commedia

I PEGGIORI di Vincenzo Alfieri

Napoli. Massimo [Lino Guanciale] e Fabrizio [Vincenzo Alfieri] sono due fratelli senza soldi e prospettive che, con una situazione familiare davvero complicata alle spalle, cercano di portare avanti la baracca almeno per offrire alla sorellina tredicenne Chiara [Sara Tancredi] un futuro migliore.

Per provare a riscuotere qualche stipendio arretrato dal suo disonesto capo, Massimo convince il fratello ad aiutarlo a mettere in atto un rapina all’interno di un cantiere gestito davvero in maniera poco trasparente. Messo alle strette dalla situazione economica, Fabrizio accondiscende e nottetempo si insinua all’interno del cantiere insieme a Massimo. Goffamente mascherati da Maradona, i due riescono, senza sapere bene come, a far venire a galla il piano criminale del direttore del cantiere ai danni dei suoi dipendenti extra-comunitari. In poco tempo la notizia conquista giornali, TV e social, trasformando i due increduli protagonisti in eroi: i Demolitori! Seguendo l’intuizione della sboccata giovane sorella, i due protagonisti cercano di cavalcare l’onda mediatica offrendo i loro servizi a chiunque voglia mettere alla gogna soprusi e imbrogli… ovviamente a pagamento!

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ORECCHIE di Alessandro Aronadio

Un uomo si sveglia una mattina con un fastidioso fischio alle orecchie.

Un biglietto sul frigo recita: “E’ morto il tuo amico Luigi. P.S. Mi sono presa la macchina”.

Il vero problema è che non si ricorda proprio chi sia questo Luigi.

Tra suore invadenti e dottori sadici, star dell’hip hop filippine e fidanzate dentiste, inizia così una tragicomica giornata alla scoperta della follia del mondo, una di quelle giornate che ti cambiano per sempre.

Per Mario Monicelli, il tratto distintivo della commedia all’italiana era la capacità di “trattare con termini comici, divertenti, ironici, umoristici degli argomenti che sono invece drammatici”.

Negli ultimi venticinque anni il cinema italiano ha prodotto, nella maggioranza dei casi, commedie monotematiche realizzate col pilota automatico, spesso volgari, poco divertenti, cinematograficamente nulle e incapaci di raccontare la contemporaneità.

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SCAPPA – GET OUT di Jordan Peele

Un ragazzo di colore viene invitato dalla fidanzata, bianca, a passare qualche giorno a casa dei suoi genitori. Lui accetta, anche se con qualche riserva, visto che lei non ha mai specificato ai suoi di stare insieme ad un afroamericano. La giovane ci tiene a rassicurarlo e, in verità, anche lui pensa di essere andato inutilmente in paranoia, quando conosce i due. La sua prima impressione, però, inizia a mutare già durante la cena insieme: i comportamenti di mamma e papà sono ostentatamente antirazzisti e amichevoli, il fratello della fidanzata, invece, si dimostra stranamente astioso e violento… E poi per quale motivo tutti i camerieri della ricca famiglia sono di colore e si comportano in modo stano?

Si tratta solo del delirio di un giovanotto che ha difficoltà a rapportarsi con i suoi futuri suoceri o davvero qualcosa non va in quella famiglia apparentemente felice?

Non c’è che dire, l’opera prima scritta e diretta dal comico americano Jordan Peele, si candida ad essere una delle più interessanti sorprese del panorama di Genere arrivate quest’anno nelle sale italiane. Si tratta di un paranonia-thriller che mescola in maniera molto riuscita momenti di tensione, critica sociale, situazioni al limite del grottesco e ironia. In un’America post-Obama, infatti, l’odio razziale nei confronti della popolazione afroamericana non sembra essere sopito e, anzi, serpeggia assai pericoloso, degenerando nella storia di Peele in qualcosa di morboso e volutamente sopra le righe.

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CG Entertainment PRESENTA 2 FILM DI TROISI

Due sono le uscite  home video con cui CG Home Video omaggia Massimo Troisi – un regista scomparso troppo presto e di cui avremmo voluto vedere altre fatiche cinematografiche – Pensavo fosse amore e invece era un calesse e Le vie del Signore sono finite. Si tratta di due commedie diverse, ma che in comune  hanno quel senso di amarezza e nostalgia che veste i film del regista-attore napoletano.

