Tales from the Script 02: GIANLUIGI PERRONE

La nostra rubrica Tales from the Script, dedicata al mondo e al lavoro degli sceneggiatori, continua con le parole di Gianluigi Perrone [critico cinematografico e caro amico, oltre che sceneggiatore abile e preparato], che nel pezzo che segue riesce a fotografare in maniera perfetta quello che idealmente lo sceneggiatore dovrebbe essere in un paese altrettanto “ideale”, e quello che, invece, rappresenta la sua figura più realistica nel nostro Paese sempre più lontano dal cinema. Molto spazio, poi, all’affaire Morituris, in cui Gianluigi Perrone ci conduce da buon padrone di casa, consentendoci un giro davvero approfondito [dalla nascita al diniego del visto censura]. Prima di lasciarvi alle parole di Gianluigi, vi ricordo che domenica 2 dicembre, Mortituris sarà proiettato durante la Horror Project Night, presso la Libreria Rinascita di Largo Agosta, a Roma [qui maggiori informazioni].

Luca Ruocco

 

Una volta ero al mare, da ragazzino, sulla litoranea salentina vicino ai luoghi dove sono nato. C’era una specie di laghetto naturale, un’insenatura scavata all’interno degli scogli che a riva creava questa piccola penisola che aveva un suo ecosistema, granchi e gamberetti che noi piccoli amavamo pescare, armati di bicchieri di carta e zampe di gallina. Quel giorno il mare aveva portato sulla riva qualcosa di decisamente inaspettato. Sugli scogli capeggiava a zampe all’aria, parzialmente scarnificata e attaccata da mille mosche, la carcassa di un mucca adulta, di quelle che normalmente si era soliti correlare alla pubblicità della cioccolata Milka, il lilla che invoglia.

Lo spettacolo era orripilante, e l’odore di putrefazione qualcosa di immondo, ma io ho sempre avuto un certo pelo sullo stomaco, grazie probabilmente ai libri di patologia che mio padre lasciava imprudentemente in giro. Ricordo che la mia riflessione, mentre la brezza marina portava via il fetore della morte, era “Ma come ci è finita questa qui in mezzo?”.

È chiaro che era caduta da un battello bestiame, magari era morta affogata disperata, ma io cominciai a farmi dei film allucinanti su hangar volanti che contrabbandavano bestie, solo per il fatto che avesse le gambe all’aria. Esposi le mie riflessioni ai miei, e la risposta fu “Ma come cazzo ti vengono in mente cose del genere?”.

Questa domanda è stata abbastanza una costante nella mia vita, anche e spesso con risvolti problematici, come a Liceo quando l’insegnante di lettere, per lusingarmi, leggeva a tutti la classe i miei temi, coprendoli di complimenti, per poi soffermarsi però sul fatto che fossero “moralmente inaccettabili”. Al quel punto partiva un processo di classe in cui i leccaculo davano ragione a lei e i miei amici a me. Io non potevo parlare. Ero seduto contro il muro, su una parete con una scritta gigante “Satana regna”, a guardare qualcosa che, quello sì, era moralmente inaccettabile. Era l’educazione alla censura preventiva. Prendevo 6 e mezzo, come media tra la qualità e il contenuto. Per me, immaturamente affascinato dalla distruzione, era come prendere una laurea ad honorem. Però non pensavo al cinema come mestiere, anche perché ero molto più nel mondo musicale. Leggevo, però, moltissimo e vedevo moltissimi film, soprattutto horror.

Ricordo una sfuriata di mio padre mentre stavo vedendo, inebriato, Henry – Pioggia di sangue. Bruno, il videotecaro, mi regalò anche la stupenda locandina. In seguito ho avuto modo di riflettere che il gusto per il macabro e il weirdo, come i giocattoli che erano sistematicamente mostri dalle membra innaturali, era legato a un gusto per ciò che è fuori dall’ordinario per sua stessa natura, e quindi contiene un passato genetico tutto da scoprire. Non è quello però il motivo della mia idea di scrivere.

