Restricted Movies

BRIMSTONE di Martin Koolhoven

brimstoneE’ un west cupissimo e disperato quello di Brimstone. Il fanatismo religioso, la paura dell’inferno e le colpe dei peccati commessi sono gli strumenti con cui la popolazione più ignorante viene tenuta a bada e manipolata.

In questo scenario vive Liz, una donna senza lingua che si occupa di fare da ostetrica in uno sperduto villaggio, insieme a sua figlia e all’uomo con cui ora vive, padre di un bambino che non riesce ad accettare la presenza della donna in casa. Tutto procede placidamente fino a quando nella cittadina non arriva un oscuro pastore sfregiato, la cui presenza sembra turbare nel profondo la protagonista. Questo sarà l’inizio di un incubo infernale per la donna, un incubo che affonda in un passato immerso nel dolore e nel sangue e da cui è impossibile uscire.

Meglio non dire altro per non rovinare gli agghiaccianti e imprevedibili sviluppi che si susseguiranno nelle due ore e mezza e di durata, ottimamente gestite dal regista olandese Martin Koolhoven, che sceglie di suddividere il film in capitoli [Apocalisse, Esodo, Genesi, Castigo] e in ordine non cronologico, lasciando così allo spettatore il compito di ricomporre tassello per tassello l’infernale mosaico.

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TRAUMA di Lucio A. Rojas

traumaCile, 1978: siamo nel pieno della dittatura imposta dal regime di Pinochet. All’interno di un edificio una donna viene picchiata brutalmente con l’accusa di essere una dissidente comunista. Un sadico generale la fa prima stuprare dal figlio, drogato e ridotto ad una sorta di automa, per poi ucciderla sotto gli occhi del ragazzo.

Stacco temporale: quattro ragazze [di cui due fidanzate e innamoratissime] intraprendono un viaggio verso una zona rurale sperduta per trascorrere qualche giorno nella casa di famiglia di una di loro. Lungo il tragitto si fermano in un lugubre bar per chiedere indicazioni, attirando le attenzioni di uno psicopatico del posto e di suo figlio.  Durante la notte i due uomini penetrano nell’abitazione delle quattro, dando il via ad una sequela di torture e abusi sessuali ai danni delle poverette. Ma, come sempre, la medaglia prima o poi si rovescia…

Paragonata al famigerato [e forse ancora più tremendo] A Serbian Film [2010], quest’opera del cileno Lucio A. Rojas si è aggiudicata un posto di rilievo nell’ambito del cinema più estremo post 2000. Così come nel film di Srdjan Spasojevic, anche qui abbiamo un sottotesto politico [furbacchione e, a conti fatti, irrilevante] che fa da cornice agli eventi, in questo caso reso ancora più marcato dalla didascalia iniziale in cui si esplicita che la storia è basata su fatti realmente accaduti.

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DEADBEAT AT DAWN di Jim Van Bebber

deadbeat1A più di trent’anni dalla sua uscita, grazie alla sempre beneamata Arrow Video, l’opera prima di Jim Van Bebber trova finalmente il suo esordio in una splendida e necessaria edizione Blu-Ray che gli amanti del cinema underground più spinto e brutale attendevano da troppo tempo.

Ad onor del vero la filmografia del regista si ferma a questo titolo e al più conosciuto The Manson Family [un autentico calvario produttivo girato tra il 1997 e il 2003], a cui si sommano un’altra manciata di titoli tra cortometraggi e videoclip musicali. Ad oggi, infatti, lo ricordiamo per lo più come attore [divertente il suo cameo nel primo American Guinea Pig, dove si è occupato anche del reparto fotografia] e in particolare per le sue eccellenti doti di lottatore, ammirabili soprattutto in questo suo esordio dietro la macchina da presa, in cui si ritaglia anche il ruolo di protagonista.

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AMERICAN GUINEA PIG: BLOODSHOCK di Marcus Koch

Ci sono titoli che vivono volutamente rilegati nel profondo underground che li ha partoriti, il più delle volte oggetto di dibattito tra varie fazioni di appassionati. Guinea Pig è un marchio arcinoto ai seguaci dei cosiddetti shock-movies ed identifica una serie di film orientali [di cui abbiamo parlato qui] che mettono in primo piano la distruzione sistematica del corpo umano, puntualmente violato, sezionato, umiliato e disintegrato.

Tra finti snuff [di cui il secondo capitolo, Flower of Flesh and Blood, è con ogni probabilità il più famigerato] e deliranti commedie nere di dubbio divertimento [l’orrendo Devil Woman Doctor o il grottesco He Never Dies], spiccava per qualità e originalità il quarto episodio, Mermaid in a Manhole, l’unico del lotto in grado di unire con maestria il martirio visivo ad una vicenda tragica e niente affatto banale.

