I NUOVI MOSTRI: Evoluzione delle icone horror nel nuovo millennio [Parte 1: L’Uomo Lupo]

uomo-lupo1Artemisia [Italia], Azeto [Haiti], Chon Chon [Cile], Drakul [Moldavia], Vlokoslak [Romania], Baital [India], Danag [Filippine], Farkaskoldus [Ungheria], Gierach [Prussia], Jaracas [Brasile], Kasha [Giappone], Lamia [antica Rome e antica Grecia], Moroii [ancora Romania], Mulo [tradizione zingara], Mutala [Africa], Nachzehrer, Nosferat, Nosferatu, Ohyn [Polonia], Pelesit [Malesia], Pisacha [Cile], Ramanga [Madagascari], Sampir [Albania], Talamur [Australia], Upir [Ucraina], Vampur [Bulgaria], Zmeu [Moldavia].

Una manciata di nomi. Solo una piccola parte dei tanti che è possibile trovare in rete: tipologie appartenenti alla stessa specie [se di specie si può parlare]: quella dei vampiri.

Con un PC e una connessione internet è facile trovarne a dozzine, completi di descrizioni più o meno dettagliate. Ricordo che proprio questa fu una delle prime ricerche fatte sul web e poi debitamente stampata, visto che navigare online non era ancora così conveniente. Da qualche parte devo ancora avere quei fogli…

vlad-tepesMostri”, signore e signori: da sempre, in tutte le culture, il “mostruoso” ha sempre giocato il doppio ruolo di affascinare e spaventare chi è normale [o almeno crede di esserlo, perché, come ci ha insegnato Tiziano Sclavi, “I mostri siamo noi”] e, tra realtà e immaginario, la paura e la fascinazione hanno giocato da sempre con gli stessi archetipi: la creatura, il vampiro, la bestia, la morte e quel che si trova oltre la morte [fantasmi e morti viventi].

Anche il cinema, inizialmente forma di intrattenimento assai vicina ai tendoni in cui si potevano incontrare da vicino veri e affascinanti “scherzi della natura”, non poteva resistere alla fascinazione del diverso e, in un gioco infinito di specchi e rimandi, continua a rielaborare e a riportare periodicamente sullo schermo proprio quegli archetipi, agganciandosi a racconti mitici o letterari, o rielaborando canovacci di vecchi film riadattati e insaporiti per essere meglio digeriti dal pubblico più giovane.

Nell’epoca filmica dello zombie, che tra commedia e TV ha monopolizzato gli ultimi anni di horror-produzioni, il 2016 vede l’arrivo nelle sale italiane di due pellicole legate al Frankenstein di Mary Shelley.

04_DraculaNoi di InGenere Cinema, da sempre schierati dalla parte dei “film coi mostri”, non potevamo esimerci da una breve riflessione sull’evoluzione di questo tipo di film nel nuovo millennio.

Cosa sono diventati, oggi, le icone della paura come Dracula il vampiro, il mostro di Frankenstein, l’Uomo Lupo e la Mummia? Qual è il loro posto all’interno della cultura contemporanea e della moderna industria cinematografica?

Proviamo a fare un piccolo punto della situazione attraverso una manciata di nuove trasposizioni di queste icone orrorifiche divenute parte del bagaglio culturale, oltre che folclorico, di tutti.

Quattro Mostri sacri. Quattro settimane. Quattro sabato. Si comincia oggi, con l’Uomo Lupo, a cura del sottoscritto.

Luca Ruocco

L’UOMO LUPO

uomo-lupo2“Grande come un vitello con un petto molto largo, testa e collo molto grosso, orecchie corte e dritte, il muso come quello di un levriero, la bocca nera e due denti molto lunghi e affilati, con un manto nero dalla cima della testa all’estremità della coda, procede a balzi di oltre nove metri, dotata di grandi ed affilati artigli […]”. Si tratta di una delle numerose descrizioni della “Bestia del Gévaudan”, feroce creatura che terrorizzò i territori francesi limitrofi alla Lozère tra il 1764 e il 1767, lasciando dietro di sé una lunga scia di avvistamenti e terribili omicidi.