Soffro da sempre di insonnia. Per via del ciclo circadiano che, metabolicamente, mi fa venire sonno in orari inusitati. È una cosa che moltissimi sottovalutano, alcuni ci scherzano, ma è un problema veramente grosso perché è una cosa che toglie molte energie.

Considerando che sono considerato una persona piena di risorse, penso che se dormissi bene comincerei a accendere le lampadine con la bocca come lo zio Fester. Siccome contare le pecore non mi è mai  sembrato igienico, soprattutto nel letto dove si dorme, allora mi inventavo storie, nel cuore della notte, e immagazzinavo i fatti. Il processo di scrittura è il primo della vita artistica, e spesso produttiva, di un film. Dico spesso perché, quando esisteva il cinema, a volte arrivavano prima i soldi e poi si decideva cosa farne. Erroneamente, quindi, chi decide o sogna di fare cinema, pensa che l’espressione di sé sia esclusivamente appannaggio del linguaggio narrativo dei fatti. Spesso, non avendo niente da raccontare, si mettono su carta i fatti propri, pensando che giacché interessano a chi li scrive, sicuramente interesseranno a tutti. In realtà, dato che il cinema è un lavoro d’ensemble, e persino il lavoro del parrucchiere può esprimere concetti [per non parlare del linguaggio macchina], la scrittura ha un ruolo definito all’interno del processo di realizzazione di un film. La politica degli autori di Truffaut, è stata completamente mal interpretata, causando disastri in giro, soprattutto in Italia.

La necessità di essere a tutti i costi autori, anche nel Genere, e prendersi le royalties della sceneggiatura, ha convinto della gente che solo per il fatto di avere terga per sedersi e dita per scrivere a macchina, fosse sufficiente per scrivere libri, sceneggiature e quant’altro.

Così gente alla ricerca di denaro, fama o figa, si è messa non solo in testa di avere il cartello “un film di” vicino al proprio nome, ma ha voluto metterci mano sin dalla fase di script.

Questo è tra i motivi di deperimento della qualità del cinema italiano, come al solito legata a una mediocre conoscenza dello stesso. Fellini non scriveva i suoi film, e parole di Monicelli sono “Chi ha qualcosa da dire non fa cinema, ma qualcosa di cui è veramente l’unico responsabile”. L’inoppugnabilità’ di queste verità si scopre solo con il tempo e con l’esperienza diretta, quindi anche io ho iniziato a cimentarmi con la struttura della sceneggiatura con atteggiamento amatoriale.

Scrivendo di cinema, però, e analizzando visceralmente le grandi opere del passato che amo, mi accorgevo sempre più della grandezza inebriante dei dettagli, che nell’insieme creavano una visione chiara.  I miei modelli sono sicuramente Roman Polanski e quindi Gerard Brach, Nicolas St. John, Pierpaolo Pasolini, Robert Aldrich, Howard Hawks, James R. Webb per Robert Aldrich e non solo e molti altri. Per la messa in scena il discorso è diverso ed esula dal tema della sceneggiatura che trattiamo qui. Per tagliare corto, la risposta alla domanda quando e come hai cominciato a scrivere sceneggiature?, è quando ho sentito l’esigenza di immaginare un film che avesse quei dettagli e quei concetti che aderissero alla mia visione.

Avendo una carriera praticamente agli inizi, alla domanda quali sono state sinora le tue esperienze più significative, a livello professionale, la risposta principale non può che essere Morituris.

Essendo anche la prima sceneggiatura che ho scritto, possiede i pregi e i difetti propri di un primo amore, quali ingenuità, purezza, eccessiva quantità di concetti, energia. Prima di parlarne però ci tengo a precisare che negli anni ho lavorato ad un numero notevole di sceneggiature e trattamenti, che non mi hanno permesso di arricchirmi poiché l’Italia è un paese di banditi, ma di fare molta pratica e affinare le mie capacità. Avrò lavorato su una ventina di progetti su commissione, e devo dire che sono soddisfatto di tutti, tanto che li riciclo. C’è una cosa che forse è il caso di dire. Nel documentario che ha lo stesso nome di questa rubrica, Tales from the script, uno degli intervistati mostra la lista dei suoi lavori realizzati, quella degli script venduti, e quella di quelli scritti.

