Tales from the Script 01: ANDREA CAVALETTO

Inauguriamo quest’oggi una nuova rubrica di InGenere Cinema… Una rubrica nata da un gioco di parole [quello che trovate a farle da titolo] tra un famoso brand e il personale interesse che da sempre nutro verso la sceneggiatura cinematografica.

Tales from the script sarebbe stata una rubrica dedicata proprio agli sceneggiatori e al loro lavoro.

Per dare il via alla rubrica contattai lo scrittore Andrea Cavaletto, sceneggiatore di fumetti [Dylan Dog, tra gli altri] e di alcuni film indipendenti di Genere, e reduce da un lungo giro di festival con l’exploitation Hidden in the woods di Patricio Valladares.

Fin da subito ho pensato che la particolarità di Tales from the script dovesse essere l’estrema libertà creativa dello sceneggiatore nell’impostazione dello scritto, che però avrebbe dovuto includere all’interno del pezzo anche questi tre punti:

1 – quando e come il nostro “ospite” ha cominciato a scrivere sceneggiature

 

2 – quali sono state sinora le sue esperienze più significative, a livello professionale

 

3 – esaminare in maniera approfondita la nascita e l’evoluzione dell’ultimo film scritto [in questo caso Hidden in the woods].

Lascio immediatamente spazio alle parole di Andre Cavaletto, ringraziandolo di aver donato a noi di InGenere queste intime e interessanti pagine-

Luca Ruocco

Sono nato in un afoso pomeriggio, il 23 luglio del 1976. Non pioveva da parecchio, mi dicono, e c’era un caldo che uccideva… Un caldo come se le fiamme dell’inferno avessero deciso di cuocere a puntino un po’ tutta l’umanità. Sarà per questo che lo amo, il caldo. E forse anche l’inferno. Sono rimasto scottato, e adesso me lo porto dentro, tutto quel calore… Perché in fondo è proprio il calore a segnare il mio percorso. E’ il calore che mi domina e mi guida. Da sempre. Per sempre. Qualsiasi cosa io mi metta in testa di fare, la faccio con calore e passione. E spesso sbaglio, certo, ma anche negli sbagli mi ci metto d’impegno. E una cosa è certa, non commetto mai due volte lo stesso errore. Mai. Poi di errori ne faccio un sacco, ma questa è un’altra faccenda.

A quattro anni ho preso una matita in mano e non l’ho più lasciata. All’inizio tracciavo segni incerti e tremolanti su qualsiasi superficie mi trovassi davanti, e intanto imparavo a riempire gli spazi. Cosa che faccio ancora adesso, tra l’altro. Traccio segni incerti. Riempio spazi. E vado avanti sulla mia strada. Seguo il calore. Lo libero. A volte sotto forma di illustrazioni più o meno riuscite. Spesso però sono parole, accostate l’una accanto all’altra nel modo a me più congeniale. Disegni e racconti. Fumetti e sceneggiature. Così, bruciando un po’ di calore qua e un po’ là, mi sono fatto strada nell’underground, autoproducendomi all’inizio i miei stessi fumetti, per poi collaborare con varie case editrici piccole ma agguerrite e facendomi le ossa sul campo grazie ad esse. Dopo la saga di Hellery Brown per Neftasia, il graphic novel Worldhouse per Cyberosia [pubblicato in USA], Pornofagia per Absoluteblack, Dibbuk per Edizioni BD e svariati racconti a fumetti [alcuni realizzati in collaborazione con prestigiose firme del fumetto italiano e internazionale], sono approdato alla Sergio Bonelli Editore con alcune storie di Dylan Dog e Martin Mystére. Collaborazione che continua tutt’ora…

