In sala

FIRST MAN – IL PRIMO UOMO di Damien Chazelle

first-manWhiplash.

La La Land.

First Man.

Damien Chazelle è un regista ossessionato dal tema della perdita. Cosa siamo disposti a perdere per raggiungere i nostri traguardi. Oppure, se si vuole prenderla più alla larga e in maniera più filosofica, c’è una sorta di predestinazione per coloro che sono destinati a fare grandi cose? E questa predestinazione comprende in sé un prezzo altissimo da pagare?

I primi due film parlavano di questo concentrandosi più sulla sfera personale dei protagonisti.

Il batterista di Whiplash arrivava a un passo dall’autodistruzione prima di diventare il più forte di tutti. Mia e Sebastian raggiungevano la piena realizzazione dei loro sogni dopo aver messo da parte la loro storia d’amore mai davvero tramontata.

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SOLDADO di Stefano Sollima

Nella guerra alla droga non ci sono regole. La lotta della CIA al narcotraffico fra Messico e Stati Uniti si è inasprita da quando i cartelli hanno iniziato a infiltrare terroristi oltre il confine americano. Per combattere i narcos l’agente federale Matt Graver [Josh Brolin] dovrà assoldare il misterioso e impenetrabile Alejandro [Benicio Del Toro], la cui famiglia è stata sterminata da un boss del cartello. Alejandro scatenerà una guerra incontrollabile tra bande in una missione che lo coinvolgerà in modo molto personale.

Cambio al volante per il secondo capitolo della saga ambientata nel mondo criminale al confine tra Messico e Stati Uniti, la quale è solo una delle tante narrazioni che negli ultimi anni hanno messo piede in quella porzione di mondo [pensiamo a Breaking Bad, Better Call Saul, Hell or High Water o ai libri di Don Winslow [Il potere del cane e Il Cartello su tutti] e ancor prima a quelli di Cormac McCarthy [Non è un paese per vecchi].

Il mondo Sicario passa dalle mani di Denis Villeneuve a quelle di Stefano Sollima, il quale ha una certa familiarità con le zone grigie e nere che caratterizzano i mondi criminali contemporanei.

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UN NEMICO CHE TI VUOLE BENE di Denis Rabaglia

A un progetto come quello di Un nemico che ti vuole bene, terza fatica dietro la macchina da presa di Denis Rabaglia, è legata una prima grande curiosità, ossia quella di vedere Diego Abatantuono alle prese con qualcosa che non fosse una commedia, qualcosa sulla carta lontano dalle sue abituali frequentazioni. Da parte sua, l’attore milanese ha avuto modo, nell’arco di una lunga e fortunata carriera, di misurarsi anche con altri generi e di concedersi parentesi più o meno riuscite.

La pellicola in questione, nelle sale a partire dal 4 ottobre con Medusa Film dopo l’anteprima all’ultima edizione del Festival di Locarno, in tal senso rappresenta una duplice scommessa, tanto per l’interpreta quanto per il cineasta italo-svizzero che ha deciso di puntare su di lui per il ruolo di Enzo Stefanelli, un professore di astrofisica che in una notte di pioggia si trova a soccorrere un giovane ferito da un colpo di pistola. Così gli deve ora riconoscenza e decide di dimostrargliela in un modo particolare. Visto che è un killer di professione, è pronto a uccidere gratuitamente quello che Enzo considera il suo peggior nemico. Il professore inizialmente si ritrae: non pensa di avere nemici. Il killer lo spingerà a guardarsi intorno e progressivamente le idee di Enzo cambieranno.

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L’UOMO CHE UCCISE DON CHISCIOTTE di Terry Gilliam

don-chisciotteAlla domanda perché non mollare un progetto tanto sfortunato, il regista Terry Gilliam risponde in maniera folgorante: “perché sarebbe stata una cosa ragionevole e io non faccio mai cose ragionevoli!”.

Attraverso questa battuta si può scorgere tutto il Gilliam-pensiero fatto di umorismo, fantasia e anticonformismo. Caratteristiche riscontrabili anche nel suo cinema e che hanno reso i suoi film necessari, soprattutto in un momento storico come l’attuale così piatto, miserabile, prevedibile e assolutamente privo di autentica fantasia.

L’Uomo che Uccise Don Chisciotte ha una gestazione lunghissima, durata la bellezza di 25 anni e caratterizzata da innumerevoli false partenze e dispute legali [una delle quali ancora in corso]. Un documentario bellissimo e sconvolgente, Lost in La Mancha, che ogni studente di cinema dal 2000 in poi ha visto e ha sofferto con Gilliam, per quel suo primo fallimentare tentativo. Nonché numerosi re-casting e una serie infinita di sfortunatissimi eventi. Eppure, l’irragionevole ex Monty Python, non si è lasciato travolgere da questo infausto destino e a dispetto di ogni previsione ha consegnando al buio dalla sala il suo bellissimo Don Chisciotte. Un film non perfetto, forse discontinuo, ma senza alcun dubbio necessario.