Quest’ultima era kilometrica rispetto alle altre. Questa è una cosa che non solo succede a tutti, piccoli e grandi, persino a Water Hill e Damon Lindelof, dei geni con i quali ho avuto la fortuna di formarmi, ma è necessario. Se non si ha il cassetto pieno di progetti, non si è uno sceneggiatore. In questo caso diciamo l’hard disk.

Comunque, neanche era stato realizzato Morituris, che le persone che avevano lavorato con me, attori, direttore di fotografia, mi suggerirono per altri progetti. Nessuno di questi è stato, ad ora, realizzato, nel marasma cosmico e malato delle produzioni italiane. Non mi vergogno di dire che, a causa del mio candore e della mia posizione professionale non certo decennale, ho spesso accettato la formula che “se il film parte poi ti paghiamo”. Lasciatemi dire che questa formula è tragica e difficilmente districabile. La sceneggiatura è il primo passaggio della produzione oggi, e quindi si dovrebbe presentare l’idea, il soggetto o quello che è, per poi sentire il produttore che dice che è stupendo e lo produce. A livello di inizio carriera, se si chiedono contratti o di essere pagati anche un ridicolo anticipo, scompaiono tutti.

Se però non si accetta questa formula, non si farà mai pratica ed è finita prima ancora di cominciare. Si potrebbe scrivere autonomamente, ma raramente funziona e personalmente trovo molto stimolante rivoluzionare e sviluppare l’idea  di qualcun altro, contaminandola con la mia visione. Questo è il lavoro che dovrebbe fare un autore. L’ideale sarebbe accettare solo di collaborare con persone di cui ci si fida, ma è tragicamente difficile.

Comunque a livello professionale è servito molto, e alcune cose mi hanno entusiasmato veramente. Ho imparato anche una cosa che dovrebbe essere fondamentale. Pensare alla sceneggiatura produttivamente. Un ottimo sceneggiatore dovrebbe essere anche pratico di regia, montaggio, scenografia, special fx, produzione e fotografia, nonché preparazione attoriale.

Al di là delle buone idee, dei fattarelli in sé, è molto importante scrivere agevolando il lavoro degli altri reparti, e soprattutto pensare al livello produttivo.

Banalmente, è facile scrivere qualcosa con effetti allucinanti e centomila personaggi. Però questa è Hollywood, e non ci possiamo permettere certo di fare quel tipo di azzardi. In più è una sfida eccitante riuscire a fare qualcosa che funzioni mettendosi un sacco  di limiti. È una specie di dogma, anzi lo è a tutti gli effetti, visto che quel postulato è nato per motivi economici in realtà. Questo mi ha permesso di capire veramente quali sono le cose fondamentali di un ottimo script, ovvero la costruzione dei personaggi, la dimensione spazio tempo, le strutture. Fatto sta che oggi, sia come spettatore che come scrittore, provo piacere soprattutto se ho a che fare con cose semplici e minimali. L’intimismo non uccide affatto la spettacolarità.  In più ho notato che amo trattare temi scomodi, ma, al contrario di quanto si possa superficialmente credere, non per shockare, ma piuttosto per costringere lo spettatore a riflettere senza ipocrisia su un argomento. Odio l’ipocrisia, è un male dilagante che distorce la realtà. Se hai occhi per vedere, la realtà è chiara e visibile.

Ad ogni modo, tra tanti progetti, gli unici in cui sono entrato come sceneggiatore [in Ritual ho fatto un lavoro di script doctoring insieme a Jeff Gross, che ha lavorato con Polanski] e che poi si sono effettivamente realizzati, sono quelli in cui sono entrato anche in produzione esecutiva.

