In sala

IT di Andy Muschietti

itIt, uno dei romanzi più segnati di Stephen King, arriva in sala. Lo fa dopo un film TV che è entrato nell’immaginario del pubblico grazie ad un primo episodio [quello incentrato quasi esclusivamente sull’infanzia dei protagonisti e sul loro primo scontro con la creatura che si nasconde sotto le spoglie del clown danzante Pennywise] e, soprattutto, grazie all’interpretazione di Tim Curry. Il suo è un villain sornione e crudele, capace di essere diversamente malefico, di dimostrarsi spietato pur continuando a proporsi come la caricatura sfregiata di un essere bonario e rimarrà un punto fermo anche dopo l’uscita in sala di questo primo adattamento cinematografico.

Il Pennywise di Muschietti, infatti, prende una via differente e opposta, ma ci arriviamo a breve.

Per chi non ci avesse mai avuto a che fare, It è una romanzo fiume sospeso tra il romanzo di formazione e una terrorizzante storia dell’orrore, che sa usare come armi narrative fatali per colpire il lettore [e lo spettatore] al cuore al cervello, proprio il suo incentrarsi su una storia profonda di amicizia e di amore e, in seconda battuta, sul cammino liminale dei protagonisti che da piccoli disadattati diventano, proprio grazie a alla terribile esperienza vissuta insieme, dei grandi ma imbattibili disadattati.

Quella pronta a sbarcare in sala, si incentra [proprio come la prima parte del film TV] sul racconto della giovinezza dei Perdenti, spostata filmicamente nei tardi anni 80.

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NOVE LUNE E MEZZA di Michela Andreozzi

Nove Lune e MezzaUna commedia che guarda a quelle francesi e con un’evidente impronta femminile, quella di Michela Andreozzi, attrice comica che si misura per la prima volta nella regia con Nove lune e mezza, in sala da giovedì 12 ottobre in 250 copie con Vision Distribution.

Tanti i temi del film, quello dell’utero in affitto, dell’omogenitorialità, della sorellanza e anche, non proprio in sottofondo, del disagio di un mondo maschile poco pronto oggi a stare al passo con quello femminile.

Il tutto per un film corale che ha come protagoniste due sorelle quarantenni, Livia e Tina, tanto diverse quanto legate da un profondo affetto. Livia [Claudia Gerini] è una violoncellista bella e ben integrata, mentre Tina [Andreozzi], una donna un po’ frustrata che nella vita fa il vigile urbano a Roma. Entrambe hanno un compagno: Livia vive con Fabio [Giorgio Pasotti], osteopata dolce e carismatico, Tina invece con Gianni [uno straordinario Lillo], anche lui vigile urbano piuttosto ordinario con due sole passioni: la Lazio e il fanta-calcio. Livia da sempre rivendica il diritto di non volere figli, mentre Tina tenta da anni di restare incinta, ma senza alcun risultato come le ha diagnosticato il suo amico ginecologo Nicola [Stefano Fresi], omosessuale che vive con il suo compagno e due figli adottati.

Tra le due sorelle si instaura un patto: Livia presterà il suo utero a Tina perché realizzi finalmente il suo sogno. Alla prima il compito di nascondere la pancia crescente, alla seconda quello di mostrare di far finta di essere incinta con tanto di cuscini ben posizionati sul ventre.

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BLADE RUNNER 2049 di Denis Villenueve

Era il mese di giugno del 1982, quando Blade Runner di Ridley Scott uscì nelle sale per la prima volta. Il film fu un fiasco al botteghino e la critica, inizialmente, fu decisamente tiepida nell’accogliere l’adattamento cinematografico di un racconto di Phillip Dick, che rese celebre il cyberpunk in tutto il mondo. Ne è passato di tempo d’allora – 35 anni, per l’esattezza – e ben sette versioni della medesima pellicola che, ad oggi è riconosciuta all’unanimità come un capolavoro assoluto. Nel corso di questi anni, nessuno si sarebbe mai immaginato che Hollywood avrebbe realizzato un sequel da quel capolavoro, appunto. Ma l’attualità ci sta dimostrando come ormai gli Studios non possono più permettersi iniziative come quella di Scott del 1982. Non è più possibile non “serializzare”, non concepire ogni progetto come un grande contenitore da riempire con diversi film da distribuire ciclicamente anno dopo anno. Quindi, ciò che sembrava impossibile, è diventato possibile.

Per farlo, questo seguito, s’intende, è stato scelto Denis Villenueve, un autore 2.0, che si propone di realizzare film personali attraverso il linguaggio più mainstream del cinema di Genere. Ed ecco a voi, Blade Runner 2049, il sequel di un capolavoro.