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BLACKkKLANSMAN di Spike Lee

blackkklansmanSpike Lee è tornato. E lo fa in gran stile, con un film degno delle sue opere precedentemente più acclamate. In BlackKklansman, suo ventitreesimo lungometraggio di una carriera ricca di svariate produzioni, tra documentari, serie tv e video musicali, Lee coniuga la storia con il Genere, riuscendo ad attuare una pellicola che detenga nell’insieme, il suo punto di vista critico sul sociale e le condizioni degli afroamericani, e quell’evasività tipica del cinema stesso. Blackkklansman è ispirato alle vicende raccontate nel libro omonimo, e realmente accadute,dell’ex detective Ron Stallworth e della sua operazione d’infiltrazione nella divisione del KuKluxKlan di Colorado Springs. È il 1978, Stallworth entra nel dipartimento di polizia come primo agente afroamericano, trovando non pochi ostacoli con alcuni colleghi.

Sono anni di tensione sociale e politica, specialmente dal punto di vista della questione razziale:dove organizzazioni rivoluzionarie afroamericane come Le Pantere Nere si trovano al culmine della loro battaglia, quelle razziste e antisemite [il KuKluxKlan stesso], sono in piena ricrescita di consensi. Stallworth, dopo un primo momento ad occuparsi dell’archivio del dipartimento, viene scelto per infiltrarsi dentro le organizzazioni ritenute dal suo comandante come potenzialmente pericolose per la città.

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L’ALBERO DEI FRUTTI SELVATICI di Nuri Bilge Ceylan

l-albero-dei-frutti-selvaticiSinan torna nel suo paese d’origine dopo essersi laureato. Grande appassionato di letteratura, vuole superare l’esame per l’abilitazione all’insegnamento, ma soprattutto vorrebbe pubblicare un libro che ha appena finito di scrivere [Ahlat Agaci: Il pero selvatico].

Non si tratta di un libro “turistico” quindi incontra molte difficoltà e tanti rifiuti nella ricerca di un finanziamento. Inoltre, il ritorno a casa non gli rende le cose affatto facili: la madre sembra distante e appassita; la sorella è la tipica adolescente irascibile, sempre alle prese coi compiti e che vive in un mondo a parte; il padre, insegnante di scuola, si è indebitato col gioco d’azzardo e vuole a tutti i costi scavare un pozzo per trovare dell’acqua che, a detta dei contadini, da quel terreno non uscirà mai.

Presentato in concorso al Festival di Cannes 2018, dove Ceylan si era aggiudicato la Palma d’Oro con Il regno d’inverno – Winter Sleep [2014], in superficie può sembrare soltanto un film sul rapporto padre figlio, sulla difficoltà di comunicazione intergenerazionale o su un paese come la Turchia, in cui si passa troppo facilmente da essere laureati in letteratura a imbracciare un manganello e uno scudo antisommossa. In realtà, oltre questi strati primari si nasconde il racconto di un mondo in cui ogni cosa sembra essere destinata al conflitto, allo scontro, alla sconfitta.

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LA RAGAZZA DEI TULIPANI di Justin Chadwick

la-ragazza-dei-tulipaniPassione, ossessione e tradimento. Sono questi gli ingredienti con i quali Deborah Moggach ha dato forma e sostanza alla ricetta letteraria e drammaturgica del suo romanzo del 1999 dal titolo Tulip Fever, gli stessi che lo spettatore potrà ritrovare immergendosi nella visione dell’adattamento cinematografico che Justin Chadwick ha realizzato dallo script firmato a quattro mani da Tom Stoppard insieme alla scrittrice britannica. Trasposizione, questa, che arriva nelle sale nostrane grazie ad Altre Storie il 6 settembre con un anno di ritardo rispetto all’uscita nel resto del mondo, quando sulla pellicola pesano come macigni una serie di problematiche che ne hanno pesantemente ostacolato il percorso produttivo e distributivo. Da una parte, all’epoca del primo tentativo risalente al 2004 [con Jude Law e Keira Knightley protagonisti e John Madden alla regia], il progetto fu interrotto a causa dei cambiamenti delle normative fiscali sulle produzioni cinematografiche nel Regno Unito. Dall’altra, gli svariati montaggi e i rallentamenti dovuti all’insoddisfazione di Harvey Weinstein dopo la visione del final cut della versione realizzata da Chadwick, ai quali si vanno ad aggiungere le traversie giudiziarie e non che hanno travolto il noto produttore statunitense, hanno contribuito ai numerosi rinvii.