Un lupo? Forse. Se non fosse per delle assai particolari abitudini comportamentali e, soprattutto, per la sua fisicità abnorme: mostruosa.

“La bestia non attaccava come un lupo, ma decapitava le sue vittime dopo aver bevuto loro il sangue e riusciva a mozza gambe e braccia […]”.

Le numerose descrizioni rendono bene l’idea sulla “Bestia del Gévaudan” quando ne parlano come di un incrocio tra una tigre e un lupo e raccontano la potenza dei suoi artigli, talmente lunghi ed affilati da riuscire a decapitare un uomo.

Basta davvero poco perché, nella Francia settecentesca e nei territori limitrofi, inizi ad affacciarsi l’ipotesi che si tratti di un “loup-garou”, un lupo mannaro: un uomo, cioè, capace di liberare totalmente i suoi istinti animali, tanto da mutare la sua forma in quella di una bestia, per poi cibarsi della carne e del sangue di chi fino a poco prima era un suo simile e, ora, è diventato solo una preda.

uomo-lupo3La paura di questi feroci mutaforma era assai diffusa, e non solo in Europa. Basti solo pensare che dal Basso Medioevo in avanti, in Francia, Germania e negli altri paesi cattolici, furono processate oltre 100.000 persone accusate proprio di mannarismo.

Ma questo connubio contro natura che permette a un uomo e a un animale di alternarsi al timone dello stesso corpo si perde indietro nel tempo, trovando le sue radici, come è ovvio, nel mito: in figure come il dio Anubi o Licaone, e che viene meravigliosamente concretizzato nel “versipellis” dell’antica Roma, un essere “double-face” a cui bastava rivoltare all’indietro la sua pelle umana per riportare alla luce quella da lupo.

werewolfCome per il vampiro, anche il lupo mannaro rimbalza – tra mito e mezze verità – nei vari Paesi del mondo: da Fenrir, uno dei tre figli di Loki, nella tradizione scandinava, ai Pawnee, indiani strettamente imparentati coi lupi. Dal werewolf inglese al werwulf tedesco e, in Italia, ai vari lupi minari, lupinari, lupomin’, lupu pampanu e lupunaru.

Una diffusione così radicata nel tempo e sparsa a macchia d’olio sul pianeta che, per chi scrive, rappresenterebbe già una mezza certezza riguardo la reale esistenza della creatura chiamata in causa.

La maledizione che colpisce Lon Chaney jr., nel più famoso fra i primi film mannari della storia [The Wolf Man], si trasforma nel morso “infetto” del cult di Landis Un lupo mannaro americano a Londra, e in una razza mutaforma che da sempre vive accanto ad umani e vampiri nella saga young-adult Twilight.

Ma come ha vissuto il passaggio al nuovo millennio “l’Uomo Lupo Cinematografico”?

Licantropia Saga [2000-2014]

licantropia1Quella di Licantropia è una trilogia a tema mannaro che si affaccia sull’incipit della produzione cinematografica del nuovo millennio.

Tre produzioni sospese tra il Canada e gli USA, tra la ferinità dell’homo homini lupus e la metamorfosi – mentale prima che fisica – propria della pubertà.

Il primo capitolo, Licantropia Evolution [titolo originale Ginger Snaps] è del 2000 ed è diretto da John Fawcett; quello successivo, Licantropia Apocalypse, è del 2004 [Ginger Snaps 2: Unleashed] firmato Brett Sullivan; il tutto si chiude con un prequel, Licantropia [Ginger Snaps Back: The Beginning, sempre del 2004] per la regia di Grant Harvey.

