biopic

LORO 2 di Paolo Sorrentino

loro-2I film migliori, i libri migliori e le migliori opere d’arte in generale sono luoghi in cui tutto si rimette in discussione. Il punto fondamentale sta non nel cercare di fornire risposte, ma nel continuare costantemente a porsi delle domande.

“Quand’è che abbiamo sbagliato?”

“Quando abbiamo creduto di essere migliori di loro.”

Questo dialogo tra Sergio Morra e la moglie, nel momento in cui la loro scalata verso il paradiso sembra essersi interrotta a mezz’aria, capovolge il punto di vista che si pensava di avere su Loro 1 e innesca una nuova rimessa in gioco delle convinzioni e delle idee che scaturiscono dal nuovo film di Paolo Sorrentino.

Loro, in questo senso, è una parola che si distacca dalla sua dimensione di lontananza e assume un significato più vicino, anche se non meno ambiguo. Siamo davvero certi di metterci al sicuro tracciando un solco tra ‘loro’ e ‘noi’? Il film si insinua nei contorni sfumati di un mondo che costruisce se stesso sul mistero, sul non detto e sul fascino del proibito, ma sembra al contempo far filtrare l’idea che le cose sono molto più semplici del previsto.

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Alla Casa del Cinema è di scena la famiglia italiana

festina-lenteAl tema della famiglia declinato in tutti i suoi aspetti, da quello storico a quello sociologico, è dedicata la rassegna cinematografica organizzata dalla Onlus Gianfranco Imperatori e dall’Associazione Culturale Fabrica, in ricordo del banchiere mecenate Gianfranco Imperatori.

Dopo Il premio di Alessandro Gassman e Insospettabili sospetti di Zach Braff, gli appuntamenti mensili proseguono alla Casa del Cinema con la proiezione di tre lungometraggi italiani: Festina lente di Lucilla Colonna [12 Marzo alle ore 17.00], Casa di famiglia di Augusto Fornari [9 Aprile alle 17.00] e Una famiglia perfetta di Paolo Genovese [14 Maggio alle 17.00].

Per tutte le proiezioni l’ingresso è gratuito con prenotazione obbligatoria all’e-mail fabricassociazione@gmail.com. La rassegna si concluderà con un evento a sorpresa, nella Sala Deluxe della Casa del Cinema, il 12 Giugno alle ore 20.00.

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THE POST di Steven Spielberg

1971: Katharine Graham è la prima donna alla guida del The Washington Post in una società dove di norma il potere è maschile, mentre Ben Bradlee è il duro e testardo direttore del suo giornale.

Nonostante siano due persone molto diverse, l’indagine che intraprendono e il loro coraggio provocheranno la prima grande scossa nella storia dell’informazione con una fuga di notizie senza precedenti, svelando al mondo intero la massiccia copertura di segreti governativi riguardanti la Guerra in Vietnam durata per decenni, durante i mandati di quattro presidenti diversi.

The Post fa parte di quella categoria di film da poter paragonare a monumenti, degli oggetti dotati per statuto di una ineluttabile potenza, memoria e capacità di intimidire, o quantomeno mettere in soggezione chi li guarda.

Non deve trattarsi esclusivamente di capolavori, ma di opere che, indipendentemente dal risultato finale, dall’influenza che esercitano e dall’eredità che lasciano, saranno sempre guardate con un occhio rispettoso.

Poi, a differenza della freddezza di un monumento, il film è animato da una forte spinta vitale e da una grande passione che emerge da ogni fotogramma, dagli sguardi degli attori, dal suono cartaceo di tutte le pagine di giornale che vengono sfogliate.

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TUTTI I SOLDI DEL MONDO di Ridley Scott

tutti i soldi del mondoDel nuovo film di Ridley Scott se ne sente parlare ormai da parecchi mesi, complice tutte le accuse di molestie sessuali e gli scandali legati al sexgate hollywoodiano. Il regista britannico a un mese dalla distribuzione ha deciso, di comune accordo con i produttori del film, di rimuovere tutte le scene girate con Kevin Spacey, nei panni del magnate dell’industria petrolifera J. Paul Getty, sostituendolo con l’attore canadese Christopher Plummer. Tralasciando l’intera questione, giusta o sbagliata che sia, Tutti i soldi del mondo rimane un film di elevata importanza nella distribuzione cinematografica contemporanea.

Non solo perché ha ricevuto tre nomination ai prossimi Golden Globe, ma principalmente per il suo essere un’opera di Ridley Scott, uno dei registi più importanti nell’immaginario cinematografico degli ultimi quarant’anni.