E poi c’è il cinema. Quello è un altro grande amore. Per lungo tempo è stato uno di quegli amori sognati e sognanti, impossibili da raggiungere. Poi qualcosa ha cominciato a muoversi. Si sta ancora muovendo, a dire il vero. Adesso, in questo periodo, si dibatte proprio. Non ho ancora capito se palpita o se annaspa. Ma mi hanno insegnato che finché qualcosa si muove va bene. Il movimento, e il calore, sono tutto. Un paio di sceneggiature di cortometraggi tratti da alcuni miei brevi racconti a fumetti mi hanno fatto crescere il desiderio ostinato di provare a cimentarmi nei lungometraggi. Il destino e un serrato scambio di mail mi hanno fatto incontrare sul cammino un giovane, folle regista cileno: Patricio Valladares. E’ pazzo, il Pato [così si fa chiamare]. E’ pazzo e perverso, ma ha talento e voglia di fare. Tanto che con lui siamo ormai alla quarta collaborazione. Lui parla solo spagnolo e usa l’inglese in modo orribile; io parlo un po’ di inglese ma no hablo espanol. Quindi vi lascio solo immaginare i nostri dialoghi su skype [un giorno ci scriverò su una storia]. Però ci intendiamo al volo, perché ho visto che in lui brucia lo stesso mio fuoco. E’ grazie a lui se adesso, dopo aver fatto gavetta come extracomunitario in produzioni totalmente sudamericane, qualche italiano ha iniziato a notarmi. Dopo Pato, ho stretto un’ottima collaborazione con Domiziano Cristopharo, uno dei più controversi e geniali pirati del cinema indipendente italiano. Adoro il suo modo di fare cinema, e credo che il suo glam horror così poetico e malinconico, estremo e raffinato, ben si sposi con le mie sceneggiature e i miei dialoghi. Con il Domi ho realizzato due episodi per l’antologico P.O.E. Poetry OF Eerie e il suo seguito P.O.E. Project Of Evil, nonché i lungometraggi Hyde’s Secret Nightmare e Bellerofonte, e altro ancora sta bollendo in pentola…

In questo momento però mi sto godendo i risultati ottenuti con il film Hidden in the woods, ultima mia fatica realizzata insieme al buon Pato. L’ennesima galoppata, ma questa volta il cavallo è di razza, e lo dimostra il fatto che è finito in un numero smisurato di festival internazionali di Genere.  E sta vincendo premi. Ma, soprattutto, sta facendo parlare. E offende. Offende pubblico e critica.

Hidden in the woods è un exploitation movie. No, non è un omaggio patinato e nostalgico a quel Genere, come solo a Tarantino e Rodriguez riesce così bene… Hidden in the woods è proprio un exploitation movie. E’ brutto, cattivo e sporco di sangue e merda. La produzione voleva un film che offendesse, che scuotesse il pubblico. Beh, credo lo abbiano ottenuto. A qualche critico è piaciuto. Altri hanno accusato me e il regista di essere due pericolosi idioti misogini. Eh, sul Pato non posso garantire, perché non lo conosco così bene, ma chi ha avuto a che fare con me sa che la mia idiozia nasconde in un suo certo substrato delle vene di ispirata intelligenza.

Non lo dico per difendermi, e nemmeno per vantarmi. Sia ben chiaro che io mi reputo un idiota tra gli idioti, e se faccio qualcosa di buono è solo perché a volte ho la giusta ispirazione, e riesco ad ascoltare le voci che arrivano da chissà dove [dall’alto dei cieli o, più probabilmente dalle fiamme dell’inferno]. E no, non sono misogino, mi spiace. Amo le donne, anche se spesso le faccio incazzare [è una delle cose che mi riesce meglio]. Le amo e le rispetto molto più di quanto non rispetti gli uomini, a dire il vero. E credo che se uno si soffermasse sui miei lavori, non potrebbe contraddirmi.

E, in questo momento, e da un paio di anni a questa parte, c’è una donnina in particolare che amo più di tutto. E’ la prima volta che la cito in un mio scritto. Si chiama Alice ed è mia figlia. E, anche se so che ci saranno occasioni in cui la imbarazzerò e farò sicuramente incazzare anche lei [e lei me, temo], anche se so che purtroppo sto facendo una promessa che il destino non mi farà forse mantenere, voglio che sappia che cercherò di essere per lei se non un ottimo padre, almeno un buon punto di riferimento…

Andrea Cavaletto