Passano gli anni [tanti] e anche questo tipo di cinema cambia pelle, si trasforma e prende altre strade. Fino quando nel 2014 Stephen Biro, boss della Unearthed Films, annuncia a sorpresa una sorta di rivisitazione a stelle e strisce dell’infame saga nipponica ed esordisce con il primo, efficace segmento American Guinea Pig: Bouquet of Guts and Gore [di cui abbiamo parlato qui]. Solo un anno dopo ecco giungere anche un numero due, Bloodshock, dove il timone della regia passa all’effettista Marcus Koch.

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AFRICA ADDIO di Franco Prosperi e Gualtiero Jacopetti

africa-addioL’Africa dei grandi esploratori, l’immenso territorio di caccia e di avventura che intere generazioni di giovani amarono senza conoscere, è scomparso per sempre. A quell’Africa secolare, travolta e distrutta con la tremenda velocità del progresso, abbiamo detto addio…

Con queste parole, affidate ad una voce narrante, inizia lo shockumentary per eccellenza, l’apice assoluto [sia a livello tecnico/concettuale che in termini di efferatezza] di un Genere di pellicole documentaristiche conosciute come Mondo Movies. Il termine venne coniato nel 1962, quando il duo Franco Prosperi/Gualtiero Jacopetti sancì il loro sodalizio nella Settima Arte e presentò alle platee Mondo Cane, ovvero il primo reportage da loro ideato e girato, dove mostravano senza pudore gli usi e costumi più inconsueti, scioccanti e morbosi dei vari popoli sparsi nel mondo [si passa da feroci riti tribali a uccisioni e sevizie di animali, dall’effetto dell’inquinamento nei mari ad una serie di cruente cerimonie religiose].

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CELL BLOCK 99 – NESSUNO PUO’ FERMARMI di S. Craig Zahler

Bradley Thomas è un possente energumeno con una vistosa croce tatuata sulla nuca. Ha un passato da ex pugile, spacciatore e alcolizzato, ma adesso lavora come meccanico in un’officina. Nello stesso giorno viene a sapere di aver perso il lavoro e che la moglie lo tradisce da tempo, stanca di una convivenza in cui il rapporto con suo marito vive in un’insostenibile apatia. Intenzionato a ricostruire una vita migliore per sé stesso e per la donna che ama, decide di ricontattare una sua vecchia conoscenza nella malavita, che gli trova subito un’occupazione come corriere per i suoi traffici. Passano alcuni mesi e le cose sembrano andare meglio: lei è incinta, i soldi non mancano e i due vivono adesso in una bella casa dove è già pronta la cameretta per la figlia in arrivo.

Bradley si lascia però convincere ad accettare un incarico troppo rischioso e finisce dietro le sbarre. La moglie gli promette che lo aspetterà fino al suo ritorno e il nostro sembra rassegnarsi all’idea di scontare la sua pena con buona pace. Fino a quando un atroce ricatto che minaccia i suoi affetti lo costringerà a trasformarsi in una belva assassina tra le mura del carcere. La discesa nell’inferno [quello vero] ha inizio. A distanza di due anni dal suo primo lavoro [l’ottimo western cannibalico Bone Tomoahawk], S. Craig Zahler fa centro un’altra volta e si conferma un regista/sceneggiatore capace di  rimodellare gli schemi e gli stereotipi del cinema di Genere che più lo appassiona.

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INSIDE – A L’INTERIEUR di Alexandre Bustillo e Julien Maury

insideSarah è una giovane donna in stato interessante che ha involontariamente causato un incidente stradale in cui ha perso la vita il suo compagno. Sta trascorrendo la vigilia di Natale da sola nella propria casa, mentre fuori, nel quartiere delle Banlieu parigine, si consuma una violenta rivolta di immigrati. Ma soprattutto, nei pressi dell’abitazione, si aggira una minacciosa dark lady che sembra particolarmente interessata a ciò che Sarah porta in grembo. Dentro di sé.

Questo il semplicissimo antefatto da cui sono partiti i due giovani cineasti francesi Alexandre Bustillo e Julien Maury, che a loro modo hanno rappresentato un piccolo caso nell’ambito del cosiddetto cinema Estremo. Ad onor del vero ci aveva già pensato Alexandre Aja nel 2003 [autore dell’avvincente e splatterissimo thriller/horror Alta Tensione] ad inaugurare in territorio francese una certa tendenza verso prodotti di Genere concepiti per ridefinire i canoni del mostrabile in termini di violenza esplicita.

