drammatico

LA TERRA DELL’ABBASTANZA di Damiano e Fabio D’Innocenzo

terra-dell-abbastanzaMirko e Manolo sono due giovani amici della periferia di Roma. Bravi ragazzi, fino al momento in cui, guidando a tarda notte, investono un uomo e decidono di scappare.

La tragedia si trasforma in un apparente colpo di fortuna: l’uomo che hanno ucciso è un pentito di un clan criminale di zona e facendolo fuori i due ragazzi si sono guadagnati un ruolo, il rispetto e il denaro che non hanno mai avuto. Un biglietto d’entrata per l’inferno che scambiano per un lasciapassare verso il paradiso.

La terra dell’abbastanza è un luogo, uno stato d’animo, un modo innato di approcciarsi alla vita in maniera cocciuta, ottusa e a mille all’ora; è un ambiente in cui siamo stati spesso e che riconosciamo come familiare, un non luogo in cui hanno messo radici Pasolini, Caligari, Abel Ferrara, in parte Scorsese, molto recentemente Jonas Carpignano con A ciambra e molti altri.

È un mondo in cui tutto sembra segnato sin dall’inizio. Si comincia da un determinato punto di partenza e non si può far altro che peggiorare. Si capisce da come gli esseri umani che lo abitano parlano, mangiano, pensano, si relazionano, decrescono, vivono e muoiono.

È un inferno sporco e animalesco travestito da quotidianità periferica.

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LAZZARO FELICE di Alice Rohrwacher

lazzaro-feliceLazzaro è un giovane contadino. Non ha ancora vent’anni e sorride alla vita. Anzi, la sua bontà pura e spontanea lo fa a volte sembrare una persona stupida e ingenua, di cui è facile approfittare. Incapace di pensare male del prossimo, Lazzaro non può fare altro che credere negli esseri umani.
È la sua bontà che lo spinge ad approcciarsi al mondo in modo aperto e sereno, un modo che gli uomini da sempre ignorano.

Insieme ad un folto gruppo di contadini, una vera e propria comunità rurale fatta di uomini, donne, anziani e bambini, lavora al servizio della Marchesa Alfonsina de Luna, una nobile possidente ormai decaduta che continua a sfruttarli mantenendoli fuori dal tempo e dal mondo reale.

Lascia perplessi la scelta della giuria di Cannes di assegnare il premio per la miglior sceneggiatura a un film che ha forse proprio nella scrittura un punto debole o che comunque non assegna ad essa un’importanza principale, essendo per sua natura ondivago, quasi indeciso, fuori dagli schemi e in qualche modo fuori dal tempo.

Apparentemente sembra dover raccontare la vita di una comunità che si ritrova a vivere in una situazione assurda, poi quella di Lazzaro, poi quella di un’amicizia.

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DOGMAN di Matteo Garrone

dogmanTra i tanti episodi macabri e violenti che hanno riempito la cronaca nera romana, due sono entrati largamente nell’immaginario collettivo. Ci riferiamo, ovviamente, ai noti fattacci del Nano di Termini e a quelli, ancora più celeberrimi e crudeli, del Canaro della Magliana. Dal primo, un giovane Matteo Garrone, ne trasse nel 2002 la sua bellissima opera seconda, L’imbalsamatore, che gli consentì di imporsi come promessa del nuovo cinema d’autore italiano. A distanza di sedici anni, il regista romano, ormai solida realtà del nostro cinema, sceglie di raccontarci anche quella sporca storiaccia che vide un mite toelettatore di cani, trasformarsi in uno spietato torturatore e assassino.

In una periferia sospesa tra metropoli e natura selvaggia, dove l’unica legge sembra essere quella del più forte, Marcello è un uomo piccolo e mite che divide le sue giornate tra il lavoro nel suo modesto salone di toelettatura per cani, l’amore per la figlia Alida, e un ambiguo rapporto di sudditanza con Simoncino, un ex pugile che terrorizza l’intero quartiere. Dopo l’ennesima sopraffazione, deciso a riaffermare la propria dignità, Marcello immaginerà una vendetta dall’esito inaspettato.

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Stefano Calvagna racconta le baby gang e il cyber bullismo

Il cineasta romano Stefano Calvagna riparte con una nuova opera. Dopo aver girato un film internazionale a Londra, con attori del calibro di Sean Cronin [Mission: Impossible – Rogue Nation, Harry Potter e la camera dei segreti], Ilario Calvo [Rush di Ron Howard e la famosa serie tv internazionale Outlander] e Adam Shaw [Salvate il soldato Ryan, Red 2, Doctor Who serie tv], torna alle origini con un docufilm sulle realtà di una Roma cruda e realistica: le vite dei membri una baby gang che vuole prendere il controllo del quartiere e fare soldi, intrecciate con quelle dei coetanei che fanno, invece, una vita da normali sedicenni.

