Restricted Movies

MILANO ODIA: LA POLIZIA NON PUO’ SPARARE di Umberto Lenzi

milano-odiaTentando un paragone azzardato, si potrebbe dire: quanto Jack Nicholson sta a Shining, tanto Tomas Milian sta a Milano Odia. In altre parole: se, nominando Nicholson, ogni cinefilo che si rispetti evocherà come prima immagine il volto di Jack Torrance con il suo sorriso diabolico, allo stesso modo, pensando a Milian, non potrà che richiamare alla memoria l’espressione invasata e rabbiosa di Giulio Sacchi. Alias il cattivo più selvaggio e psicotico mai apparso nel cinema italiano. Ma anche uno dei più ambigui e sfaccettati: sadico torturatore e assassino ma allo stesso tempo perdente a tutto tondo, capace di incutere uno spiazzante alone di malinconia; autoritario ma vigliacco; carismatico ma avvolto da un perenne alone di solitudine; calcolatore ma imprevedibile nella sua brutale schizofrenia; astuto oratore ma ingenuo ai livelli di un infante.

Lo stesso Milian [doppiato qui per la prima volta da Ferruccio Amendola] non ha mai nascosto di aver assunto continuamente droghe e alcool durante le riprese per riuscire a rendere al meglio una simile caratterizzazione [tra l’altro fu lui stesso a scegliere il ruolo di Sacchi dopo aver letto il copione, che in origine gli avrebbe riservato la parte di un altro malvivente]. Sarebbe però riduttivo circoscrivere alla performance del suo protagonista l’alone di culto che la pellicola si porta dietro, così come il suo status di classico inteso nell’accezione principale di modello.

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THE JAIL – L’INFERNO DELLE DONNE di Vincent Dawn [Bruno Mattei]

THE-JAILAnche il cinema di pura [e genuina] exploitation può vantare i suoi gloriosi pionieri. Autori [per alcuni mestieranti improvvisati] che hanno avuto il privilegio di bazzicare tra i sottoGeneri più folli e scorretti del ventennio Settanta/Ottanta. Chi ha amato questi immaginari e i loro artefici non potrà che abbandonarsi ad una lacrimuccia di fronte al nome del mai troppo compianto Bruno Mattei. Uomo di cinema a tutto tondo che è passato a più riprese dalla regia al montaggio, destreggiandosi tra zombi famelici, sadici nazisti, prorompenti donne in gabbia o lussuriose suore dedite all’amore saffico, cyborg assassini, topi mutanti affamati di carne umana e altre leccornie simili. Il tutto con uno stile sempre improntato all’eccesso più frenetico e irriverente. Insomma, un nome e una garanzia.

Uno dei filoni che hanno caratterizzato la sua sconfinata filmografia risponde alla sigla di W.I.P. [che sta per Women In Prison], ad indicare prodotti caratterizzati da ammalianti donzelle rinchiuse dietro le sbarre e sottoposte ad una serie di torture fisiche e sessuali. In Italia due tra i titoli più rappresentativi appartenenti a questa cerchia portano appunto la firma del nostro.

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CANNIBAL FEROX di Umberto Lenzi

Correva l’anno 1980 quando un certo Ruggero Deodato si conquistò l’appellativo [da cui non riuscì più ad emanciparsi] di Moniseur Cannibal, firmando quel Cannibal Holocaust che si impose come un vero e proprio punto di non ritorno all’interno della cosiddetta cinematografia proibita.

E’ a partire da questo titolo che venne infatti coniato il termine cannibal-movies, ad indicare pellicole con ambientazioni tropicali dove la civiltà occidentale veniva a contatto con un universo selvaggio e primitivo, popolato da bestie feroci e, appunto, indigeni antropofagi. Nonostante l’opera di Deodato abbia sempre rappresentato [soprattutto tecnicamente] un qualcosa di monumentale e quasi inarrivabile per gli epigoni che ha generato, finì per stabilire una serie di codificazioni che si riscontreranno in tutti le pellicole di questo Genere, durato comunque per un periodo relativamente breve [all’incirca dalla fine dei Settanta a metà degli Ottanta].