Questo vorrà pur dire qualcosa. In Italia mancano sceneggiatori e produttori, di registi o presunti tali ce ne sono anche troppi.  Avere modo di confrontarsi con gli altri, meglio se uno o due persone e basta, è anche un ottimo modo per determinare meglio la propria visione, il proprio stile. Indubbiamente il processo di scrittura è auto-analitico e terapeutico, persino catartico in alcuni casi, e il confronto con altri è alla base dell’analisi.

È scrivendo che ho notato meglio alcune sfaccettature della mia morale. Per esempio che mi piace vedere una situazione in cui ci sia un paradosso etico, in cui non sai veramente bene chi siano i buoni e chi i cattivi, o meglio se una situazione penda da una parte o dall’altra della bilancia. Al contrario del modello standard americano, che vede tutto o bianco o nero, quello che è ideale per me è la visione taoistica degli eventi, in cui gli opposti si completano e danno il via a un moto nuovo e differente. In più credo che sia importante toccare dei temi tabù, con onestà e senza freni e ipocrisie. Il punto di vista più scomodo è spesso quello più realistico. Ovviamente queste cose le so solo io, visto che per ora sono io a essermi confrontato con il mio intero lavoro. Però mi ha aiutato nel mio stile di vita.

Ora arriviamo a esaminare in maniera approfondita la nascita e l’evoluzione dell’ultimo film scritto che è stato realizzato, ovvero Morituris.

Come alcuni sanno, in questo momento scrivo da Pechino, dove mi sono trasferito da poco. La bomba del visto censura quindi l’ho vista detonare da lontano, e non nascondo mi sia un po’ dispiaciuto. Dopo aver vissuto ogni momento della vita del film, sentivo il dovere di essere presente a quello che è successo. La questione è un argomento ad hoc per introdurre la genesi del mio rapporto con il film. Presuppongo che chi legga questa intervista, conosca anche i fatti del film relativi alla lettera dell’organo di censura.

Insomma, il film è amorale e misogino, dice. Più o meno quello che dice anche il tizio del sito Bloody Disgusting, che ci ha fatto pubblicità secondo lui negativa così strenuamente. La cosa divertente è che lui è tra i ringraziamenti di un film come The Bunny Game.

Vabbeh. L’amoralità’ starebbe soprattutto nel  fatto che il finale non è accomodante, e che non ci sarebbe, come dovrebbe essere previsto dalla morale, che i cattivi vengano brutalmente puniti. Mi sembra di essere tornato a scuola.

Capisco che una commissione che vede decine di schifezze a settimana non perda troppo tempo a comprendere i significati e sottotesti di un’opera. Capisco, non dico che condivido. Non serve però tirare fuori motivazioni personali per far capire che, essendo la tagline del film “il male ha vinto”, avendo all’inizio uno spiegone concettuale che altrimenti non avrebbe motivo di esistere, ci sarà una qualche volontà di mettere in scena il male nudo e crudo. Non penso serva a nulla spiegarlo alla commissione, perché tempo che il punto sia che “queste cose non si fanno”.

Non si fa un film che mette in scena il male in maniera così cruda, intende la commissione. Chiaro che lo abbiamo fatto apposta, e sta bene pagarne le conseguenze. Queste conseguenze però sono servite a tirare fuori una realtà, anche se moderatamente, visto che non ci sono i miliardi per farsi pubblicità come avrebbero fatto altri. Quindi che il fatto almeno assurga a un ruolo sociale, e tiri fuori una verità che può vedere chi ha occhi per vedere. Per quanto riguarda la misoginia, semplicemente vuol dire non aver visto attentamente il film.