La storia è quella di due giovani sorelle, Ginger e Brigitte, due teenager outsiders con un marcato senso del macabro e un rapporto ossessivo che le unisce in modo morboso.

licantropia2C’è qualcosa che lega Ginger Snaps ad un mondo fatto di credenze popolari antiche, assai concrete e che esulano dalla stessa tematica della licantropia: la metamorfosi che cambierà per sempre l’esistenza delle due sorelle avrà inizio la notte del primo mestruo di Ginger. La notte assai liminale in cui la giovane avrebbe dovuto abbandonare la sua vita da bambina per incominciare quella di donna, Ginger viene assalita da un lupo mannaro e azzannata. Una metamorfosi avrà, quindi, atto, ma non quella preventivata dalla natura: Ginger inizierà a cambiare psicologicamente e fisicamente: una strada a senso unico, quella dell’ingresso in una nuova fase della vita – quella adulta, sì, ma snaturalizzata e deformata – che come Ginger e Brigitte avranno modo di verificare sulla loro stessa pelle, avrà un unico e drammatico senso di marcia.

Anche Brigitte, nel secondo capitolo, si perderà sulla stessa strada: per lei il passaggio all’età adulta sarà metaforicamente segnata dalla tossicodipendenza [da una sorta di siero che riesce a rallentare la sua trasformazione in donna/lupo].

Ginger_lets_in_the_werewolvesLa saga si chiude con il prequel Licantropia, che riporta la storia nel Canada del 1815: ancora una volta due sorelle, stavolta accidentalmente piombate in una assai più canonica che metaforica storia ambientata all’interno di un campo indiano attaccato da una bestia feroce che, come da tradizione per la saga, attaccherà le due sorelle ferendone una. L’epilogo della storia ripoterà in auge l’assetto tipico di Ginger Snaps [sorella contro sorella, la morte dall’amore].

La saga di Licantropia riesce ad elaborare una versione moderna e assai concreta del mito della licantropia, scoccando come si deve le frecce della metafora. Una storia che, soprattutto nei primi due capitoli, riesce ad agitarsi nelle viscere dello spettatore, dimostrando di esser fatta dello stesso sangue di cui sono fatti i sogni.

I delitti della luna piena [2004]

romasanta2Sempre del 2004 [grande anno licantropico], ma di matrice ispanica, è il Romasanta del Paco Plaza della saga di Rec: I delitti della luna piena, in Italia. Ambientato nella Galizia del 1850, il film trova il suo epicentro in una zona boschiva dove vengono rivenuti una serie di cadaveri mutilati. Non sembra opera di un semplice branco di animali, per quanto feroci possano essere e, come nel caso della “Belva del Gévaudan” di cui abbiam detto nell’introduzione, la paura prende corpo e subito concretezza nella possibile presenza di un lupo mannaro.

La storia di Plaza si muove dall’horror al thriller e ancora all’horror, concentrandosi sulla figura [ispirata a un uomo realmente esistito?] di Manuel Blanco Romasanta, catturato un paio di anni dopo e processato ad Allariz, dopo essere stato accusato da una sua giovane amante dell’omicidio di tredici persone. L’uomo dichiarò di essere un lupo mannaro e di non avere più il controllo delle proprie azioni.

romasanta1Quel che c’è di davvero riuscito ne I delitti della luna piena è proprio questo doppio binario parallelo che tenta di spiegare la storia di omicidi e violenza secondo gli stilemi del mannaro-movie e con quelli del thriller con killer seriale: binari che, poi, si incontrano nelle meravigliose scene di trasformazione [vera o immaginata dal protagonista]: una sorta di sacco amniotico/bozzolo fa zona di mezzo per dividere l’uomo dalla bestia e la bestia dall’uomo.

Molto buono anche l’approccio da ricostruzione storica: basterebbe davvero sfogliare qualche libro di tradizioni popolari per trovare molte storie simili a quella di Romasanta realmente accadute.

