Lorenzo Bianchini’s Day

Lorenzo Biachini rappresenta per molti versi un modello per i giovani registi italiani indipendenti di Genere, vuoi perché i suoi film, pur galleggiando nel basso budget dell’autoproduzione, riescono ad essere esempi di buona riuscita filmica e di un’ottima padronanza della regole grammaticali del Genere, vuoi perché Bianchini rappresenta prima di tutto un pioniere, uno dei primi ad aver sfidato la svogliata macchina produttiva, mettendo in cantiere, in circa dieci anni, quattro lungometraggi [di cui i primi tre completamente autoprodotti e l’altro in co-produzione], riuscendo ad incontrare non solo il favore di pubblico e critica specializzata, ma anche quello del Centro Espressioni Cinematografiche e della Ripley’s Home Video, che ne distribuiscono in DVD Radice quadrata di tre e Custodes Bestiae.

Lasciando da parte Film sporco [2005], l’unico film non horror firmato dal regista udinese, che può essere considerato una pausa creativa dal filone, Bianchini fa un lavoro chirurgico per raccogliere, dalle salme di capisaldi del Genere, solo quello che gli serve per confezionare il suo personalissimo orrore, quello legato alla sua gente e alla sua cultura, alla sua terra.

Pur non essendo, a suo dire, un fine conoscitore, Lorenzo Bianchini conduce consapevolmente una ricerca colta nel cinema dell’orrore, che lo porta, innanzitutto ad incrociare la strada del folklore e delle tradizioni popolari. Radice quadrata di tre [2001] e Custodes Bestiae [2004] ne sono esempi illustri. Nel secondo, ancor più che nel film del 2001, il regista-autore descrive con inventiva una demologia fittizia ma profondamente strutturata, che inficia le basi sociali e religiose dei tranquilli paesi friulani. Il demonio, o per lo meno un demone, è anche alla base dei fatti di sangue del primo lungometraggio, Radice quadrata di tre, quasi interamente ambientato nei corridoi e nei sotterranei di un deserto edificio scolastico, scenario, nottetempo, della sfortunata intrusione di tre studenti, e che si andrà trasformando nel loro inferno.

Lorenzo Bianchini sa come riuscire a sfruttare a suo favore le limitazioni del lowbudget, sceglie in primis di sposare la scarsità di location [vedi Radice quadrata di tre e Occhi, 2010] per trasformarla in un ossessione e incubo. Sono proprio i luoghi, le stanze, il mobilio, a rappresentare, spesso, l’esternazione del maligno: è così sia pensando agli affreschi [una dei temi ritornanti nei suoi film] che conservano messaggi cifrati o segni dell’esplosione della follia, sia inquadrando i corridoi della scuola di Radice quadrata di tre come territorio di caccia di una presenza mai visibile, per non parlare delle piccole sculture di legno, dalla forma caprina e malvagia, che svettano, intarsiate, nelle biblioteche e negli archivi di Custodes Bestiae.

Punto nodale della crescita filmica di Bianchini è l’utilizzo del dialetto, quello friulano ovviamente, che se da un lato lo ancora ad una realtà ben precisa e circoscritta, dall’altro gli regala una dignità popolare, austera, facendo filtrare, proprio attraverso il linguaggio, tutta una serie di verità popolari, tradizioni del folklore, di cui anche la presenza, costante, del demonio o dei demoni, sono decisamente figli.

La svolta decisiva arriva proprio con il suo ultimo horror: Occhi. Uno studio molto più intimista dell’orrore e della paura, due protagonisti decisamente all’altezza dei personaggi che interpretano [Giovanni Visentin e Sofia Marques], una location [anche in questo caso quasi unica] assolutamente orrorifica e terribilmente affascinante. Bianchini ritorna a lavorare su tre temi nodali del suo modo di intendere la paura: i dipinti [in uno strano gioco di rimandi di immagini filmiche in immagini dipinte], la claustrofobica dipendenza dei protagonisti dal luogo che li ospita e li cattura e, soprattutto, la sottrazione, meccanismo che accompagna il regista sin dal suo primo lungometraggio e che implode nel film Occhi, assolutamente scevro da scene splatter o di sangue, e totalmente giocato su atmosfere psicologiche, interiori, ossessive.

La possessione non è in questo caso derivazione del Male, ma volontà della casa, delle sciagure non visibili di cui ormai i muri sono pregni. Tutto è già scritto [sulle pareti, sui dipinti, sugli specchi] ma nessuno può leggere, da qui l’ossessione per il “non vedere” e il “non voler essere guardati”.

Lorenzo Bianchini è stato più volte considerato una sorta di erede di Pupi Avati, di certo per il suo intento di legare l’orrore e la paura ad una dimensione più quotidiana e culturalmente circoscritta; ma se da un lato potrebbero essere riconducibili ad allusioni avatiane il relegare alla pittura la detenzione della verità e l’impegno profuso nella costruzione di una dimensione orrorifica regionale, dall’altro l’autore si dimostra totalmente distaccato da qualsiasi tipo d’ispirazione e, anzi, si potrebbe di certo parlare di una sicura eredità lasciata proprio dal regista udinese a molti altri giovani autori indipendenti a lui successivi.

Bianchini sta ora lavorando al suo prossimo horror, lo abbiamo incontrato al Cinema Nuovo Aquila durante il Fantafestival e abbiamo realizzato questa video intervista. Buona visione.

Luca Ruocco


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