Immagini ai limiti dello splatter, nudità [spesso condite con una scena di stupro] e agghiaccianti scene snuff con reali uccisioni di animali [tristemente celebre la testuggine gigante fatta a pezzi in Cannibal Holocaust] erano gli elementi cardine che il pubblico doveva aspettarsi da queste visioni. Come precursore del filone cannibalico andrebbe citato Il Paese Del Sesso Selvaggio di Umberto Lenzi [1972], che comunque si delineava per lo più come un prodotto all’insegna dell’intrattenimento avventuroso, con scene di violenza fugaci e piuttosto soft.

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NAPOLI VIOLENTA di Umberto Lenzi

napoli-violentaNel nostro paese il cinema poliziesco [scimmiottato il più delle volte come poliziottesco] ha rappresentato indubbiamente uno dei filoni più prolifici e redditizi per tutto il decennio dai Settanta agli Ottanta. Come iniziatore dobbiamo ricordare il mai troppo compianto Steno [quindi non proprio un nome a caso] e il suo gioiello La polizia ringrazia [1972], autentico capostipite a cui seguirono una miriade di prodotti che cercarono in qualche modo di ripercorrerne le caratteristiche stilistiche e concettuali.

Pellicole concepite in un’Italia immersa negli anni di piombo, ovvero in una violenza costante scaturita dalle continue tensioni sociali. Le linee guida si delinearono presto: inseguimenti rocamboleschi, sparatorie a go-go, criminali spietati e poliziotti dai metodi poco ortodossi.

All’interno di questo scenario una delle figure archetipe per eccellenza risponde al nome del commissario Betti, alias Maurizio Merli [e il suo inconfondibile baffone]. Tutore della legge a trecontesessanta gradi, integerrimo e spavaldo, proprio come richiedeva la retorica del Genere.

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NATALE DI SANGUE di Charles E. Sellier Jr.

 

Quando nel ‘78 il buon vecchio John Carpenter [che, almeno per i cinefili, non ha certo bisogno di presentazioni] firmò il suo leggendario Halloween – La notte delle streghe, probabilmente non avrebbe immaginato di dar vita ad uno dei sottoGeneri più prolifici di tutto il cinema horror. E’ infatti a partire da questo titolo [e, successivamente, con l’infinita saga di Venerdì 13] che viene coniato il termine slasher-movies, ad indicare pellicole caratterizzate da una schiera di teenagers imbecilli e arrapati che vengono trucidati all’arma bianca da un assassino [in costume o comunque mascherato] con un passato traumatico alle spalle, che sembra quasi punirli per i loro vizi e peccati. Il tutto condito con nudi femminili a volontà e una buona dose di sangue e fantasia nella messa in scena degli omicidi. Questa in breve la semplice [quanto fortunata] formula che ha caratterizzato una miriade di prodotti ad onor del vero fin troppo simili l’uno all’altro [sebbene sia ben noto che l’Halloween di Carpenter fosse di ben altro spessore, tecnico e concettuale, rispetto ai vari epigoni e cloni che ha finito per generare].

Immerso nel mucchio degli slasher che invasero il mercato [statunitense e non solo] negli anni Ottanta, ha finito per spiccare un curioso titolo datato 1984, Silent Night, Deadly Night, da noi distribuito [anni dopo e solo in una censurata versione home-video] come Natale di Sangue.

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NEKROMANTIK di Jörg Buttgereit

nekromantik1Rob e Betty sono una giovane coppia residente in uno squallido appartamento di periferia.

Lui è un impiegato presso un’agenzia addetta al recupero di cadaveri sul luogo di incidenti stradali. Oltre a questo ha una passione particolare: collezionare pezzi o membra dei corpi deceduti che riesce a sottrarre di nascosto. Sempre più affascinato e ossessionato dalla morte, decide un giorno di portare a casa un cadavere intero, suscitando anche nella sua compagna una morbosa eccitazione che sfocia in un vero e proprio ménage à trois [con tanto di amplesso in cui al cadavere viene fornito un pene artificiale ottenuto con un tubo metallico e incappucciato con un preservativo].

Il terzetto vive quasi una sorta di favola idilliaca, fino a quando Rob non viene licenziato e Betty, considerandolo un fallito senza speranza, sceglie di fuggire insieme al suo nuovo amante. Le conseguenze saranno catastrofiche.