“Un viaggio nel bullismo contemporaneo accentuato anche a causa dell’ammirazione che i giovanissimi nutrono nei confronti dei protagonisti negativi di alcuni videogiochi, film o serie tv. Di questi prodotti, infatti, i ragazzi non percepiscono il messaggio di denuncia”, dichiara Calvagna, “ma, piuttosto, rendono gli antieroi figure iconiche che li spingono all’emulazione di comportamenti criminali, poiché non sono in grado di comprendere i confini fra realtà e finzione e le gravi conseguenze che ne scaturiscono. Per di più, la moderna società impone metodi educativi molto più tolleranti rispetto al passato, ma, spesso, si fa l’errore di trasformare tale tolleranza in un permissivismo che non consente ai giovani di imparare ad apprezzare alcuni valori”.

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DOPPIO AMORE di François Ozon

doppio-amoreQuello che lo spettatore di turno si trova ad affrontare al cospetto della nuova pellicola di François Ozon dal titolo Doppio amore è un’esperienza filmica che ha il retrogusto inconfondibile e a tratti irritante del déjà-vu, nella quale racconto, drammaturgia, costruzione dei personaggi, one lines, atmosfere e persino la confezione visiva, proiettano la mente del fruitore ad altro. Non si tratta però di suggestioni, tantomeno di una serie di citazioni ed echi al e dal passato, ossia a chi più o meno di recente ha portato sul grande schermo l’alchimia perfetta e allo stesso tempo pericolosa tra cinema e psicanalisi, approfondendo in particolare la dimensione onirica, la sessualità e il tema del doppio. Non stiamo qui a scomodare maestri del passato come Hitchcock, ma è sufficiente gettare uno sguardo furtivo sulla sinossi del film in questione per capire dove il cineasta francese è andato a setacciare e a pescare per comporre le pagine dello script e le inquadrature della sua trasposizione. In Doppio amore si materializzano uno ad uno gli spettri del cinema di Polanski, Cronenberg e De Palma, che Ozon cattura e non riesce mai a fare veramente suoi.

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OLTRE LA NOTTE di Fatih Akin

oltre-la-notteFatih Akin avrebbe dovuto incontrare la stampa italiana per presentare il suo nuovo film, Oltre la Notte, passato in Concorso all’ultimo Festival di Cannes. Sfortunatamente, il maltempo che ha colpito il nostro Paese e in particolare, la neve che ha imbiancato Roma, non hanno concesso al regista tedesco di origine turca di essere presente a questo appuntamento.

Un vero peccato, in quanto, questa sua ultima fatica appare estremamente divisiva e controversa, per tanto la conversazione con il suo autore sarebbe stata molto stimolante e intellettualmente valida. Tematiche sociali come il terrorismo, l’odio per gli immigrati, la difficilissima integrazione in un’Europa sempre più multiculturale in teoria ma non in pratica, nonché la violenza generata da un ritorno preoccupate di ideologie nazionaliste, neofasciste e neonaziste, pongono Oltre la Notte in una scomodissima posizione, ovvero, quella di chi ha il coraggio di affrontare certi argomenti, esponendosi, tuttavia, alla retorica e alla semplificazione di problemi decisamente complessi.

La vita di Katja viene improvvisamente sconvolta dalla morte del marito Nuri e del figlioletto Rocco, rimasti uccisi nell’esplosione di una bomba. Grazie al sostegno di amici e familiari, Katja riesce ad affrontare il funerale e ad andare avanti. Ma la ricerca ossessiva degli assassini e delle ragioni di quelle morti insensate la tormenta, riaprendo ferite e sollevando dubbi. Danilo, avvocato e miglior amico di Nuri, rappresenta Katja nel processo finale contro i due sospetti: una giovane coppia appartenente a un’organizzazione neonazista. Il processo è un’esperienza durissima per Katja, che però non si arrende e si ostina a volere giustizia.

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Alla Casa del Cinema è di scena la famiglia italiana

festina-lenteAl tema della famiglia declinato in tutti i suoi aspetti, da quello storico a quello sociologico, è dedicata la rassegna cinematografica organizzata dalla Onlus Gianfranco Imperatori e dall’Associazione Culturale Fabrica, in ricordo del banchiere mecenate Gianfranco Imperatori.

Dopo Il premio di Alessandro Gassman e Insospettabili sospetti di Zach Braff, gli appuntamenti mensili proseguono alla Casa del Cinema con la proiezione di tre lungometraggi italiani: Festina lente di Lucilla Colonna [12 Marzo alle ore 17.00], Casa di famiglia di Augusto Fornari [9 Aprile alle 17.00] e Una famiglia perfetta di Paolo Genovese [14 Maggio alle 17.00].