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VALERIAN E LA CITTÀ DEI MILLE PIANETI di Luc Besson

ValerianLuc Besson negli anni novanta ha contribuito senz’altro a dare una scossa al cinema europeo dell’epoca. Pellicole come Subway o Nikita sono apparse come un pugno nello stomaco delle cinematografia del vecchio continente, facendo emergere il talento di un autore dallo sguardo personale e critico, e perfettamente a suo agio con linguaggio del cinema Crime e di Genere. Il successo e l’ambizione del regista parigino, lo ha condotto in seguito verso un pubblico sempre più vasto e internazionale, realizzando due progetti – forse i suoi due migliori – che hanno vinto il passare del tempo. Ci riferiamo, naturalmente, a Léon e a Il Quinto Elemento, film che ancora oggi rappresentano il punto più alto della carriera di questo cineasta.

Venendo ai giorni d’oggi, il buon Besson, sembra aver conservato di quel periodo così fortunato, solo l’ambizione e il desiderio di platee giganti da corteggiare, e la sua ultima fatica sembra volerlo testimoniare. Costato 200 milioni di dollari, Valerian e la Città dei Mille Pianeti è uno smodato, eccessivo, rumoroso e ‘digitalissimo’ tentativo di dimostrare la crescita espressiva del suo direttore. Besson ha smesso di raccontare qualcosa, qualunque cosa, possa rappresentare d’interesse per sé e per gli altri. L’unico obiettivo è quello di realizzare ineccepibili confezioni, ignorandone il contenuto, ma valorizzandone fino all’estremo la forma.

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LEATHERFACE di Alexandre Bustillo e Julien Maury

Non aprite quella porta è il monito più famoso del cinema horror di tutti i tempi.

Non aprite quella porta è anche un consiglio che, ovviamente, nessuno dei giovani protagonisti dei vari capitoli delle saghe ha deciso di seguire, finendo [come si sa] fra le braccia [le lame, le motoseghe…] della famiglia Sawyer. Famiglia degenere per eccellenza, questa, in cui tutti, dai genitori ai figli, al nonno, sono infettati da una follia inspiegabile, un istinto omicida che non si può placare, una rabbia animalesca e furiosa.

Il consiglio di non aprire quella porta, però, è suonato a vuoto anche nelle orecchie di produttori e registi che, nell’epoca d’oro dei remake, hanno più volte bussato a casa Sawyer.

A farlo questa volta sono Alexandre Bustillo e Julien Maury, filmaker francesi autori dell’ottimo home invasion À l’intérieur [del 2007], al loro primo film americano. E come è andata?

Così così, in verità c’è assai più di negativo che di positivo.

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THE DEVIL’S CANDY di Sean Byrne

Il regista australiano Sean Byrne, sei anni dopo The Loved Ones [2009], torna sugli schermi con l’horror The Devil’s Candy, che giunge qui da noi in sala due anni dopo la sua realizzazione, grazie a Midnight Factory. Per questa affascinante commistione di generi orrorifici, Byrne punta tutto sulla tensione psicologica piuttosto che sull’effetto splatter, che se da un lato semplifica la vita al film fantastico, dall’altro alla lunga stanca.

E così, in questo Devil’s Candy si racconta di una famigliola alquanto stramba, composta da padre e figlia appassionati metallari – anche se il padre, pittore frustrato, farebbe meglio a dare il buon esempio – e da una madre con una strana tinta di capelli che nasconde legandoli durante il suo lavoro in ufficio.

Dopo essersi trasferiti nella nuova abitazione che, manco a dirlo, è infestata da un’anima reduce dal massacro dei precedenti proprietari, il padre – seppur mosso da buone intenzioni – comincia a udire voci e dipingere quadri sempre più terrificanti: a questo si aggiunge la visita di un ragazzo mentalmente instabile che abitò in quella casa anni prima, che anziché allontanarsi peggiora le cose.

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CATTIVISSIMO ME 3 di Pierre Coffin, Kyle Balda e Eric Guillon

Scoprire di avere un fratello gemello, per giunta con tanti capelli fluenti e ricco, per Gru è un vero shock. Messa da parte l’invidia iniziale, soprattutto per quella chioma che il fratello Dru sfoggia con tanto orgoglio, tra i due gemelli si instaura quasi subito un rapporto stretto e sincero, che fa bene ad entrambi. Anche Lucy e le loro tre bambine reagiscono con entusiasmo alla scoperta, e la permanenza nella maestosa villa di Dru si rivela davvero piacevole. Peccato che in mezzo a questo momento di felicità si inserisca Balthazar Bratt, una ex star della televisione, ex bambino prodigio pian piano dimenticato, che anche da adulto continua a pensare a quell’infanzia tanto gloriosa che ha acuito il suo egocentrismo.

