathalie deve ora reinventarsi una nuova vita.

E’ il primo film di Mia Hansen-Løve in cui lo sguardo, il punto di vista privilegiato, non riguarda personaggi giovani in maniera esclusiva. Succedeva anche ne Il padre dei miei figli, ma l’importanza del punto di vista della giovane figlia finiva comunque per prevalere sulle vicende schematiche e fin troppo razionali degli adulti.

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L’ALTRO VOLTO DELLA SPERANZA di Aki Kaurismaki

Helsinki, giorni nostri. Khaled [interpretato da Sherwan Haji] sbarca rovinosamente e fortuitamente in Finlandia. In quanto siriano chiede asilo, che però non gli viene concesso, nonostante il suo paese sia devastato dai bombardamenti. Ha anche una sorella di nome Miriam, di cui ha perso le tracce in Turchia.

Parallelamente facciamo la conoscenza di Wikstrom [Sakari Kuosmanen], che decide di abbandonare un lavoro poco gratificante e un matrimonio infelice per rilevare un locale ormai alla deriva. I sentieri avventurosi e grotteschi dei due finiranno per incrociarsi andando a confluire proprio nel ristorante, che diventerà per entrambi un luogo di speranza e riscatto.

Il regista finlandese Aki Kaurismaki non ha certo bisogno di presentazioni. Il suo mondo ricco di colori saturi e quasi pastellosi [che si avvicinano a quelli di Wes Anderson] incorniciano personaggi fuori dagli schemi, perdenti che cercano rivalsa, grandi bevitori e fumatori che dialogano a colpi di battute secche e taglienti: L’altro volto della speranza è ancora popolato da queste anime perse ma estremamente divertenti. Il cineasta non cambia un’oncia della sua idea di cinema, anzi in quest’ultima opera ne sintetizza ed esalta gli schemi oramai rodati. E senza mai ripetersi: non una battuta che sappia di “già sentito” e non un personaggio che “sappia di vecchio”.

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IL PADRE D’ITALIA di Fabio Mollo

Chi ha già avuto modo di confrontarsi con il cinema di Fabio Mollo ritroverà nella sua nuova fatica dietro la macchina da presa dal titolo Il padre d’Italia tutta una serie di elementi ricorrenti e riconoscibili. Nel suo secondo lungometraggio di finzione, nelle sale a partire dal 9 marzo con Good Films, il regista calabrese torna infatti su temi a lui cari, che in modalità random si sono affacciati nell’opera prima Il Sud è niente, ma anche nelle prove sulla breve distanza [Al buio e Giganti] e in quelle documentaristiche come Vincenzio da Crosia: dalla ricerca dell’identità all’accettazione, dai legami familiari alla paternità, fino al tema del viaggio e della crescita.

Al centro del racconto troviamo due anime in cerca di qualcosa o di qualcuno, due esseri agli antipodi che si scontrano per poi incontrarsi. Il tutto passa proprio per un viaggio di conoscenza, fisico ed emozionale, alla scoperta dell’altro e in primis di se stessi. Ne Il padre d’Italia veniamo catapultati al seguito di Paolo, un trentenne che conduce una vita solitaria, quasi a volersi nascondere dal mondo. Il suo passato è segnato è segnato da un dolore che non riesce a superare. Una notte, per puro caso, incontra Mia, una prorompente e problematica coetanea al sesto mese di gravidanza, che mette la sua vita sottosopra. Spinto dalla volontà di riaccompagnarla a casa, Paolo comincia a un viaggio al suo fianco che porterà entrambi ad attraversare l’Italia e a scoprire il loro irrefrenabile desiderio di vivere.

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INDIVISIBILI di Edoardo De Angelis

Arriva negli store in DVD, distribuito da Warner Bros. Home Video, il terzo film del regista napoletano Edoardo De Angelis, Indivisibili, di cui abbiamo ampiamente parlato in occasione della sua uscita al cinema, lo scorso settembre. Anche stavolta De Angelis mette a punto un film molto particolare, curato molto sia scritturalmente che tecnicamente.

Indivisibili, è un film che non si dimentica, tanto è traumatica la linea che segue. De Angelis racconta il clima difficile familiare delle protagoniste in una Napoli contemporanea dove tutti vogliono, sulla scia dei reality e dei talent, diventare famosi, venendo ossessionati dalle proprie passioni. Dasy e Viola, gemelle siamesi, non hanno grandissime doti canore, ma il consenso dei cittadini napoletani e le feste private nelle quali sono chiamate a presenziare, fanno credere loro di avere già in mano il successo.

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[in sala]: THE CHILDHOOD OF A LEADER – L’INFANZIA DI UN CAPO di Brady Corbet, su #InGenereCinema [recensione di Egidio Matinata]

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www.ingenerecinema.com

[in sala]: #CiviltàPerduta di James Gray, su #InGenereCinema [recensione di Paolo Gaudio]

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