Ispirato alla biografia scritta da John Pearson, Painfully Rich, del 1995, il film narra le vicende realmente accadute, del sequestro di Jean Paul Getty III a Roma nel 1973, da parte della ‘ndrangheta ai danni del nonno, nonché uomo più ricco del mondo, Paul Getty.

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THE GREATEST SHOWMAN di Michael Gracey

the-greatest-showmanSulle pagine di questa piattaforma stiamo raccontato da tempo, nostro malgrado, la crisi di idee e di creatività che sta attraversando Hollywood. Remake deludenti, reboot incomprensibili, sequel stanchi e senza alcun valore cinematografico. A questa lista dei disastri produttivi potremmo aggiungere anche la categoria dei biopic, tanto amati dai dirigenti degli Studios e tanto desiderati dalle star che li ritengono progetti propedeutici per il raggiungimento delle agognate statuette dorate.

A conferma di questa tradizione, arriva il giorno di Natale, The Greatest Showman, scellerato e revisionista musical [altra categoria che meriterebbe una riflessione seria] sull’inventore del Freak Show, P.T. Barnum.

Inizio Ottocento. Phineas Taylor Barnum è il figlio di un sarto che muore catapultando il bambino nel buio di un’infanzia dickensiana. Ma P.T. crede nel sogno americano di inventarsi un’identità nobile ritagliata dalla stoffa dei sogni, e il suo amore di gioventù, la dolce Charity, abbandona i privilegi della propria casta per seguire le visioni di quello che diventerà suo marito e il padre delle loro due figlie.

Per Barnum, convinto che ogni progetto debba essere realizzato “cinque volte più grande, e dappertutto”, nulla è abbastanza: non il Museo delle Stranezze che edifica nel centro di Manhattan per lo sgomento – e la curiosità morbosa – dei newyorkesi, non il circo che porta il suo nome in cui si esibiscono la donna barbuta e il gigante irlandese, il nano Tom Thumb e i gemelli siamesi. Perché quando P.T. Barnum “sta arrivando”, lo fa come un ciclone inarrestabile che travolge ogni cosa al suo passaggio: steccati e ipocrisie, ma anche legami e sentimenti.

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ESCOBAR di Andrea Di Stefano

La vita tranquilla dei due fratelli Nick [Joah Hutcherson] e Dylan [Brady Corbet], che hanno aperto una scuola di surf sulla costa in Colombia, viene completamente sconvolta dal deputato Pablo Escobar [Benicio Del Toro], un criminale molto pericoloso e potente, a capo di un traffico di cocaina a livello internazionale, che gli hanno permesso di vivere nel lusso. Tutto ha inizio nel momento in cui Nick conosce Maria [Claudia Traisac], e se ne innamora.

Il legame che unisce i due ragazzi si fa via via più forte, e per questo motivo Maria decide di presentarlo alla famiglia, con il beneplacito di Escobar, che si presenta al ragazzo come un uomo molto simpatico e spiritoso, finché una sera non entra nella sua stanza per fargli un discorso moralistico sul legame che lo lega a Maria e su quanto sia importante la sua felicità. Da quell’istante nulla è più come prima, ma Nick se ne accorge lentamente, convinto che la genuinità di Maria non sia poi così diversa da quella dello zio, e così accetta di lavorare per lui, ma i suoi uomini e alcuni strani fatti di cronaca che riconducono al narcotrafficante, fanno capire a Nick che egli stesso sta per diventare una preda, e allora bisognerà prevedere le mosse del predatore e cercare una di fuga.

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IL SOGNO DI FRANCESCO di Renaud Fely e Arnaud Louvet

Il sogno di Francesco é probabilmente uno dei film francesi usciti in Italia nel 2016 più profondi.

L’aspetto che rende particolare questo film è innanzitutto un’analisi attenta della regola francescana da un punto di vista davvero poco scontato.

Di film su San Francesco ne abbiamo visti molti, ma questo segna una differenza. San Francesco non è il solo protagonista, con lui ci sono i frati dell’ordine dei francescani, ordine al tempo non ancora riconosciuto dal Vaticano, che ha bocciato alcuni punti della regola, in particolare quelli relativi all’accoglienza dei ‘disagiati’ – categoria nella quale rientrano i banditi, gli assassini – e ai poveri visti come modello di vita ai quali ispirarsi per una vita ridotta alla semplicità e all’umiltà.

La regola  divide i frati, combattuti tra l’apportarvi modifiche così da venir riconosciuti dalla Chiesa come ordine, oppure lasciarla così come é stata pensata e studiata, rischiando però di essere tacciati come eretici e subire atti di violenza.

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THE STARTUP di Alessandro D’Alatri

Leggere la realtà e restituirne i cambiamenti è sempre stata prerogativa cinematografica. Affrontando la vita di chi è riuscito a emergere, raggiungendo traguardi e obiettivi ardui e insperati.  Tuttavia, anche il cinema è cambiato, riscoprendosi più incline a raccontare il fallimento, la difficoltà di trovare il successo e spesso gli aspetti più nascosti e oscuri di uomini e donne che lo hanno ottenuto.