L’obiettivo di Balthazar Bratt è di non sparire dai riflettori, e così dopo inutili iniziative per tornare alla ribalta, l’ex star della TV decide di fare della sua cattiveria un mestiere, forte della sua elasticità fisica che gli permette di compiere furti e impossessarsi di oggetti di inestimabile valore. Ci penserà Gru con tutta la banda dei Minions a sfidarlo, ma questa volta la presenza delle buffe creature gialle non sarà così scontata….

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MONOLITH di Ivan Silvestrini

Il livello d’attenzione attorno a Monolith è stato alto già da molto tempo prima del suo arrivo in sala. I motivi sono molteplici e tutti importanti: si parte dal fatto che quello diretto da Ivan Silvestrini è il primo progetto filmico co-prodotto dalla casa editrice Sergio Bonelli Editore, che da tempo sta dimostrando fresca attenzione verso la ricerca di altri modi di raccontare le proprie storie e la ferma volontà di mantenere vivo il rapporto creativo che la pone al centro di un solido rapporto autore/fruitore. SBE dimostra coraggio nell’affrontare un primo grande progetto affiancandosi a Sky Cinema Italia e a Lock & Valentine per dare una seconda vita ad un progetto, ad una storia, che già ha avuto un primo incontro con il pubblico, anche se in un’altra forma, e questo è il secondo motivo per cui il progetto Monolith non può passare inosservato.

In occasione delle passate edizioni di Lucca Comics & Games e del Comicon di Napoli, infatti, Monolith è già stata raccontata attraverso le pagine di un fumetto in due volumi, sempre edito da SBE e firmato da Roberto Recchioni e Mauro Uzzeo, per quanto riguarda la sceneggiatura, e da Lorenzo LRNZ Ceccotti, per i magnifici disegni che passavano da un approccio pittorico e sospeso ad uno più oscuro e concreto da incubo, passato attraverso sequenze dal tratto più semplificato e allucinato.

Il terzo motivo che da forza al progetto Monolith è che film e fumetto hanno avuto due vite differenti e separate: quello che arriverà in sala il 12 agosto non è un adattamento, un cinecomic, ma una storia a sé stante originata dallo stesso soggetto che ha dato vita alla storia a fumetti.

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ANGOSCIA di Sonny Mallhi

Tess [Ryan Simpkins] é un’adolescente che, a causa di disturbi mentali, é costretta ad assumere psicofarmaci. Sua madre [Annika Marks] é molto presente nella sua vita, e la sostiene nel doloroso percorso di cambiamenti fisici e psicologici a cui sta andando incontro, come altre ragazze della sua età. Suo padre, di professione militare, é spesso lontano da casa, ma nonostante tutto é riuscito a stabilire un bel rapporto con la figlia, con la quale spesso colloquia via chat.

Queste sono soltanto le basi di Angoscia, film d’esordio di Sonny Mallhi – che ha alle spalle una carriera di produttore cinematografico – al cinema dal 3 agosto.

Dopo averci spiegato le turbe mentali della protagonista e aver presentato il suo piccolo nucleo familiare, il regista si ricollega alla sequenza iniziale, relativa all’incidente stradale in cui rimane coinvolta un’altra ragazza, Lucy [Amberley Gridley], coetanea di Tess, investita da un’automobile in corsa mentre scendeva nervosamente dalla sua automobile a seguito di un litigio con la madre.

Lo spirito tormentato di questa ragazza prenderà possesso del corpo di Tess, a sua volta consapevole che stavolta non si tratta di allucinazioni o di incubi notturni, ma di una realtà della quale ha paura e che deve saper affrontare per dimostrare finalmente la sua forza e il suo coraggio.

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THE WAR – IL PIANETA DELLE SCIMMIE di Matt Reeves

Lo si stava attendendo da molto questo terzo capitolo della nuova saga de Il pianeta delle scimmie, The war – Il pianeta delle scimmie, un titolo che merita sicuramente l’attenzione e il plauso che un’opera riuscita, sia tecnicamente [pensiamo al lavoro di performance capture] che dal punto di vista della scrittura.

Le scimmie son tornate, ma non per mettere in atto una vendetta contro il genere umano, semmai per stringere un patto di pace. Lo sa bene Cesare [Andy Serkis], che risparmia tre soldati catturati dal suo branco durante un’imboscata, per mandare un messaggio di pace al colonnello McCullough [Woody Harrelson]. Ovviamente questo messaggio di pace non verrà né apprezzato né preso in considerazione, così da inasprire ulteriormente le tensioni già in atto e decretare una guerra che si preannuncia estrema, anche per la stessa sopravvivenza delle scimmie.

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