L’UOMO CHE UCCISE DON CHISCIOTTE di Terry Gilliam

don-chisciotteAlla domanda perché non mollare un progetto tanto sfortunato, il regista Terry Gilliam risponde in maniera folgorante: “perché sarebbe stata una cosa ragionevole e io non faccio mai cose ragionevoli!”.

Attraverso questa battuta si può scorgere tutto il Gilliam-pensiero fatto di umorismo, fantasia e anticonformismo. Caratteristiche riscontrabili anche nel suo cinema e che hanno reso i suoi film necessari, soprattutto in un momento storico come l’attuale così piatto, miserabile, prevedibile e assolutamente privo di autentica fantasia.

L’Uomo che Uccise Don Chisciotte ha una gestazione lunghissima, durata la bellezza di 25 anni e caratterizzata da innumerevoli false partenze e dispute legali [una delle quali ancora in corso]. Un documentario bellissimo e sconvolgente, Lost in La Mancha, che ogni studente di cinema dal 2000 in poi ha visto e ha sofferto con Gilliam, per quel suo primo fallimentare tentativo. Nonché numerosi re-casting e una serie infinita di sfortunatissimi eventi. Eppure, l’irragionevole ex Monty Python, non si è lasciato travolgere da questo infausto destino e a dispetto di ogni previsione ha consegnando al buio dalla sala il suo bellissimo Don Chisciotte. Un film non perfetto, forse discontinuo, ma senza alcun dubbio necessario.

L’Uomo che Uccise Don Chisciotte, ha come protagonista Toby, un giovane regista pubblicitario cinico e disilluso, che si ritrova intrappolato dalle folli illusioni di un vecchio calzolaio, convinto di essere il leggendario Don Chisciotte.

Imbarcatosi in una rocambolesca avventura sempre più surreale, Toby è costretto a confrontarsi con le tragiche conseguenze di un film che ha realizzato quando era ancora un giovane idealista: quel film da studente, adattato da Cervantes, ha cambiato per sempre i sogni e le speranze di un piccolissimo villaggio spagnolo.

Dal 2000 a oggi lo script che Gilliam ha così ardentemente voluto è cambiato molto. Tanti compromessi sono stati raggiunti, diminuendo esponenzialmente l’ambizione e le dimensioni della produzione.

In origine, L’Uomo che uccise Don Chisciotte, avrebbe dovuto essere un film in costume con un viaggio nel tempo e nei luoghi descritti da Cervantes, con protagonista una star indiscussa come Johnny Depp. Diciotto anni dopo, il film appare ridimensionato [niente ricostruzione storica e niente Johnny Depp] ma con il suo autore libero di esprimersi e di dare sfogo alla sua straordinaria visione. Com’è già accaduto con i suoi film più recenti, Gilliam sembra realizzare una sorta di compendio della sua intera filmografia: è facile rintracciarvi l’immancabile lotta tra realtà e fantasia, i cavalieri coraggiosi e folli, gli scenari barocchi e medievali che ricordano i dipinti di Bosch e quella profondissima malinconia per ciò che è stato e ora non è più. Situazioni grottesche, fumettistiche e iperboliche, si alternano a momenti riflessivi, disturbanti e poetici. Con gli attori incorniciati da magnifiche inquadrature grandangolari che li rendono un tutt’uno con i luoghi e le scenografie. Posti e volti che sembrano appartenervi a vicenda in maniera indissolubile come in un’illustrazione di Gustave Doré, artista tanto amato da Gilliam. In particolare, la rappresentazione del vecchio Don Chisciotte appare estremamente riuscita: iconica e ferma nell’immaginario di ognuno di noi, Jonhatan Pryce è il cavaliere errante sgangherato, folle e buffo scritto da Cervantes.

L’Uomo che uccise Don Chisciotte è un piacere per gli occhi, dunque, ma se l’estetica è così solida e riuscita, la sceneggiatura non ha la medesima efficacia. Dopo un inizio molto convincente, come spesso capita nei lavori del regista di Brazil, la pellicola perde di unità e si frammenta in tante piccole scene discontinue e ridondanti che frenano la narrazione e allontanano lo spettatore. Si procede così, alternando momenti di gran cinema ad altri confusi e fin troppo carichi, in attesa di un finale a dir poco memorabile. Impossibile non commuoversi dinnanzi all’arrivo dei Giganti e alla battaglia che ne segue.

L’ultima fatica di Terry Gilliam non è un capolavoro, bisogna ammetterlo, tuttavia, è un film necessario, in quanto sta lì a testimoniare come il cinema sia un’arte spietata e piena di contraddizioni. Che pretende dai cineasti un sacrificio definitivo e consegna agli spettatori pezzi di vita sognata, sudata e desiderata. La storia che c’è dietro è quasi più significativa di quella raccontata in poco più di due ore: vede un uomo con immense capacità di visione e di racconto non arrendersi ad avversità terribili e a un sistema freddo e capitalistico che avrebbero ucciso un toro. Dimostra che ancora c’è spazio per chi intende questo mestiere come una necessità espressiva e non come uno strumento per arricchire burocrati e dirigenti in giacca e cravatta. Ci consegna la speranza di poter tornare in una sala e trovare qualcosa di autentico che dona stupore e meraviglie e sconfigge i mulini a vento.

Paolo Gaudio

L’UOMO CHE UCCISE DON CHISCIOTTE

Regia: Terry Gilliam

Con: Adam Driver, Jonathan Pryce, Stellan Skarsgård, Olga Kurylenko, Joana Ribeiro, Jordi Mollà, Jason Watkins, Óscar Jaenada, Sergi López, Rossy de Palma

Uscita sala in Italia: giovedì 27 settembre 2018

Sceneggiatura: Terry Gilliam, Tony Grisoni

Produzione: Alacran Pictures, Amazon Studios, Entre Chien et Loup

Distribuzione: M2 Pictures

Anno: 2018

Durata: 137’