Datato 1987, Nekromantik rappresenta ad oggi un fondametale pezzo di storia del cinema underground/indipendente europeo. La pellicola si può definire la prima vera prova alla regia di Jörg Buttgereit [che prima di questo titolo aveva firmato solo due lavori minori in età giovanile], autentico genio anarchico della cinematografia teutonica.

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AMERICAN GUINEA PIG: BOUQUET OF GUTS AND GORE di Stephen Biro

american-guinea1Due giovani ragazze vengono rapite da un individuo mascherato che le rinchiude in una stanza e le droga fino a ridurle in uno stato di semicoscienza. Assistito da altri due complici che filmano continuamente la scena, inizierà a torturarle con gli strumenti e le modalità più assortite. Il tutto è destinato ad una sala di montaggio che assembla e impacchetta video snuff per i loro clienti. Fine della storia.

Chi conosce il marchio Guinea Pig sa benissimo che di fronte ad un prodotto come questo non è certo il caso di aspettarsi copioni costruiti tra momenti di grande pathos e colpi di scena.

Chi non lo conosce può continuare ad ignorarne l’esistenza, dato che siamo di fronte alla classica saga only for fans. E in questo caso i cosidetti fans si racchiudono in una schiera alla ricerca esclusiva di immagini sempre più spinte e disturbanti.

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GUINEA PIG: La saga

guinea-pig-1Una celebre star di Hollywood, durante una festa, assiste ad una pellicola giapponese dove la violenza messa in scena è talmente disturbante e realistica che si convince di aver visionato un autentico snuff movie. Il passo successivo è quello di correre a denunciare il fatto direttamente all’FBI. L’indagine scatta ma si risolve con un buco nell’acqua: la produzione del film dimostra infatti che tutto il materiale girato è soltanto frutto di efficacissimi effetti speciali.

Correva l’anno 1991 e questo è, in breve, il resoconto di quanto accaduto all’attore hollywoodiano Charlie Sheen dopo aver assistito al secondo episodio dell’infame saga nipponica di Guinea Pig [tradotto letteralmente porcellino d’india/cavia per esperimenti]. La serie, composta da sei capitoli [più un settimo, Slaughter Special, che è una sorta di extra dove vengono assemblati i momenti più shock dei vari episodi], prende vita nel 1985 grazie al genio di tale Satoru Ogura, che dirige Devil’s Experiment, per certi versi una sorta di modello/capostipite per tutti i più moderni torture-porn.

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TODO MODO di Elio Petri

todo_modo_2I vertici della politica italiana rappresentano un’enorme, nauseante menzogna.

La Chiesa è il potere che governa il paese. La Democrazia Cristiana è la massima espressione di una morte fisica e interiore [spirituale?] di chi lo governa. Questa l’equazione che salta alla mente dopo la visione del capolavoro maledetto di Elio Petri.

Sequestrato quasi subito dalle sale, dopo l’uccisione di Aldo Moro, per decenni è scomparso dalla circolazione, finendo per sprofondare nell’oblio del dimenticatoio.

Liberamente tratto dall’omonimo romanzo di Leonardo Sciascia [che, probabilmente non a torto, definì il film espressamente pasoliniano], racconta la vicenda di un gruppo di membri appartenenti alle varie correnti della DC [ecclesiastici, affaristi, banchieri, politici] che si riuniscono come ogni anno in una specie di castello/fortezza per dedicarsi ad una serie di pratiche spirituali.

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CRUISING di William Friedkin

cruising1Addentrarsi nei territori della filmografia di William Friedkin significa innanzitutto approcciare con una delle figure più controverse nel panorama del cinema americano: mente geniale per alcuni, rozzo mestierante per altri; in ogni caso autore scomodo, provocatorio, politicamente scorrettissimo e nichilista fino al parossismo. Un regista che nel corso della sua filmografia ha firmato alcuni tra i titoli più idolatrati, discussi e bistrattati di sempre.

Pietre miliari come Il braccio violento della legge, L’esorcista o Vivere e morire a Los Angeles, per un verso o per un altro, continuano ad essere veri e propri oggetti di culto agli occhi dei cinefili più smaliziati.

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