Per tutte le proiezioni l’ingresso è gratuito con prenotazione obbligatoria all’e-mail fabricassociazione@gmail.com. La rassegna si concluderà con un evento a sorpresa, nella Sala Deluxe della Casa del Cinema, il 12 Giugno alle ore 20.00.

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A CASA TUTTI BENE di Gabriele Muccino

a-casa-tutti-beneDurante la conferenza stampa di A casa tutti bene, il regista Gabriele Muccino ha dichiarato di aver rifiutato la proposta di dirigine uno dei film più riusciti della stagione, Chiamami col tuo nome. A seguito di tale rivelazione un silenzio sinistro è calato sulla sala. Per alcuni, è presumibile pensare, che tale reazione sia da attribuirsi a una sensazione di scampato pericolo [al netto di come la si può pensare sul film, che si contenderà la statuetta più ambita il prossimo quattro marzo, il lavoro di Luca Guadagnino è assolutamente pregevole]. Mentre, altri, sono stati, più semplicemente, raggelati dalla ratio con la quale il regista romano sceglie i suoi prodotti. Anche chi vi scrive si è fermato a riflettere su questi criteri di scelta e su dove il cinema di Muccino stia pericolosamente precipitando. Le ambizioni internazionali sono terminate? La riscoperta dell’intimismo urlato – tanto caro a questo cineasta – è la risposta ad alcuni flop statunitensi? Oppure il ritorno al consueto, a ciò che si conosce e che è stato apprezzato è più forte di qualsiasi altra velleità hollywoodiana?  A seguito della visione di A Casa Tutti Bene, anche noi di InGenere abbiamo avuto modo di farci un’opinione in merito.

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IL FILO NASCOSTO di Paul Thomas Anderson

il-filo-nascostoLo scorrere sullo schermo dell’ultimo fotogramma dei titoli di coda de Il filo nascosto porterà con sé una serie di stati d’animo e di emozioni, opposte e combinate, che giocoforza travolgeranno lo spettatore di turno: da una parte quella meravigliosa e insostituibile sensazione di avere assistito a un’opera di straordinaria bellezza, di quelle destinate a restare impresse nella memoria; dall’altra quella altrettanto dolorosa di rappresentare suo malgrado il definitivo, a parole del diretto interessato, canto del cigno di colui che ha impreziosito la suddetta pellicola con l’ennesima imponente performance attoriale della sua filmografia. Di conseguenza, una volta terminata la visione del nuovo film di Paul Thomas Anderson, nelle sale nostrane dal 22 febbraio dopo la proiezione [musicata dal vivo] all’International Film Festival Rotterdam 2018 [sezione Limelight], si dovrà purtroppo fare i conti anche con il dispiacere grandissimo di dovere rinunciare a malincuore al contributo attoriale di Daniel Day-Lewis.

Dunque, Il filo nascosto sarà ricordato, non solo per i suoi indubbi meriti artistici e tecnici, ma anche per essere, a scanso di un futuro ripensamento [lo speriamo tanto], l’addio di Daniel Day-Lewis alla Settima Arte, la stessa alla quale il pluri-decorato [tra cui tre Oscar, due Golden Globe e quattro BAFTA] interprete britannico ha regalato dal 1982 ad oggi indimenticabili performance davanti la macchina da presa.

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MADE IN ITALY di Luciano Ligabue

Dopo diciotto anni di attesa arriva nelle nostre sale il terzo film da regista del cantante e musicista Luciano Ligabue. Made in Italy, ispirato all’omonimo concept album uscito nel novembre del 2016, ripercorre la storia di proletariato, cambiamento e amore presente nei quattordici brani del disco del rocker emiliano.

I temi sono quelli cari a Ligabue, così come l’ambientazione di provincia e un certo interesse verso gli ultimi. Sono passati tanti anni ma il suo cinema resta immobile, cristallizzato, fermo a quello del suo debutto che, badate bene, resta il punto più alto di questo regista.

Un film nato vecchio che vorrebbe fotografare l’anima candida di questo Paese, presa a schiaffi dai furbi, potenti e padroni, ma che finisce per mostrarsi come un campionario stanco di piccoli – o grandi, fate voi – eventi quotidiani intrisi di retorica e qualunquismo.

Stefano Accorsi è Riko, un uomo di specchiate virtù e comprovata sfortuna: incastrato in un lavoro che non ha scelto, a malapena in grado di mantenere la casa di famiglia. Può contare però su un variegato gruppo di amici, su una moglie che, tra alti e bassi, ama da sempre, e un figlio ambizioso che frequenta l’università.

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