drammatico

TUTTI LO SANNO di Asghar Farhadi

tutti-lo-sannoIn occasione del matrimonio della sorella, Laura torna con i figli ma senza il marito nel proprio paese natale, nel cuore di un vigneto spagnolo.

Durante la festa, Irene, figlia maggiore di Laura, viene rapita. I rapitori lasciano solo vecchi ritagli di giornale riguardanti la scomparsa di un’altra bambina e poco dopo contattano la madre per il riscatto. L’avvenimento sconvolge la famiglia e le persone che le gravitano intorno, oltre a far riaffiorare un passato rimasto troppo a lungo sepolto.

Non sappiamo il nome del paese in cui è ambientato l’ultimo film di Asghar Faradi, il primo fuori dall’Iran e il primo in lingua spagnola. Si capisce abbastanza vagamente che ci si trova in una campagna nei dintorni di Madrid, un luogo in apparenza idilliaco o perlomeno in cui la vita sembra scorrere serena e placida nella sua semplicità: casa, lavoro, una chiacchiera al bar davanti a una birra e a un piatto di olive.

Ma, come sempre, la semplicità è un concetto puramente illusorio; al massimo può essere una coltre di nebbia che nasconde insidie complesse e spigolose.

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SE LA STRADA POTESSE PARLARE di Barry Jenkins

se-la-stradaUno dei temi ricorrenti nei film scelti per questa tredicesima Festa del Cinema di Roma è sicuramente quello della violenza di matrice razziale, problema antico che continua a ripercuotersi nella contemporaneità come una maledizione che si alimenta tra le epoche.

Oltre al terzo lungometraggio di Barry Jenkins, solo la selezione ufficiale conta The Hate U Give [George Tillman Jr.], Green Book [Peter Farrelly] e Mosters and Men [Reinaldo Marcus Green], tutti film che gravitano intorno alla stessa questione.

Basato sul romanzo omonimo di James Baldwin, la storia raccontata da Barry Jenkins in Se la strada potesse parlare è ambientata negli anni ’70, quartiere di Harlem, Manhattan.

Uniti da sempre, la diciannovenne Tish e il fidanzado Alonzo, detto Fonny, sognano un futuro insieme. Quando Fonny viene arrestato per un crimine che non ha commesso, Tish, che ha da poco scoperto di essere incinta, fa di tutto per scagionarlo, con il sostegno incondizionato di parenti e genitori. Senza più un compagno al suo fianco, Tish deve affrontare l’inaspettata prospettiva della maternità.

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IL VIZIO DELLA SPERANZA di Edoardo De Angelis

vizio-della-speranzaVincitore del Premio del Pubblico BNL 2018, Il vizio della speranza di Edoardo De Angelis, in programma nella selezione ufficiale della Festa del Cinema.

Se si ha chiaro cosa si vuole comunicare si riesce ad arrivare all’essenziale. Il vizio della speranza non gira intorno, non si perde nella narrazione didascalica, proponendoci una modalità a cui purtroppo non siamo abituati.

Pochi cenni al passato della protagonista, quanto basta per darle concretezza, pochi dettagli su ciò che pensa, sulle motivazioni che la guidano.

L’azione determina il suo essere e così Il vizio della speranza è un’esperienza affidata allo spettatore, che ricostruisce in sé un universo dato per frammenti.

A volte questa mimesi del linguaggio è talmente estetizzata che si perde il significato complesso: resta un’immagine, un fotogramma stilizzato, carico di vibrazioni e intensità emotiva.

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BOY ERASED – Vite cancellate di Joel Edgerton

boy-erasedBoy Erased è un film di denuncia che utilizza il mezzo cinematografico come strumento di comunicazione di massa, non approfittando fino in fondo delle sue potenzialità. Equilibrato e limpido non osa, così da non arrivare allo spettatore con l’irruenza e l’esigenza che occorrono per trasportare il sentimento di costrizione della storia.

Boy Erased – Vite cancellate, tratto dal libro di memorie di Garrard Conley, vuole aprire un dibattito sulla pratica della terapia di conversione attualizzata ancora oggi in America.

La missione del film fa sì che la priorità sia di comunicare al pubblico l’esistenza della terapia riparativa e sottolinearne le ripercussioni psicologiche ed emotive di chi si sottopone a essa. Per questo motivo l’audacia della visione registica e l’arte del cinema sono marginalizzate.