The Startup, l’ultima fatica di Alessandro D’Alatri, porta sul grande schermo la storia – più unica che rara, bisogna ammetterlo – di Matteo Achilli, studente romano che, esasperato dall’ennesima ingiustizia subita, inventa un social network che fa incontrare domanda e offerta di lavoro in modo meritocratico. All’inizio nessuno crede al progetto e molti sono i falchi pronti ad approfittare di lui. Ma Matteo tiene duro, non demorde e a soli 19 anni si ritrova al centro degli interessi del mondo che conta. Da Roma a Milano, dalla borgata del Corviale al tetto dei grattacieli della city milanese: in breve tempo Matteo acquista popolarità e soldi. La sua faccia è sulle prime pagine dei giornali e la sua Start Up, che conta decine di migliaia di iscritti, fa gola ad aziende importanti.

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JACKIE di Pablo Larraìn

Jacqueline Kennedy aveva solo 34 anni quando suo marito venne eletto Presidente degli Stati Uniti.

Elegante, piena di stile ed imperscrutabile, divenne immediatamente un’icona in tutto il mondo, una delle donne più famose di tutti i tempi. Il suo gusto nella moda, negli arredi e nelle arti divenne per molti un modello da imitare. Poi, il 22 novembre 1963, durante un viaggio a Dallas per la sua campagna elettorale, John F. Kennedy venne assassinato e l’abito rosa di Jackie si macchiò di sangue. Quando Jackie salì sull’Air Force One per tornare a Washington, il suo mondo – così come la sua fede – erano andati in pezzi. Sotto choc e sconvolta dal dolore, nel corso della settimana successiva fu costretta ad affrontare momenti che non avrebbe mai immaginato di dover vivere: consolare i suoi due bambini, lasciare la casa che aveva restaurato con grande fatica e pianificare le esequie di suo marito. Jackie capì subito però che quei sette giorni sarebbero stati decisivi nel definire non solo l’immagine e l’eredità storica di John F. Kennedy, ma anche come lei stessa sarebbe stata ricordata.

In un intervento al Bobbio Film Festival del 2014, Gianni Canova si è soffermato sul tema del potere, e in particolare sulle dinamiche che si innescano nel suo racconto, mettendo a confronto il cinema italiano e quello americano. Per Canova il cinema italiano, da sempre legato al “feticcio del realismo”, quando intende raccontare il potere giunge alla consapevolezza di dover forzare i limiti del linguaggio. Il cinema americano, quando racconta il potere o gli uomini di potere li chiama con nome e cognome [Nixon, JFK, Lincoln, J. Edgar]. Il cinema italiano, invece, ha bisogno di maschere [Il divo, Il caimano].

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THE FOUNDER di John Lee Hancock

La più grande ossessione del cinema a stelle e strisce è mostrare, raccontare, sfatare o ridimensionare il famigerato “sogno americano”. C’è una vastissima cinematografia a riguardo e una tra le più significative letterature dello scorso secolo. Anche gli europei sembrano nutrire un’insaziabile voglia di credere che esista un paese, dove, soltanto con il talento, la tenacia e passione, si possa ottenere qualsiasi risultato. Persino quello più scontato e desiderato come la ricchezza. Già, i soldi: l’unico valore che con l’incedere del tempo e lo stratificarsi degli anni è rimasto punto fermo e indice del successo personale in Occidente. Il regista John Lee Hancock appare molto interessato nel cogliere l’evoluzione del sogno americano e, dopo The Blind Side e Saving Mr. Banks, torna in sala con The Founder, per raccontare la vera storia della nascita dell’impero che più di qualsiasi altro – più di Disney o di Facebook – rappresenta il successo capitalista.  Vale a dire, McDonald’s.

Si tratta in breve, dell’assurda escalation verso la ricchezza di Ray Kroc, un rappresentante di frullatori americano con poche prospettive che, negli anni 50, imbattutosi in un chiosco di hamburger nel bel mezzo del deserto sud-californiano, ha creato l’impero mondiale della ristorazione “fast food” che noi tutti conosciamo bene. Per ottenere questo risultato, Kroc sarà capace dell’intero campionario di meschinità, squallore e immoralità che solo un capitalista autentico possiede. Froderà i Frattelli McDonald – autori del sistema alla base di questo tipo di ristorazione – ricatterà gli affiliati al franchise, acquistando il terreno sul quale sono costruiti i ristoranti della catena e abbasserà la qualità del prodotto venduto per un maggiore profitto economico.

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