Wolfman [2010]

wolfman1Facciamo un balzo di sei anni in avanti per arrivare al Wolfman di Joe Johnston, interpretato, fortemente voluto e [quindi] co-prodotto da Benicio Del Toro. Ci troviamo di fronte ad un ottimo b-movie travestito da blockbuster e ad una delle più riuscite operazioni di restyling di un’icona classica dell’horror realizzate intorno al 2000. Prima di ribattere pensate a Dracula Untold o a La mummia di Stephen Sommers

Il lavoro di ricostruzione fatto su Wolfman parte dalla sceneggiatura firmata da Andrew Kevin Walker e David Self che rielaborano lo script di Curt Siodmak prendendosi le giuste libertà, ma senza snaturare del tutto la storia. Viene dato maggior rilievo, ad esempio, al personaggio di sir John Talbot, padre del protagonista, che qui assume un’importanza decisiva, oltre che un marcato carattere, grazie all’interpretazione di Anthony Hopkins; e anche il personaggio di Lawrence, affidato a Del Toro, muta carattere e piglio.

wolfman2Per quanto riguarda gli effetti speciali, il nuovo uomo lupo è un riuscito mix di trucco ed effetti digitali, che ricorda molto quello interpretato da Chaney, ma allo stesso tempo riesce ad apparire più moderno e terrificante. Come già in Un lupo mannaro americano, Baker si impegna in una straordinaria sequenza di trasformazione, segnando un altro punto fermo nell’immaginario horror. Il film non si esenta neanche da gradevoli citazioni, come la perfetta ricostruzione del bastone col manico a testa di lupo di sir Talbot, già visto nel ’41, o le scene dove il licantropo semina il panico per le strade della Londra vittoriana, rievocando non poco le sequenze del film di Landis. Il piglio da b-movie, poi, esplode in una sequenza di scontro tra due lupi mannari in casa Talbot.

Werewolf – La bestia è tornata [2012]

werewolf-labestia-1A due anni di distanza, e proprio strizzando l’occhio al remake del 2010 [la log-line di locandina recita “Dopo Wolfman, i lupi mannari sono tornati…”], Louis Murneau [The hitcher II – Ti stavo aspettando, 2003] rispolvera la leggenda dell’uomo lupo nel suo horror Werewolf – La bestia è tornata [2012].

La struttura del film è quella stra-conosciuta della bestia che vessa la popolazione di un piccolo villaggio [in questo caso ottocentesco] con attacchi omicidi ciechi e feroci.

In questo mondo fatto di paura e credenze, si muove un gruppo di cacciatori, professionisti nella costruzione di trappole e nell’eliminazione dei violenti mutaforma, che offrono i loro servigi alla comunità in cambio di una cospicua maggiorazione della taglia fissata sull’uccisione della bestia.

Werewolf, come il Wolfman di Johnston, cavalca il mood del b-movie, ricamando sui temi della monster story per tentare la novità con qualche piccolo stravolgimento alla classica evoluzione della storia di licantropi, con sterzate lievi ma intonate.

werewolf-labestia-2Ma, all’interno dell’orchestrazione di Muneau, qualcosa suona a vuoto: innanzitutto nella caratterizzazione dei singoli personaggi facenti parte della banda. A parte il silenzioso e dannato capobranco e il personaggio interpretato da Adam Croasdell, una sorta di braccio destro, damerino e meschino, un po’ dandy un po’ Iago, gli altri, dal guercio forzuto alla femme fatale, non sono ben strutturati e non hanno un vero ruolo nell’evoluzione della storia.

Altro punto debole è la resa della creatura, puntata sì sulla oramai ovvia interazione tra effetto speciale old school e i digital effetcs, ma con una propensione più che evidente verso questi ultimi che, soprattutto nelle scene più action, perdono di credibilità. Buona, invece, l’idea tutta grafica della trasformazione/trasfigurazione dell’uomo in bestia, nella scena in stile crocifisso.

Non fa male, se si visiona senza pretese. Di certo il più debole di quelli analizzati.

[LR]


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