Una lettera di Luca Ruocco

[Replica alle fantasiose accuse rivolte alla XXXII edizione del Fantafestival dal giovane regista Gionata Zarantonello. La lettera, pubblicata sul numero di agosto della rivista Nocturno, avrebbe dovuto trovare spazio tra le pagine della stessa rivista che, per questioni editoriali, ha preferito pubblicarla, con un ritardo di vari mesi, online – la trovate al link http://www.nocturno.it/news/diritto-di-replica]

C’è qualcosa che lega a filo doppio ogni singolo italiano. Non parlo dei classici cliché ma di una capacità tutta made in Italy di far del lamento una forma d’arte. In totale disaccordo con l’incapacità caratteriale alla protesta compatta, il coro di lagnanze italiane è formato di tante voci soliste che, vuoi per protagonismo, vuoi per abitudine all’esser vessati, continua il suo canto uggioso anche quando da lagnare ci sarebbe ben poco.

Ho riletto più volte la lettera del giovane regista Jonathan Zarantonello, pubblicata sul numero di Nocturno del mese di agosto [una lettera accorata dedicata al Fantafestival di Roma, per chi non avesse avuto il piacere di leggerla] e, provando a superare le sovrabbondanti esternazioni di disappunto dedicate ai direttori Ravaglioli e Pintaldi che l’autore non risparmia [cito, per completezza “Maledetti direttori del Fantafestival, vi odio […]”; “Che tristezza. Mi fate schifo. […]” , e via discorrendo], quello che non mi sento di lasciar passare in silenzio è l’affermazione di Zarantonello riguardo l’ultima edizione del festival: “Non posso che pensare al Fantafestival di Roma e il ricordo della vergognosa e ridicola edizione cui abbiamo assistito anche quest’anno basta a farmi passare il buonumore.”

Metto le mani avanti, quest’anno ho preso parte [per la prima volta] alla realizzazione del Fantafestival [nel ruolo di selezionatore dei corti e dei lungometraggi]. E si potrà iniziare a pensare che la mia risposta alla lettera del regista sia in qualche modo condizionata da questo mio rapporto di collaborazione col direttivo del festival. Il punto non è questo, non sto qui a recriminare sugli episodi che mr. Zarantonello [che tra
l’altro quest’anno, avevo anche invitato al festival] cita in passate edizioni non proprio felici, a cui io non sono stato presente.

Mi interessava, però, porre l’accento sulla 32esima edizione: quello che mi spiace, innanzitutto, è di essere riuscito [io e tutti noi del piccolo staff del Fantafestival – che ovviamente non raggiunge quello dei 200 collaboratori assoldati dal Neuchatel e fieramente citati dal regista – capitanati dai due direttori, quelli del ribrezzo] a mettere tristezza anche a chi evidentemente non ha idea della reale attuale parabola del Fantafestival.
Da almeno tre anni, infatti, il festival ha intrapreso una strada nuova e a mio parere più che positiva. Una strada che lo ha portato a rivolgere, molto più di un tempo, la sua attenzione alla cinematografia di genere indipendente, italiana e non, e che proprio per questo cammino, su un territorio comune, ha incrociato la mia strada [e quella del mio portale InGenereCinema.com].

L’edizione “triste e vergognosa” di quest’anno è riuscita a raccogliere all’interno del suo mesto abbraccio molti fra gli ultimissimi film indie di genere italiani [si è andati da Mad in Italy di Fazzini a The Gerber Syndrome di Dejoie; da Tue Love di Nasino all’opera collettiva P.O.E. – Poetry of Eerie, a tanti altri film e cortometraggi che potete trovare elencati sul sito ufficiale del festival], oltre che interessantissimi titoli internazionali [Masks di Maschall, Inbred di Chandon, Lobos de Arga di Martinez Moreno…], il tutto raccolto all’interno della più che dignitosa cornice della Casa del Cinema di Roma, con un ottimo riscontro di pubblico e degli interessanti e partecipati incontri con i registi.

Credo ci sia poco da esser tristi, e ancora meno da vergognarsi… soprattutto pensando all’attuale situazione economica del Fantafestival che, a questo punto, senza voler tornare a contraddire i capi d’accusa, si è basato essenzialmente sulla passione dello staff organizzativo.

Ma è pur vero che qui da noi si usa così: quindi continuiamo a piangerci addosso, senza accorgerci nemmeno dei positivi cambiamenti che, di tanto in tanto, potrebbero evitarci giornate di scoramento e sangue amaro. Viva l’Italia.

Luca Ruocco


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