Il regista Joel Edgerton è rimasto colpito dalla storia di Garrard Conleyc he racconta in Boy Erased: A Memoir of Identity, Faith and Family. Per riportarla con fedeltà ha cercato di condurre gli spettatori oltre i loro pregiudizi, che siano essi a favore o contrari alle pratiche religiose. Così sono esposti più punti di vista, senza una distinzione netta di buoni e cattivi.

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FIRST MAN – IL PRIMO UOMO di Damien Chazelle

first-manWhiplash.

La La Land.

First Man.

Damien Chazelle è un regista ossessionato dal tema della perdita. Cosa siamo disposti a perdere per raggiungere i nostri traguardi. Oppure, se si vuole prenderla più alla larga e in maniera più filosofica, c’è una sorta di predestinazione per coloro che sono destinati a fare grandi cose? E questa predestinazione comprende in sé un prezzo altissimo da pagare?

I primi due film parlavano di questo concentrandosi più sulla sfera personale dei protagonisti.

Il batterista di Whiplash arrivava a un passo dall’autodistruzione prima di diventare il più forte di tutti. Mia e Sebastian raggiungevano la piena realizzazione dei loro sogni dopo aver messo da parte la loro storia d’amore mai davvero tramontata.

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SOLDADO di Stefano Sollima

Nella guerra alla droga non ci sono regole. La lotta della CIA al narcotraffico fra Messico e Stati Uniti si è inasprita da quando i cartelli hanno iniziato a infiltrare terroristi oltre il confine americano. Per combattere i narcos l’agente federale Matt Graver [Josh Brolin] dovrà assoldare il misterioso e impenetrabile Alejandro [Benicio Del Toro], la cui famiglia è stata sterminata da un boss del cartello. Alejandro scatenerà una guerra incontrollabile tra bande in una missione che lo coinvolgerà in modo molto personale.

Cambio al volante per il secondo capitolo della saga ambientata nel mondo criminale al confine tra Messico e Stati Uniti, la quale è solo una delle tante narrazioni che negli ultimi anni hanno messo piede in quella porzione di mondo [pensiamo a Breaking Bad, Better Call Saul, Hell or High Water o ai libri di Don Winslow [Il potere del cane e Il Cartello su tutti] e ancor prima a quelli di Cormac McCarthy [Non è un paese per vecchi].

Il mondo Sicario passa dalle mani di Denis Villeneuve a quelle di Stefano Sollima, il quale ha una certa familiarità con le zone grigie e nere che caratterizzano i mondi criminali contemporanei.

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UN NEMICO CHE TI VUOLE BENE di Denis Rabaglia

A un progetto come quello di Un nemico che ti vuole bene, terza fatica dietro la macchina da presa di Denis Rabaglia, è legata una prima grande curiosità, ossia quella di vedere Diego Abatantuono alle prese con qualcosa che non fosse una commedia, qualcosa sulla carta lontano dalle sue abituali frequentazioni. Da parte sua, l’attore milanese ha avuto modo, nell’arco di una lunga e fortunata carriera, di misurarsi anche con altri generi e di concedersi parentesi più o meno riuscite.

La pellicola in questione, nelle sale a partire dal 4 ottobre con Medusa Film dopo l’anteprima all’ultima edizione del Festival di Locarno, in tal senso rappresenta una duplice scommessa, tanto per l’interpreta quanto per il cineasta italo-svizzero che ha deciso di puntare su di lui per il ruolo di Enzo Stefanelli, un professore di astrofisica che in una notte di pioggia si trova a soccorrere un giovane ferito da un colpo di pistola. Così gli deve ora riconoscenza e decide di dimostrargliela in un modo particolare. Visto che è un killer di professione, è pronto a uccidere gratuitamente quello che Enzo considera il suo peggior nemico. Il professore inizialmente si ritrae: non pensa di avere nemici. Il killer lo spingerà a guardarsi intorno e progressivamente le idee di Enzo cambieranno.

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L’UOMO CHE UCCISE DON CHISCIOTTE di Terry Gilliam

don-chisciotteAlla domanda perché non mollare un progetto tanto sfortunato, il regista Terry Gilliam risponde in maniera folgorante: “perché sarebbe stata una cosa ragionevole e io non faccio mai cose ragionevoli!”.