Quando ho letto in giro che anche The Woman di Lucky McKee, era stato accusato similmente, mi sono arreso alla idiozia di alcuni spettatori. O meglio alla decisa volontà di non vedere la realtà. Infatti, ho una ipotesi. Credo che un certo tipo di spettatore si riveda negli aguzzini del film, magari e soprattutto inconsciamente, e non quindi provi fastidio a riconoscere tale realtà. Smuovere questo tipo di auto-coscienza la considero un’altra vittoria personale. Non avevo ancora incontrato Raffaele Picchio di persona, quando lui mi disse del film sui Gladiatori. Credo che lui lo abbia detto già in altre interviste, comunque all’inizio dovevamo fare dei corti shock, come direbbero Boni & Ristori. Io uno da Anal Core, il fumetto di Miguel Angel Martin, in cui una ragazza aveva l’apparato genitale in gola, con tutte le conseguenze del caso. Lui invece una cosa tratta da Thomas Ott, con un nano in un circo.

Proprio cercando quel circo finì, insieme a Tiziano Martella, nel Gruppo Romano Storico.

Lì gli venne l’idea del film horror con i gladiatori. Mi disse questa cosa su MSN messenger. Onestamente la prima cosa che mi venne in mente furono i peplum, ma anche Asterix, e mi venne un po’ da ridere. Però in effetti il mix dei Generi era forte, e “uno slasher con i gladiatori” era un hi-concept geniale, inedito e italianissimo. Era il periodo che il cinema horror francese stava fiorendo. Calvaire, A l’Interieur e soprattutto Alta Tensione di Alexandre Aja, avevano portato una nuova ventata. E non era ancora comparso Martyrs. Mi sentivo molto vicino a questa nuova ondata, in particolare Calvaire mi aveva fatto impazzire, e stava uscendo proprio allora il remake de Le Colline hanno gli occhi, diretto da Alexandre Aja. Ecco, quel film è la base di Morituris. Era uno slasher tostissimo, con un’orda di cattivi, e aveva intenzione di shockare. Aja non ha potuto spingere quanto avrebbe voluto. A metà del film, quando compaiono i mutanti, attaccano il camper. Uno di loro punta la pistola sul bambino, succhia il seno alla madre e poi succede qualcosa a Emily De Ravin. Non si capisce cosa succeda, si capisce che un mutante voglia violentarla, ma non si vede. Non succede niente. Si vede una tapparella. Non è nemmeno suggerito, non succede. Non si poteva fare, semplicemente. Allora l’intenzione era fare qualcosa alla Aja ma con la libertà di un indipendente, e con una profonda identità italiana.

Cosi come i gladiatori, anche gli Anni di Piombo erano un argomento di profonda identità italiana, e quello del Circeo era in qualche modo il crimine per antonomasia. Politico ma allo stesso tempo contro l’umanità’, e non solo contro la donna. Lo sviluppo della storia è stato molto veloce, e c’era la ferma intenzione di giocare con gli stilemi del genere.

Se “uno slasher con i gladiatori”, suonava come qualcosa dalla struttura abbastanza classico, valeva la pena sovvertirlo. La cosa migliore era portare lo spettatore da una parte per poi completamente sviarlo. Secondo me questa volontà è evidentissima nel film, e quando sento qualcuno che lamenta le scelte pensando che non siano volute, veramente mi rendo conto che c’è una percezione del Genere horror molto bassa e stupida, anche da parte degli stessi fan e, diciamo, addetti ai lavori.

L’esperienza di Morituris mi ha fatto scoprire che per molti che scrivono di cinema di Genere, si deve seguire dei filoni prestabiliti e la sperimentazione viene biasimata. Questa stessa gente, però, esalta dei film, che sono giustamente classici [come La Cosa o Alien] che hanno sovvertito le regole, manipolandole. Purtroppo c’è tantissima gente che scrive di cinema, anche ad alti livelli, che non capisce un beneamato cazzo di come si fa e si costruisce un film. Sono solo pecore piene di sé.

La stessa volontà di ingannare lo spettatore, in Morituris, è mutuata dal maestro dei maestri, Alfred Hitchcock, che in Psycho faceva morire la protagonista a metà film. In questo caso l’inganno, che ha anche un certo peso morale, era di far affezionare a personaggi che poi diventavano i peggiori dei vermi. L’idea mi piaceva tanto, e in futuro, quando il film è stato dato in pasto al pubblico, ho scoperto che alcuni erano infastiditi dall’inganno. Perché avevi avuto il tempo per provare empatia per qualcuno che poi dovevi disprezzare.

