IL MIO AMICO PEPPE ZULLO: Intervista a Stefano Simone

Stefano-Simone-e1456783679894-591x330“Non puoi pensare bene, non puoi amare bene, non puoi dormire bene… se non mangi bene!”, dice Virginia Woolf. Stefano Simone mette la frase in apertura, quasi a sottolineare che dopo tanto cinema a soggetto e qualche videoclip musicale, cambia genere e passa al documentario classico. Non per cavalcare la moda della cucina, argomento molto presente sia nei palinsesti televisivi che in libreria, debordante persino nella pura fiction cinematografica. Simone si dedica al racconto culinario di Peppe Zullo perché ha radici profonde con la cultura della sua terra e diventa quasi la storia di un uomo che ha coronato un sogno grazie a passione e impegno. Il documentario ha un taglio classico che interessa e avvince. Lo stratagemma tecnico è far parlare il protagonista – un vero affabulatore – intervistato da due ragazzi, alternandolo con i commenti dei due intervistatori con una ragazza che non ha conosciuto il cuoco.

Completa il quadro una voce fuori campo, teatrale ma non troppo impostata, mai fastidiosa né invadente. Immagini e parole costruiscono la storia di un uomo che ha cominciato facendo il benzinaio, ha girato il mondo aprendo ristoranti negli Stati Uniti e in Messico, quindi ha deciso di tornare a casa per aprire un vero angolo di Paradiso a Orsara. Un posto delle fragole culinario, in definitiva, perché il protagonista costruisce il suo regno nei luoghi dove è stato bambino, servendo in tavola prodotti del suo orto dei miracoli, pesce di fiume e vini della sua terra. Un documentario ben girato, fotografia limpida, esterni suggestivi tra la proprietà Zullo e il paesino foggiano, montaggio sincopato, musica sintetica che ben accompagna le immagini. Abbiamo avvicinato il regista per avere la sua interpretazione autentica.

[Gordiano Lupi]: Perché questo repentino passaggio alla non fiction?

[Stefan Simone]: Volevo affrontare per la prima volta un genere che non conoscevo molto, diciamo quasi per niente. Nonostante avessi visto pochissimi documentari, credevo fosse interessante affrontare questo formato, anche perché il mio stile è in partenza molto realistico. L’argomento culinario mi sembrava una cosa del tutto nuova da affrontare, anche se la mia intenzione era anche e soprattutto raccontare il rapporto dell’uomo con ciò che la natura offre. Per cui, non potevo non chiamare che Peppe Zullo, un’autorità nel campo; parliamo del cuoco che ha rappresentato la Puglia a Expo 2015. Quando l’ho contattato si è dichiarato subito entusiasta e in poco tempo abbiamo realizzato questo film.

[GL]: Pensi di ripetere esperienze di non fiction?

[SS]: Certo! Ho già in cantiere un altro docufilm che tratta le problematiche dei ragazzi disabili. Inizialmente avevo previsto di girarlo a gennaio, ma la post-produzione de Il mio amico Peppe Zullo ha richiesto più tempo del previsto, per cui ho dovuto far slittare l’inizio delle riprese. Devo valutare quando girare in base ai miei impegni. Alcune riprese di repertorio sono già pronte.

[GL]: Per un regista è più appagante la fiction o il documentario?

[SS]: Entrambi. Sono due formati diversi che richiedono un approccio diverso alla narrazione, alle riprese e ovviamente al montaggio.

[GL]: Cosa bolle in pentola?

[SS]: Oltre al docufilm sopracitato, a settembre girerò un lavoro di finzione sul tema del bullismo scolastico, anche se lo stile sarà estremamente realistico. E poi c’è un altro bel progetto che m’interessa molto, ma al momento non posso dir nulla. Infine videoclip e alcuni corti per le scuole.

Gordiano Lupi

Mandredonia, marzo 2016

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