L’amore la fa da padrone in entrambe, e porta con sé un senso di rammarico misto a consapevolezza dei propri errori e dei propri fallimenti. Ma è la voglia di continuare a ironizzare su ogni aspetto della vita a prevalere, quasi sempre. L’ironia di Troisi ci manca non solo perché il suo modo di concepirla era autentico, ma perché era intelligente, semplice ed efficace, originale come lo erano i suoi film. E poco valore hanno le critiche di chi, all’uscita del film Le vie del signore sono finite, parlò di un’opera inferiore alla produzione del regista napoletano, contestando primariamente la sceneggiatura.

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OVUNQUE TU SARAI di Roberto Capucci

Ci sono sport più cinematografici di altri, questo non è un mistero. La boxe, ad esempio, risplende quasi sempre sul grande schermo, così come le arti marziali, che con il tempo, si sono ricavati una nicchia nel Genere action. Il calcio, al netto di un capolavoro come Fuga per la Vittoria, o di un gioiellino come Febbre a 90°, non sembra andare troppo d’accordo con la settima arte, un po’ in tutto il mondo. Se poi, a confrontarsi con esso è la cinematografia nostrana, è facile notare una maggiore attenzione nei confronti di chi segue e ama il calcio, piuttosto per chi lo pratica.

Escludendo due [s]cult come L’allenatore del pallone o Mezzo destro e mezzo sinistro – 2 calciatori senza il pallone – che aumentano la loro fama a ogni passaggio televisivo – l’elenco di film dedicati al tifo e ai tifosi è inesorabile: Tifosi, Quel Ragazzo della Curva B, Ultrà, L’ultimo Ultrà, Eccezzziunale… veramente e, dulcis in fundo, La coppia dei campioni. Giusto per citarne alcuni.

A questo elenco si è aggiunta l’opera prima di Roberto Capucci, Ovunque tu sarai, film debole e pasticciato che vorrebbe raccontare l’amicizia, il tifo e il viaggio, attraverso una trasferta a Madrid, indimenticabile per i sostenitori giallorossi.

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CLASSE Z di Guido Chiesa

Tra le qualità che dovrebbe avere un regista cinematografico [e non solo] c’è anche la versatilità, vale a dire la capacità e la volontà di sapersi confrontare con Generi, temi, registri, personaggi e storie differenti. Quella di sapersi adattare a ciò che la Settima Arte, ma soprattutto il mercato, propone di volta in volta nell’arco della carriera al cineasta di turno, indipendentemente dalla latitudine, dalla formazione e dall’estrazione di appartenenza, dovrebbe essere considerato, a parere nostro, un gene determinate nel DNA artistico e professionale necessario alla sua sopravvivenza. Ciò non significa dovere rinunciare al proprio stile o snaturare il proprio percorso, bensì dare dimostrazione della propria completezza. C’è chi fa di necessità virtù o chi, al contrario, fa del cambiamento lo strumento per non rimanere ingabbiato in questa o quella etichetta, o ancora chi sceglie volutamente di cambiare in continuazione pelle per non ripetersi.

Ora, per quanto riguarda Guido Chiesa non sapremmo proprio quale di queste “categorie” di attribuirgli, ma una cosa è certa: la versatilità fa sicuramente parte del suo curriculum. Lo ha dimostrato negli ultimi anni, firmando nelle vesti di sceneggiatore e di regista una serie di commedie che hanno mostrato al pubblico e agli addetti ai lavori l’altra faccia della medaglia della sua produzione. Nella prima parte della carriera, ossia dall’esordio con Il caso Martello sino a Io sono con te, l’autorialità, l’impegno e l’approccio a storie drammaturgicamente e tematicamente dal peso specifico elevato, sono state le parole d’ordine.

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QUEL BRAVO RAGAZZO di Enrico Lando

Primo film da protagonista per Herbert Ballerina, compagno fraterno di Maccia Capatonda, che in Quel bravo ragazzo interpreta il ruolo di un giovane estremamente ingenuo, così tanto da attirare a sé, senza rendersene conto, le antipatie del paese dove vive. Da sempre cresciuto all’interno di un orfanotrofio, Leone [Ballerina] scopre di essere l’unico erede di un boss Mafioso, che aiuta ad andare all’altro mondo pochi secondi dopo averlo conosciuto.

Se il ragazzo avesse avuto un minimo di coscienza della realtà, avrebbe visto la sua vita cambiare, nel bene o nel male… Ma Leone affronta la sua ascesa al potere della malavita senza connettere il cervello e, addirittura, si ritrova a contrastare involontariamente la mafia che lui stesso ormai rappresenta.

É su pochi elementi che si basa la commedia del regista Enrico Lando, povera di contenuti e idee, ma che poggia almeno su un ritmo leggero e su una durata tutto sommato breve, aiutando lo spettatore a chiudere un occhio sull’eccessiva semplicità del tutto e sulla mediocrità della sceneggiatura.