Quindi si creava un conflitto morale nello spettatore. Sarà anche una sensazione negativa, ma sono molto fiero di questo risultato, perché ha un effetto molto forte sulla coscienza, ed è il massimo che un film può fare, a mio parere. Per avere questo effetto però, era necessario costruire i personaggi, sfruttando il classico canovaccio dello slasher da Non aprite quella porta in poi, per sovvertirlo e pervertirlo. Quindi c’era bisogno dello sviluppo degli stessi.

Adesso, senza raccontare balle, non è un problema ammettere che sin dall’inizio, essendo consapevoli di avere un budget ridotto, dovevamo avere per forza la parte della costruzione dei personaggi in automobile, durante il classico viaggio dell’eroe.

Cronometro alla mano, controllavamo quanto durava la parte in automobile di Wolf Creek [35 minuti, per la cronaca, contro i nostri 10] per tranquillizzarci che non fosse troppo lunga. Poi era necessario spezzarla con una parte in cui uscivano fuori dalla macchina, come sarebbe da manuale in sceneggiatura, per non opprimere lo spettatore. Questo inizialmente era la classicissima fermata in una stazione di benzina, e ha ragione Raffaele quando dice che è stato meglio aver perso quella location in pre-produzione avanzata, dovendo riscriverla al volo.

È stato meglio perché era una soluzione un po’ banale, anche se aveva dei momenti buoni, e perché la nuova versione, la fermata nello spiazzo, ha permesso di approfondire in maniera definitiva alcuni personaggi. Soprattutto con il personaggio di Valentina D’Andrea. Avendo fatto la preparazione degli attori, che è stata un’esperienza molto bella e educativa come sceneggiatore, quando si è dovuta riscrivere quella parte ho voluto far contribuire lei a creare la back history del suo personaggio, per vedere se aveva capito chi realmente era. È venuto fuori uno dei momenti più teneri del film, che è perfetto per la correlazione con la parte in cui si svela tutto, che lei recita con Andrea De Bruyn.

La preparazione degli attori è una cosa molto importante e formativa, perché evolve i personaggi e lo stesso processo di scrittura.

Questo almeno quello che ho imparato lavorando con questi ottimi performer, molto diversi fra loro ma ugualmente dediti al lavoro. Alcuni hanno biasimato la parte dialogata, dicendo che però apprezzavano l’esplosione di violenza del film. Spesso ho risposto che erano colpiti così tanto, proprio perché c’era prima la parte del dialogo. Per quanto sembri che dicano puttanate, ogni singola frase è lì per una precisa ragione narrativa. Lo stile dei dialoghi ha una struttura tecnica mutuata dalle commedie di Howard Hawks, che da’ un certo ritmo e realismo alle parti parlate. I personaggi fanno e si comportano, nella quotidianità delle cose stupide, come poi si comporteranno nella situazione estrema, però con le modifiche emotive che comporta il trauma, che tira fuori il vero carattere delle persone.

Credo molto nel fatto che i piccoli comportamenti delle persone siano indizi per quello che poi può avvenire nel macroscopico.

Per le ragazze c’è un percorso catartico enorme: dalla spensieratezza all’estasi del martirio, dall’arrendevolezza allo status di eroe. Per me le due ragazze sono degli eroi. Sono molto influenzato da Frank Miller, e la mia idea di eroe è simile alla sua, ovvero quella di Leonida, se vogliamo, o altri suoi personaggi che si sacrificano per una grande causa e entrano nel mito.

Il personaggio di Desiree è un po’ silly, ma dopo aver subito l’inenarrabile, ha la forza di reagire e salva l’amica. Così lei riesce addirittura a combattere, e da arrendevole diventa una guerriera, che perde ovviamente, perché sarebbe stata una stronzata farle uccidere un gladiatore, ma muore con onore. Quindi, veramente chi dice che il film è contro le donne non ha capito un cazzo. Così come i ragazzi si svelano nella loro ipocrisia folle. La rabbia, il panico, la vigliaccheria, questa è la loro fine. Il loro rapporto in auto li mostra come un po’ disarmonici tra di loro.

