InCorridoio [Pettegolezzi InGenere tra parole e immagini] – 01

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Inauguriamo oggi una nuova rubrica, che si muoverà all’interno del Genere sci-fi, proponendo di volta in volta parallelismi e confronti tra racconti/romanzi e le trasposizioni filmiche da questi tratte.

A curare la rubrica, intitolata In Corridoio [Pettegolezzi InGenere tra parole e immagini] e per ora liberamente atemporale, un nuovo redattore: Mastro Dascia [nomen omen]. Lascio alle sue parole il compito di presentare InCorridoio e la prima puntata dedicata a I guardiani del destino.

[LR]

 

Non vogliamo disturbare e, forse, non siamo neanche stati invitati, per questo ci siamo fermati, silenziosi, in corridoio. Ma, anche non volendo, siamo una presenza disturbante. I più sensibili o i più agitati avvertono qualcosa, voltano la testa verso la porta, cercano di sbirciare, in corridoio, mentre, tutti insieme guardano il film. Grandi occhi e lingue enormi, a noi si, fanno anche un po’ di paura ed allora, retrocediamo piano piano lungo il corridoio; a proiezione terminata, ciarlieri e fumosi uscenti, non troveranno nessuno. Siamo così noi, finito il film finiamo .

Famosa [cito da F. Truffaut nella sua intervista ad Hitchcock] la storia che Hitchcock stesso racconta: “Due capre stanno mangiando le bobine di un film tratto da un best-seller ed una delle capre dice all’altra, personalmente preferisco il libro.”.

Concludo: “ Capre in corridoio?”

Cinema e Letteratura hanno, da sempre, intrecciato i rispettivi percorsi ed essendo noi, capre a cui piace la fantascienza di un certo tipo, abbiamo deciso di mangiare oltre ai libri anche i film sull’argomento cercando  di capire, mentre mastichiamo, cosa, come e perché ci piace o, al contrario, non ci piace; è pur vero che le capre, in ogni modo, digeriscono tutto, ma proprio tutto. Sarà questo l’errore?

 

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Film: I GUARDIANI DEL DESTINO di George Nolfi  [2011]

 

D. Norris [Matt Damon], giovane politico in carriera, ed Elise [Emily Blunt], promessa del balletto, intrecciano in una N.Y. anni ’60, passato, presente e futuro, inconsapevoli delle manipolazioni che misteriosi Guardiani del Destino, operano sulle loro vite. E’ solo per l’inopportuno colpo di sonno di Harry [Anthony Mackie], semplice Agente Controllore incaricato di far rispettare i sincronismi necessari al buon funzionamento del Sistema, che si ritroveranno a rincorrere metaforicamente e fisicamente [attraverso porte/passaggi] il loro destino e la loro felicità, prendendo coscienza di quanto l’onestà nei confronti di sè stessi e degli altri possa rendere l’Uomo padrone del proprio destino, qualunque sia la forza che lo ostacoli.

 

 

 

 

Tratto dal racconto SQUADRA RIPARAZIONI [1954]di Philip K. Dick [Usa 1928/1982]

[edito in  “Le presenze invisibili” Vol.2, Antologia curata da V.Curtoni  Ed. Mondadori 1995 – Trad. N Nati e S. Pergameno]

La vita di Eddie Fletcher, modesto impiegato presso un’agenzia immobiliare scorre grigia e monotona, finché l’errore dell’Agente Controllore [in questo caso il cane di casa, che ha il compito  far rispettare tempi e orari, abbaiando  al  padrone] di un’inizialmente indefinita squadra riparazioni, non lo proietta, insieme alla moglie Ruth, in un universo sconvolgente, nel quale tutto quello che appare come realtà non è altro che il sistema quasi perfetto, organizzato e curato da un Vecchio che, a capo di un sistema ben più complesso, decide, in definitiva, il destino della razza umana. Eddie è un perdente, la sua esperienza è traumatica, il suo mondo sta per diventare solo polvere e inconsistenza, ma è anche un vigliacco, e ne esce accettando totalmente il volere del Vecchio che, in cambio del suo silenzio sull’errore, ripristina la precedente realtà. Eddie non ne esce, anzi!

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Raffronto:

Un primo ironico dubbio: perché gli sceneggiatori avranno mai sostituito all’originale cane che, addormentandosi, causa l’errore generatore del tutto, un attore di nera pelle? Sottigliezze!

La fortuna di Dick nel cinema, sarebbe stata “solo” quella di incassare i relativi diritti, per il resto il suo lavoro non viene quasi mai riportato sullo schermo con il dovuto spessore di follia e di ambiguità tra reale e non-reale, con la sottile chiarezza che, ambedue, costituiscono la trama della realtà.

Nel racconto Eddie, come molti dei protagonisti di Dick, è un perdente, non un eroe, e si muove in una N.Y. che non somiglia affatto a quella disneyana del film. Il suo impatto con l’errore è traumatico, fatto di volti e corpi conosciuti che vanno in polvere o riappaiono, direi con chirurgici ritocchi ringiovanenti. Non c’è amore nella vita di Eddie, tanto che la moglie Ruth finisce, con la sua complicità, per tornare ad essere, come d’altronde consapevolmente  lui stesso, proprio semplice meccanismo di un universo controllato da Altri.

Pur non essendo questo uno dei migliori racconti dickiani – è evidente che sia Curtoni, curatore dell’antologia in cui è inserito, sia i traduttori Nati e Pergameno, sanno di quale spessore sia il lavoro di Dick e lo rendono con stile altamente intrigante, mentre appare evidente che né gli sceneggiatori, né il regista, né la fotografia ne hanno la più pallida idea. E’ quindi l’adattamento a mostrare le pecche più grandi, Dick va lasciato andare [vedi Apocalypse Now tratto da Conrad], appunto perché il bello sta nel viaggio verso l’abisso che Dick compie con i suoi deformanti protagonisti.

Nel film invece tutto è patinato e sofisticato, la trovata delle porte/collegamenti tra reale e realtà  – assente nel racconto-appartiene più  ad un gioco già visto che non alla finalità del racconto, tanto che non esiste inquietudine ma solo il fiato grosso di personaggi in perenne corsa, atleticamente perfetti per un film non riuscito.

Dascia Mastro


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