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NON È UN PAESE PER GIOVANI di Giovanni Veronesi

Com’è noto, nella filmografia del nostro Paese, lo spazio dedicato alla commedia è molto considerevole.

Produciamo quelle farsesche, le romantiche, alcune sofisticate, ma anche quelle generazionali. Tra tutte, il rischio maggiore si annida proprio in queste ultime, in quanto si prefiggono il duro compito di rintracciare, raccontare e restituire il comportamento di un’intera generazione di nostri concittadini.

Moltissimi critici e cultori della settima arte, difatti, sono concordi nell’ammettere che è proprio la commedia, meglio del cinema d’Autore, a raccontare il Bel Paese, mostrando i suoi cambiamenti, le disfunzioni, le ossessioni e le speranze, nelle quali potersi riconosce e perché no, riderci su.

Giovanni Veronesi ha coltivato quest’ambizione e corso il relativo rischio per tutta la sua carriera di regista e sceneggiatore, alternando risultati e il gradimento del pubblico. Tuttavia, non pago di quanto fatto e detto finora, il regista di Manuale d’amore e di Che ne sarà di noi, torna a raccontare i giovani italiani con Non è un paese per giovani.

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QUESTIONE DI KARMA di Edoardo Falcone

Dopo il grande successo di Se Dio Vuole [pellicola in odore di remake americano prodotto da Brian Singer], Edoardo Falcone torna al cinema con Questione di Karma, commedia delicata che nel panorama desertico del cinema nostrano, risulta essere un’operazione interessante, che fa della misura della recitazione e dell’ambizione dello script i suoi punti di forza.

Giacomo è lo stravagante erede di una dinastia di industriali, ma più che interessarsi all’azienda, preferisce occuparsi delle sue mille passioni. La sua vita è stata segnata dalla scomparsa del padre quando era molto piccolo. L’incontro con un eccentrico esoterista francese lo cambia: lo studioso, infatti, afferma di aver individuato l’attuale reincarnazione del padre di Giacomo. Trattasi di tal Mario Pitagora, un uomo tutt’altro che spirituale, interessato solo ai soldi e indebitato con mezza città. Questo incontro apparentemente assurdo cambierà la vita di entrambi.

Edoardo Falcone è uno sceneggiatore di vecchio corso, passato con un certo riscontro dietro la macchina da presa. Tuttavia, non ha tradito quello che sembra essere la sua prima passione, vale a dire la scrittura. Già dal suo esordio – film più modesto rispetto a questa seconda opera – l’ambizione di questo cineasta è da rintracciarsi nel tentativo di fare della sceneggiatura il focus comico della pellicola. Le commedie di Falcone seguono perfettamente il paradigma strutturato diviso in tre atti, che fece grande il cinema americano, soprattutto se si trattava di dover far ridere il pubblico.

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BEATA IGNORANZA di Massimiliano Bruno

Come recensire la nuova commedia di Massimiliano Bruno evitando luoghi comuni e superando ogni pregiudizio sui suoi lavori precedenti? Questa è l’interrogativo che ha perseguitato chi scrive per tutta la durata della proiezione di Beata ignoranza. Proprio così: mentre osservavo lo scorrere della pellicola, nulla della vicenda ha catturato la mia attenzione, e l’incubo di doverne scrivere, non avendo nulla di interessante da dire, mi ha tormentato. Ho pensato: forse sono solo di cattivo umore? Domani starò bene e farò il mio lavoro al meglio delle mie possibilità. Macché! I giorni sono trascorsi inesorabili e ancora adesso, mentre scrivo, l’insoddisfazione e il dubbio mi divorano.

Ma veniamo al film: Ernesto, un brillante Marco Giallini, e Filippo, il solito Alessandro Gassmann, hanno due personalità agli antipodi e un unico punto in comune: sono entrambi professori di liceo. Filippo è un allegro progressista perennemente collegato al web, mentre Ernesto è un severo conservatore, rigorosamente senza computer, tradizionalista. Un tempo erano “migliori amici”, ma uno scontro profondo e mai risolto li ha tenuti lontani, fino al giorno in cui si ritrovano fatalmente a insegnare nella stessa classe. Saranno obbligati ad affrontare il passato, che ritornerà nelle sembianze di Nina, una ragazza che li sottoporrà a un semplice esperimento che si trasforma in una grande sfida: Filippo dovrà provare a uscire dalla rete ed Ernesto a entrarci dentro.

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