Mi sono ispirato a persone che conosco veramente, oltre che ai carnefici del Circeo, e pensavo a quei gruppi di amici che stanno insieme anche se non c’entrano un cazzo l’uno con l’altro. Tra i drogati succede cosi’ [per esempio: Trainspotting] e nei gruppi pseudo politici [per esempio: This is England], e nel caso di Morituris il loro interesse comune è l’ultraviolenza.

Il loro approccio sessuale, se vogliamo chiamarlo così, rispecchia il loro background e le loro frustrazioni. Uno è un dominatore violento, uno è un rozzo frustrato e uno è un viziato rampollo di destra che non conosce la differenza tra bene e male e gioca con la vita umana con incosciente sadismo. Quest’ultimo, che è il personaggio di Giuseppe Nitti, è volutamente il personaggio meno ipocrita ma più antipatico del gruppo. Antipatico per la media, perché a me sta simpatico nel suo voler essere così esplicitamente sardonico. Lui è anche il più abbietto nella violenza, così insistente nel perpetrarla.  Lui infatti infierisce sui corpi anche dopo lo stupro, quando la Giorgetti è nuda nella posizione della Pietà di Michelangelo. Nel finale, quando lui sta per salvarsi, volevo creare un ennesimo gioco con il pubblico. Lui fa l’ultima bastardata, lanciando la ragazza nelle mani del mostro, e lo vediamo salvarsi. Il quel momento l’impulso del pubblico è di odio e desiderio di vendetta. La vendetta è una delle motivazioni più forti nel cinema, come ci insegna la storia, e in quel momento era come pomparla al massimo per poi soddisfarla, con tutti i gladiatori che lo uccidono violentemente. Una specie di orgasmo emotivo.

Questi personaggi sono archetipi, letterari prima che cinematografici, e il loro scopo è essere tali, ecco perché nessuno di loro ha un nome.

Uno stratagemma di sceneggiatura in genere è creare l’epica di un personaggio nominandolo spesso. Basti pensare al Keiser Soze de I Soliti Sospetti. Qui doveva essere il contrario, perché essi fossero universali. In questo modo sarebbero stati anche per gli spettatori.  Per questo motivo c’è, in ogni omicidio, una componente voyeristica, qualcuno che guarda morire. È la grammatica del porno, quando vedi scopare qualcuno, e c’è qualcuno che spia la cosa masturbandosi. Lo spettatore è dentro. La cosa è esplicitata nella scena della violenza su Desiree Giorgetti, in cui i suoi occhi parlano di quello che le succede. Abbiamo più volte dichiarato quello che pensavamo sin dall’inizio: realizzare una delle scene di stupro più sconvolgenti mai fatte, senza mostrare nulla. Volevamo che lo spettatore uscisse dalla sala dicendo di aver visto un film in cui c’era una a cui mettevano le forbici lì, anche se questa cosa non si vede mai. Inoltre c’erano altri fattori. La suoneria del cellulare doveva richiamare una musica familiare, e lo stile a camera a mano restituire un senso realistico.

Questo pensato in tempi non sospetti, visto che il POV va tanto di moda ora. Ricordo che Morituris è stato scritto nel 2007, prima di tantissime cose che sono nel film e ora poi sono diventate trend.

