PANORAMICA sul Genere alla Festa del Cinema di Roma 2018

House With A Clock In Its Walls

Carissimi Lettori di InGenereCinema.com, anche quest’anno non abbiamo lesinato. Ci siamo recati alla Festa del Cinema di Roma e abbiamo scovato per voi i migliori – ma anche qualche delusione – film di Genere della tredicesima edizione.

I due pezzi da novanta, 7 Sconosciuti a El Royale e Halloween, li abbiamo visti e recensiti qui e qui. Troppo grossi e soddisfacenti per licenziarli con qualche riga all’interno di questo focus, non c’è che dire…

Tutto il resto [western metropolitani, zombie movie politici, thriller oscuri e cartoni animati inediti e commoventi] lo potete trovare qui di seguito.

Dunque, che si vada a cominciare:

SIGLA!

Il mistero della casa del tempo di Eli Roth

Eli Roth è un uomo sinceramente innamorato del cinema. Di tutto il cinema. E lo dimostra cimentandosi in progetti molto diversi l’uno dall’altro, anche se con risultati a volte altalenanti.

In questo Il mistero della casa del tempo, il giovane Lewis si trasferisce nella casa vecchia e scricchiolante dell’eccentrico zio Jonathan, luogo che ben presto rivelerà la sua natura magica e stregonesca e lo porterà in un’avventura rocambolesca ed eroica.

Mantenendosi stabilmente sui binari classici che caratterizzano questa tipologia di intrattenimento sia nella narrazione che nelle tematiche [storie di solitudine, veri e falsi amici, il coraggio di accettare la diversità], il film riesce a divertire trovando una sua strada dark e rimanendo comunque adatto ad un pubblico di giovanissimi, con la capacità di unire in sé elementi presi da Piccoli Brividi, Toy Story e la letteratura di Lovecraft.

Con Jack Black, Cate Blanchett e Kyle Maclachlan.

Go Home – A casa loro di Luna Gualano.

Singolare Zombie movie, l’opera seconda di Luna Gualano, che ricolloca le creature ideate dal Maestro George Romero nel loro habitat naturale, quello politico e sociale. Cosa succederebbe, si chiede il film, se l’epidemia zombie colpisse un corteo di neofascisti intenti a manifestare contro un centro d’accoglienza per immigrati e rifugiati politoci? E se quel luogo diventasse di colpo il più sicuro della città? Quanto si è disposti a cedere delle proprie idee, se la posta in ballo è la propria sopravvivenza? Con tali premesse la regista romana aveva tra le mani una vera e propria bomba horror, che avrebbe reso fiero Romero e tutti coloro che hanno veicolato attraverso il Genere una profonda critica politica e sociale. Sfortunatamente, Go Home – A casa loro manca clamorosamente il bersaglio, affidandosi a una scrittura frettolosa e poca concentrata sullo scontro/incontro di due differenti realtà che improvvisamente si trovano a convergere. Il giovane protagonista fatica a essere tale, apparendo sempre a suo agio in situazioni estreme e mai rappresentante autentico di un’ideologia feroce e criminale come quella che dice di professare. Un vero peccato, dunque, per un film che dal punto di vista formale era riuscito ad apparire credibile, con un lavoro sul make-up e sugli effetti speciali più che dignitoso, nonostante la scarsità di risorse a disposizione.

The Old Man and the Gun di David Lowery

Ultimo giro, ultima corsa, ultima rapina e ultima cavalcata per Robert Redford.

Se la carriera di questa icona intramontabile dovesse chiudersi con questo film, si tratterebbe davvero un ultimo capitolo perfetto.

Il film è ispirato alla storia vera di Forrest Tucker, un uomo che ha trascorso la sua vita tra rapine in banca ed evasioni dal carcere. A gravitargli intorno negli anni del suo crepuscolo ci sono John Hunt [Casey Affleck], investigatore che gli dà la caccia ma è anche affascinato dai suoi modi e dal piacere che sembra provare in ciò che fa, e Jewel [Sissy Spacek], una donna che lo ama nonostante la sua “professione”.

David Lowery, classe 1980, con il suo quarto lungometraggio si consacra come uno degli autori più interessanti del cinema contemporaneo. Il film funziona su tutti i livelli: dal look old style con una fotografia leggermente sgranata alla sceneggiatura che regala momenti di tensione e grande divertimento [buona parte del merito va anche a Tom Waits, Danny Glover e Casey Affleck]; dalle interpretazioni degli attori al finale che sembra creare un cortocircuito tra questo personaggio e le altre vite cinematografiche di Redford, in un crescendo molto emozionante.

Uno dei migliori film dell’anno.

Millennium: Quello che non uccide di Fede Alvarez

L’elemento che in questo momento caratterizza di più il mondo cinematografico ispirato alla saga letteraria con protagonista Lisbeth Salander è sicuramente la confusione.

Quello che arriverà in Italia come Millennium: Quello che non uccide è un film totalmente confusionario, complicato senza essere complesso.

Confusionaria è la regia. Alvarez, che piaccia o meno, aveva dimostrato di poter padroneggiare l’horror e il thriller con una certa sicurezza ed efficacia [suoi sono il remake de La Casa e Man in the Dark], mentre qui oltre ad esserci poche idee visive forti, il ritmo e il montaggio rendono la visione quasi insostenibile, come se il film dovesse andare alla velocità di pensiero della sua geniale protagonista. La Lisbeth di Claire Foy è fisicamente più simile al personaggio creato da Stieg Larsson, ma perde il fascino e il mix di purezza e pericolosità che scaturiva dall’interpretazione di Rooney Mara. Il povero Mikael Blomkvist invece è ridotto ad essere una damigella in pericolo.

Anche la trama è difficile da raccontare: in breve, Lisbeth si ritrova in un intrigo internazionale in cui deve evitare che i “Ragni”, organizzazione criminale occulta, venga in possesso di un software che può accedere al controllo dei missili nucleari. Inoltre, dovrà affrontare il suo passato e in particolare la sorella Camilla.

Una delle delusioni della Festa.

The Tower di Mats Grorud

La stop motion sta trovando un terreno fertile per adattare temi attuali che si adattano attraverso il linguaggio fantastico.

Questo è il caso di The Tower che racconta il dramma dei rifugiati palestinesi in Libano con l’immaginario grottesco.

Il filo rosso è la scoperta di una bambina delle sue origini a partire dal nonno, a cui è molto legata e che sta per perdere.

Lo sguardo dello spettatore è quello della piccola Warda, che nella sua innocenza entra a contatto con la dura realtà. Questo disincanto è tradotto attraverso la puppet animation con pupazzi dalle linee marcate, per rendere i segni che lascia la vita. Volti rugosi, occhi spigolosi ed espressioni nette. La materia dei personaggi incontra la poesia dei sogni e del ricordo. Quando si scava nella memoria il racconto passa al disegno 2D, con dei colori acquerello e uno stile didascalico [che caratterizza anche la scenografia dei puppets]. Attraverso questo intreccio di tecniche vengono suddivise le dimensioni temporali che trovano così continuità di narrazione senza dover intervenire con didascalie formali né agganci di dialoghi espliciti.

Un racconto sentito e vissuto col cuore, commuovente, dove arriva la verità al di là di prove tangibili, logica e ricerca di una colpa. Quello che resta è una città costruita in verticale, delle torri che cercano di arrivare al cielo per ottenere una pace. Una comunità che lotta per avere le stesse possibilità di qualsiasi essere umano: quella di studiare, di conoscere il mondo, di costruire legami. Senza aver paura. Liberi.

A cura di Paolo Gaudio, Federica Guzzon, Egidio Matinata