LA CASA DI JACK di Lars von Trier

Di regola quando si parla di un film, facendone un’analisi o una recensione, si dovrebbe rimanere il più oggettivi possibile e cercare di non personalizzare il testo parlandone in prima persona. Questa volta infrangerò la regola per due motivi.

Il primo riguarda la presunta oggettività necessaria all’analisi: dietro la maschera dell’imparzialità, è anche banale dirlo, si nascondono e spesso emergono i veri sentimenti che danno forma ai nostri gusti, sempre e comunque.

Il secondo motivo è l’autore del film: Lars von Trier non può essere affrontato con distacco, a distanza o “di striscio”, perché i suoi film ti investono con violenza, indipendentemente dal gusto, e quando si viene colpiti direttamente alla pancia, alla testa e forse anche al cuore, non si può rimanere imparziali.

La casa di Jack racconta delle vicende che hanno luogo nell’America degli anni ’70 e segue le azioni e i pensieri del suo protagonista, Jack, attraverso cinque incidenti, cinque omicidi scelti a caso che hanno definito il suo sviluppo come serial killer.

Viviamo la storia dal punto di vista di Jack, il quale vede ogni omicidio come un’opera d’arte in sé, anche se la sua disfunzione gli da problemi nel mondo esterno. Nonostante l’inevitabile intervento della polizia si stia avvicinando, contrariamente a ogni logica, questo lo spinge a rischiare sempre di più.

Comincia nell’oscurità e si conclude con un bianco accecante. Si muove tra la violenza più efferata e riflessioni profonde sull’animo umano. Utilizza stili di regia diversi anche nella stessa sequenza.

Riesce ad essere allo stesso tempo comico, grottesco, efferato, superficiale, profondo e disperato.

Von Trier racconta la storia di un personaggio per raccontare se stesso e la sua carriera, ma rivolgendosi comunque a ognuno di noi. Esemplificativo è il metacinematografico dialogo iniziale nel buio assoluto, con un rumore di acqua che scorre e due voci profonde di personaggi che non vediamo:

  • Posso chiederti una cosa?
  • Non posso promettere che risponderò.
  • Giusto, è proprio ciò che intendevo. Ti è permesso parlare lungo il percorso?

È Jack che sta parlando ad un personaggio misterioso ad un certo punto della sua storia. È von Trier che parla a se stesso, in un soliloquio infernale. Ma siamo anche noi a chiedere all’uomo che ci sta raccontando la storia di Jack se ci è permesso fare delle domande. Quindi il film è anche finzione e viaggio metaforico, confessione e autobiografia. E visto che il film è una così diretta emanazione del suo autore, non ho potuto fare a meno di interrogare me stesso sul rapporto che ho con von Trier.

E, a dire il vero, il nostro non si può certo definire un rapporto idilliaco. Non ho visto molti dei suoi film.

Ricordo con molto piacere Dogville, perché lo lego ad un periodo in cui la mia passione per il cinema si stava formando ed espandendo, e quel film molto weird con Nicole Kidman mi mostrava una delle tante vie che il cinema poteva prendere, anche negando se stesso.

Non amo particolarmente Le onde del destino e Dancer in the Dark.

Dovrei rivedere Nymphomaniac per capire bene se, a qualche anno di distanza, le parti che mi avevano appassionato di più hanno preso il sopravvento su quelle che mi avevano lasciato più indifferente. Spesso desidero di non aver mai visto Antichrist.

Melancholia era il mio preferito, forse quello in cui gli angoli più spigolosi del suo autore risultavano più smussati, ma senza che l’impatto cinematografico ne risentisse.

Con l’arrivo di La casa di Jack le carte si sono un po’ mescolate. Dovrà passare del tempo prima di poterlo davvero metabolizzare. Ma è qui che sorge un problema. Io non voglio [e spesso non riesco a] rivedere i film di von Trier. Forse perché i suoi film/figli/omicidi/opere d’arte sono oggetti taglienti e appuntiti che mi fanno male, forse perché i suoi personaggi mi terrorizzano, così lontani e così vicini. O forse perché i suoi film sono così disturbanti e viscerali da avvicinarsi pericolosamente alle esperienze o ai ricordi reali che hanno formato il nostro essere. E andare a rivivere un momento è impossibile, tranne che con il ricordo; ma il ricordo porta con sé una riscrittura della realtà, una sua alterazione… e a volte è meglio così.

Quindi temo che per me Lars von Trier rimarrà un oggetto non identificato che non capirò mai fino in fondo, ma che continuerà a intrigarmi e incuriosirmi. Lo amerò e lo odierò con la stessa intensità, ma con la sensazione di avere a che fare con uno dei pochi autori capaci di fare esattamente il film che aveva in mente, proprio come un pittore che ha a che fare soltanto con i suoi colori e la sua tela … e i suoi demoni.

Egidio Matinata

LA CASA DI JACK

Regia: Lars von Trier

Con: Matt Dillon, Bruno Ganz, Uma Thurman, Siobhan Fallon, Sofie Gråbøl, Riley Keough, Jeremy Davies, Ed Speleers, David Bailie, Yu Ji-Tae

Uscita in sala in Italia: giovedì 28 febbraio 2019

Sceneggiatura: Lars von Trier

Produzione: Zentropa Entertainments, Copenhagen Film Fund, Danmarks Radio (DR)

Distribuzione: Videa

Anno: 2018

Durata: 152’