Il mio rammarico a volte è che il film sia stato realizzato così tanto dopo essere stato pensato. Però mi pare chiaro, anche alla luce degli avvenimenti recenti, che fare una cosa del genere in Italia è impensabile. Soprattutto farla in questa maniera, perché poi ho visto dei tentativi borghesi e democristiani di fare la stessa cosa, senza competenze ma con agganci politici, che veramente lasciano il tempo che trovano. Se uno vuole fare l’estremo, quasi sicuramente verrà male. Il vuoto di luce vero è ben altro. Le scene di interni,in effetti, sono state aggiunte in un secondo momento. Comunque i fatti, in questa maniera, aderirebbero maggiormente, anche se con un bel po’ di fantasia, alla strage del Circeo. Visto che doveva essere in linea con il film, doveva chiaramente succedere qualcosa di osceno, e siccome American Psycho è il mio romanzo preferito di sempre, era una buona idea mettere la scena non inclusa nel film di Mary Harron, quella del topo. Poi Laura, la mia ex e scenografa del film, pensò, prima delle riprese, di metterci pure un film proiettato sopra, e la scelta ricadde su Il Boia Scarlatto. Dato che il personaggio di Jacques parlava di meno, pensai comunque di dare la possibilità a Francesco Malcom di fare il monologo più importante del film, quello che c’è all’inizio per telefono, e che spiega un po’ la visione di tutto il film, metaforicamente. Chiaro che la prima volta lo spettatore non può badare a quelle parole, però Morituris è un film, a mio parere, che si scopre con più visioni, che ha tanti dettagli e giochi a incastro che si comprendono con più visioni.

Ho notato che ci sono coloro che capiscono tutto subito, e sono quelli che seguono il film con attenzione. Quindi, non mi sento di dire “se si vede il film con attenzione tutto torna”, perché do per scontato che uno spettatore faccia questo sempre. Il film può anche essere una porcheria, ma se uno lo critica senza averlo guardato bene, o con malizioso preconcetto, allora parla solo al vento. Questo è successo, e con un livore talmente strenue che sembrava ci fosse del personale. Qualche giorno prima di scrivere questo pezzo ho letto su Nocturno un articolo scritto da Dardano Sacchetti, storico sceneggiatore che immagino verrà intervistato su queste pagine web.

Dardano, con il quale condivido i pochi peli sulla lingua, identificava il tanto chiacchierato decesso del Genere in Italia, anche nel fattore umano tra chi poteva farlo e non ha nemmeno lontanamente cercato di darsi una mano.

Non conosco i fatti dell’epoca, e quindi per quello che posso dire, mi pare che la colpa fosse più generale, e non solo di Argento che almeno tre, quattro film li aveva prodotti. Certo avrebbe potuto farne altri, e potrebbe forse ancora farlo, ma poi un sistema deve andare avanti con le sue gambe.

Non è che il Papa deve far finire la fame nel mondo di tasca sua. Sono d’accordo invece sull’atteggiamento, che tutt’oggi è dilagante, di invidia, ripicca, odio e presunzione ingiustificata, che permea anche piccole realtà. Nel caso di Morituris, non è esagerato dire che ci hanno talmente messo i bastoni tra le ruote che non mi meraviglierei di trovare delle bambole voodoo piene di spilli di me e Raffaele. Con me in particolare ce l’hanno, forse perché, come si evince da questa intervista, sono uno stronzo. In generale, vedo che siamo un paese di gente disonesta, e con poca dignità. C’è chi cerca di appropriarsi i meriti del talento altrui, chi fa di tutto per sfruttare il prossimo, colleghi presunti amici che scorrettamente mandano progetti ai tuoi collaboratori. Manca un’etica, e nonostante il mondo del cinema in generale non sia mai stato pulito, il punto è che qui l’andazzo è inarrestabile e privo di logica, ecco perché penso che essere arrivato a un punto, qualsiasi esso sia, con Morituris, sia un miracolo, soprattutto in questa valle di lacrime. Ogni film è un miracolo.

Mi sento di dire, in chiusura, a chi si vuole approcciare a questo mestiere, di chiedersi prima perché lo si vuole fare. Se lo si fa per solleticare il proprio ego e basta, allora è meglio pensarci su un po’. Se lo si fa per amore del cinema, e della sua espressione, allora la cosa migliore da fare è essere umili, considerare i propri limiti per capire quali sono le proprie qualità. Poi imparare dagli altri e essere determinati e onesti, per scegliere bene quali compromessi vale la pena fare e quali persone è bene avere affianco.

Gianluigi Perrone