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MILANO ODIA: LA POLIZIA NON PUO’ SPARARE di Umberto Lenzi

milano-odiaTentando un paragone azzardato, si potrebbe dire: quanto Jack Nicholson sta a Shining, tanto Tomas Milian sta a Milano Odia. In altre parole: se, nominando Nicholson, ogni cinefilo che si rispetti evocherà come prima immagine il volto di Jack Torrance con il suo sorriso diabolico, allo stesso modo, pensando a Milian, non potrà che richiamare alla memoria l’espressione invasata e rabbiosa di Giulio Sacchi. Alias il cattivo più selvaggio e psicotico mai apparso nel cinema italiano. Ma anche uno dei più ambigui e sfaccettati: sadico torturatore e assassino ma allo stesso tempo perdente a tutto tondo, capace di incutere uno spiazzante alone di malinconia; autoritario ma vigliacco; carismatico ma avvolto da un perenne alone di solitudine; calcolatore ma imprevedibile nella sua brutale schizofrenia; astuto oratore ma ingenuo ai livelli di un infante.

Lo stesso Milian [doppiato qui per la prima volta da Ferruccio Amendola] non ha mai nascosto di aver assunto continuamente droghe e alcool durante le riprese per riuscire a rendere al meglio una simile caratterizzazione [tra l’altro fu lui stesso a scegliere il ruolo di Sacchi dopo aver letto il copione, che in origine gli avrebbe riservato la parte di un altro malvivente]. Sarebbe però riduttivo circoscrivere alla performance del suo protagonista l’alone di culto che la pellicola si porta dietro, così come il suo status di classico inteso nell’accezione principale di modello.

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THE JAIL – L’INFERNO DELLE DONNE di Vincent Dawn [Bruno Mattei]

THE-JAILAnche il cinema di pura [e genuina] exploitation può vantare i suoi gloriosi pionieri. Autori [per alcuni mestieranti improvvisati] che hanno avuto il privilegio di bazzicare tra i sottoGeneri più folli e scorretti del ventennio Settanta/Ottanta. Chi ha amato questi immaginari e i loro artefici non potrà che abbandonarsi ad una lacrimuccia di fronte al nome del mai troppo compianto Bruno Mattei. Uomo di cinema a tutto tondo che è passato a più riprese dalla regia al montaggio, destreggiandosi tra zombi famelici, sadici nazisti, prorompenti donne in gabbia o lussuriose suore dedite all’amore saffico, cyborg assassini, topi mutanti affamati di carne umana e altre leccornie simili. Il tutto con uno stile sempre improntato all’eccesso più frenetico e irriverente. Insomma, un nome e una garanzia.

Uno dei filoni che hanno caratterizzato la sua sconfinata filmografia risponde alla sigla di W.I.P. [che sta per Women In Prison], ad indicare prodotti caratterizzati da ammalianti donzelle rinchiuse dietro le sbarre e sottoposte ad una serie di torture fisiche e sessuali. In Italia due tra i titoli più rappresentativi appartenenti a questa cerchia portano appunto la firma del nostro.

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CANNIBAL FEROX di Umberto Lenzi

Correva l’anno 1980 quando un certo Ruggero Deodato si conquistò l’appellativo [da cui non riuscì più ad emanciparsi] di Moniseur Cannibal, firmando quel Cannibal Holocaust che si impose come un vero e proprio punto di non ritorno all’interno della cosiddetta cinematografia proibita.

E’ a partire da questo titolo che venne infatti coniato il termine cannibal-movies, ad indicare pellicole con ambientazioni tropicali dove la civiltà occidentale veniva a contatto con un universo selvaggio e primitivo, popolato da bestie feroci e, appunto, indigeni antropofagi. Nonostante l’opera di Deodato abbia sempre rappresentato [soprattutto tecnicamente] un qualcosa di monumentale e quasi inarrivabile per gli epigoni che ha generato, finì per stabilire una serie di codificazioni che si riscontreranno in tutti le pellicole di questo Genere, durato comunque per un periodo relativamente breve [all’incirca dalla fine dei Settanta a metà degli Ottanta].

Immagini ai limiti dello splatter, nudità [spesso condite con una scena di stupro] e agghiaccianti scene snuff con reali uccisioni di animali [tristemente celebre la testuggine gigante fatta a pezzi in Cannibal Holocaust] erano gli elementi cardine che il pubblico doveva aspettarsi da queste visioni. Come precursore del filone cannibalico andrebbe citato Il Paese Del Sesso Selvaggio di Umberto Lenzi [1972], che comunque si delineava per lo più come un prodotto all’insegna dell’intrattenimento avventuroso, con scene di violenza fugaci e piuttosto soft.

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