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MISSION IMPOSSIBLE: FALLOUT di Christopher McQuarrie

mission-impossible-falloutTom Cruise è un cugino lontano di Cristiano Ronaldo, visti i campi da gioco in cui si cimentano, ma ne è allo stesso tempo un fratello di sangue dal punto di vista dell’approccio che li accomuna alle loro rispettive professioni.

Sono infatti due personaggi che hanno costruito tutta la loro carriera tendendo verso un ideale di inossidabilità che rasenta quasi la sfera dell’immortalità. Pur essendo entrambi obiettivi umanamente utopici, nelle sfera di finzione del cinema e in quella circoscritta e limitata ad un certo periodo di anni nel calcio sembrano però poter propagare questo ideale folle che dovrebbe appartenere soltanto ai personaggi dei poemi epici.

Entrambi si sono dedicati in maniera ossessiva alla costruzione della miglior versione possibile di sé e in seguito hanno cercato un modo di preservarla. Ronaldo è invecchiato solo all’anagrafe, ma ha continuato a battere record, segnare gol incredibili e vincere trofei. Anche Tom Cruise sta per raggiungere i sessanta, ma lo sta facendo a modo suo: correndo.

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IL TUO EX NON MUORE MAI di Susanna Fogel

il-tuo-exAudrey [Mila Kunis] e Morgan [Kate McKinnon], due amiche trentenni che vivono a Los Angeles, si ritrovano al centro di una cospirazione internazionale, quando l’ex fidanzato di Audrey [Justin Theroux] si presenta nel loro appartamento per nascondersi da un gruppo di spietati assassini che lo stanno inseguendo. Incredule e stupite, le due donne saranno costrette ad entrare in azione e trasformarsi in due spie provette. Dovranno fare i conti con i killer e con un agente segreto britannico, misterioso e affascinante, mentre cercano di salvare il mondo… e la loro pelle.

Se dopo aver letto la sinossi di Il tuo ex non muore mai nella vostra testa dovesse palesarsi un’irritante e poco piacevole sensazione di déjà vu, sappiate che si tratta di una reazione assolutamente naturale, legata al manifestarsi davanti ai vostri occhi di un prodotto audiovisivo che nel DNA drammaturgico, narrativo e persino stilistico, presenta tutta una serie di analogie, dinamiche e sviluppi già ampiamente proposti e assimilati dalle platee cinematografiche. Questo fa della pellicola firmata da Susanna Fogel un contenitore filmico vestito da spy-comedy, che provoca nel fruitore un crollo verticale delle aspettative, dettato dal riaffiorare nella mente di chi guarda di cose già viste.

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OCEAN’S EIGHT di Gary Ross

Buon sangue non mente. A 11 anni dall’ultimo colpo di Danny Ocean e della sua banda, si scopre che la professione dell’affascinante ladro ha ispirato anche altri suoi familiari. Proprio come lui e il padre, anche la sorella Debbie [Sandra Bullock] ha la stessa identica vocazione e, una volta scarcerata dopo più di cinque anni di detenzione, non perde tempo nel mettere insieme un gruppo di donne assai qualificate per attuare un nuovo “colpo grosso”: rubare la preziosa collana Toussaint di Cartier durante il Met Gala di New York.

In primis, dovrà reclutare di nuovo la sua socia più fidata, Lou Miller [Cate Blanchett]. Se Debbie è l’equivalente di suo fratello Danny, Lou corrisponde a Rusty Ryan/Brad Pitt, facendole da braccio destro e consigliere. Di meno sono le analogie nel resto della banda: abbiamo Amita, un’esperta di gioielli [Mindy Kaling]; Constance, una rapidissima borseggiatrice [Awkwafina]; Tammy, una ricettatrice [Sarah Paulson]; Palla Nove, un’hacker [Rihanna]; e Rose Weil, una stilista in fallimento [Helena Bonham Carter].

Con questo film, la saga di Ocean’s passa dalle mani di Steven Soderbergh – qui in veste di produttore – a quelle di Gary Ross [Pleasentville, Hunger Games], che ne cura in parte la sceneggiatura. La proposta di Ross consiste in un sequel/spin-off/remake che omaggia amorevolmente il lavoro svolto dal suo predecessore, prendendone in prestito lo stile registico [i vari movimenti con zoomate, ad esempio], quello musicale – che passa dal compositore David Holmes all’ottimo Daniel Pemberton [memorabile il brano “NYC Larceny”] e l’aspetto visivo, attraente e colmo di stile.

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