Attraverso questa battuta si può scorgere tutto il Gilliam-pensiero fatto di umorismo, fantasia e anticonformismo. Caratteristiche riscontrabili anche nel suo cinema e che hanno reso i suoi film necessari, soprattutto in un momento storico come l’attuale così piatto, miserabile, prevedibile e assolutamente privo di autentica fantasia.

L’Uomo che Uccise Don Chisciotte ha una gestazione lunghissima, durata la bellezza di 25 anni e caratterizzata da innumerevoli false partenze e dispute legali [una delle quali ancora in corso]. Un documentario bellissimo e sconvolgente, Lost in La Mancha, che ogni studente di cinema dal 2000 in poi ha visto e ha sofferto con Gilliam, per quel suo primo fallimentare tentativo. Nonché numerosi re-casting e una serie infinita di sfortunatissimi eventi. Eppure, l’irragionevole ex Monty Python, non si è lasciato travolgere da questo infausto destino e a dispetto di ogni previsione ha consegnando al buio dalla sala il suo bellissimo Don Chisciotte. Un film non perfetto, forse discontinuo, ma senza alcun dubbio necessario.

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BLACKkKLANSMAN di Spike Lee

blackkklansmanSpike Lee è tornato. E lo fa in gran stile, con un film degno delle sue opere precedentemente più acclamate. In BlackKklansman, suo ventitreesimo lungometraggio di una carriera ricca di svariate produzioni, tra documentari, serie tv e video musicali, Lee coniuga la storia con il Genere, riuscendo ad attuare una pellicola che detenga nell’insieme, il suo punto di vista critico sul sociale e le condizioni degli afroamericani, e quell’evasività tipica del cinema stesso. Blackkklansman è ispirato alle vicende raccontate nel libro omonimo, e realmente accadute,dell’ex detective Ron Stallworth e della sua operazione d’infiltrazione nella divisione del KuKluxKlan di Colorado Springs. È il 1978, Stallworth entra nel dipartimento di polizia come primo agente afroamericano, trovando non pochi ostacoli con alcuni colleghi.

Sono anni di tensione sociale e politica, specialmente dal punto di vista della questione razziale:dove organizzazioni rivoluzionarie afroamericane come Le Pantere Nere si trovano al culmine della loro battaglia, quelle razziste e antisemite [il KuKluxKlan stesso], sono in piena ricrescita di consensi. Stallworth, dopo un primo momento ad occuparsi dell’archivio del dipartimento, viene scelto per infiltrarsi dentro le organizzazioni ritenute dal suo comandante come potenzialmente pericolose per la città.

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L’ALBERO DEI FRUTTI SELVATICI di Nuri Bilge Ceylan

l-albero-dei-frutti-selvaticiSinan torna nel suo paese d’origine dopo essersi laureato. Grande appassionato di letteratura, vuole superare l’esame per l’abilitazione all’insegnamento, ma soprattutto vorrebbe pubblicare un libro che ha appena finito di scrivere [Ahlat Agaci: Il pero selvatico].

Non si tratta di un libro “turistico” quindi incontra molte difficoltà e tanti rifiuti nella ricerca di un finanziamento. Inoltre, il ritorno a casa non gli rende le cose affatto facili: la madre sembra distante e appassita; la sorella è la tipica adolescente irascibile, sempre alle prese coi compiti e che vive in un mondo a parte; il padre, insegnante di scuola, si è indebitato col gioco d’azzardo e vuole a tutti i costi scavare un pozzo per trovare dell’acqua che, a detta dei contadini, da quel terreno non uscirà mai.

Presentato in concorso al Festival di Cannes 2018, dove Ceylan si era aggiudicato la Palma d’Oro con Il regno d’inverno – Winter Sleep [2014], in superficie può sembrare soltanto un film sul rapporto padre figlio, sulla difficoltà di comunicazione intergenerazionale o su un paese come la Turchia, in cui si passa troppo facilmente da essere laureati in letteratura a imbracciare un manganello e uno scudo antisommossa. In realtà, oltre questi strati primari si nasconde il racconto di un mondo in cui ogni cosa sembra essere destinata al conflitto, allo scontro, alla sconfitta.

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